Francisco Soriano racconta Isabella Morra, poetessa del Cinquecento, riscoperta da Benedetto Croce e spesse volte, anche inopportunamente, accostata a Giacomo Leopardi. Dopo una vita d’isolamento venne brutalmente assassinata dai suoi tre fratelli, che mai pagarono per l’omicidio.

Morra De Sanctis è un paesino arroccato intorno al suo castello in provincia di Avellino e il suo nome proviene dall’omonima famiglia dei Morra. Il casato dei Morra è stato protagonista attivo, per un lungo periodo della storia politica e letteraria del Regno dell’Italia Meridionale, quando era dominio degli spagnoli. Nel periodo storico riferibile al Cinquecento, nell’ambito dei conflitti ispano-francesi per l’egemonia strategica delle rotte dell’Italia del Sud, i Morra facevano parte di una schiera considerevole di nobili passati alla causa francese. Di questa nobile famiglia però, si ricorda soprattutto l’orrendo crimine che vide protagonisti i tre fratelli della straordinaria poetessa Isabella Morra uccisa in una spirale omicida che coinvolse anche il suo precettore e il presunto amante.

La stirpe dei Morra risulta essere molto antica: sembra che i Morra fossero di origine gotica e presenti in Basilicata, nella zona del Vulture, già nel VI secolo. Sarebbero poi giunti in Irpinia successivamente, dando il nome al feudo che era stato loro assegnato. Da ricordare, per la cronaca e per la valenza politica dei fatti, che la famiglia Morra con i Sanseverino organizzarono nel 1246, la Congiura di Capaccio, nella quale vennero coinvolti sorprendentemente alcuni tra i più alti fiduciari di Federico II, tra cui il famoso Pier delle Vigne ricordato da Dante nella sua Divina Commedia. A Giacomo Morra, identificato come il poeta della Scuola siciliana Giacomino Pugliese, venne assegnato il compito più pericoloso e ingrato: approfittando della sua vicinanza con l’imperatore e del suo ruolo militare, avrebbe dovuto insieme a un complice favorirne l’operazione di avvicinamento, per trucidarlo a pugnalate. La trama guelfa venne scoperta. Giacomo si rifugiò a Roma e il fratello maggiore Goffredo, barone di Morra, fu giustiziato. Il fratello più piccolo, Ruggiero, che era il falconiere personale di Federico II venne graziato ma, all’occorrenza, accecato. Tutti i loro beni furono confiscati.

La storia di Isabella ha una sua evoluzione dall’anno 1525. Il padre Giovan Michele Morra, barone del Regno di Napoli, si schierò con Odetto di Foix, visconte di Lautrec che era stato mandato in Italia da Francesco I di Francia per vendicare il sacco di Roma, avvenuto il 6 maggio del 1527. Il condottiero di Lautrec non si dimostrò un valido stratega e inoltre perì per aver contratto la peste solo tre anni dopo il suo arrivo. La scelta di Giovan Michele non fu fortunata e gli costò l’esilio a Parigi. Il castello dove invece risiedeva sua figlia Isabella Morra si trovava in un piccolo insediamento, lambito a valle da un fiume che ha il nome di Sinni, dove offriva la sola possibilità di una buona caccia di animali selvatici provenienti dal vicino bosco. Notizie su questo spazio angusto si evincono dalla stessa poesia di Isabella che si lamenta non poco della prigionia nelle “orride contrade” e nelle cui parole molti critici autorevoli, con qualche forzatura, intravedono alcuni concetti e stilemi, dolorosi e pessimistici, propri della poesia leopardiana. Non esitava, Isabella, a definirla “valle inferna; vili contrade, erme e oscure; selve incolte di ruinati sassi; torbido Siri tra gente irrazionale, priva d’ingegno, di aspro costume, ignorante. Dunque, sgombrando il campo dalle possibili nostalgie per le ricchezze e le beltà che Giovan Michele raccontava e avanzava fallacemente verso questi territori che gli avevano dato i natali, resta invece eloquente la descrizione della poetessa, dura nelle analisi su territorio e abitanti. Nella descrizione di ambienti e personaggi anche la probabile descrizione di quei fratelli che là risiedevano e che, a differenza di Scipione emigrato a Parigi, davano dimostrazione di istinti primitivi e di un’educazione violenta e brutale. Speranzosa e delicata, Isabella attendeva invano da uno degli scorci del suo castello-prigione e mirava il flusso continuo del mare da cui poteva arrivare una buona nuova, forse qualche possibilità di evasione così come era accaduto all’amato padre che aveva avuto un grande successo in un ambiente straordinariamente motivante e civile come quello parigino. In questo quadro di disagio ambientale Isabella, donna di lettere con spiccate doti poetiche e originalissima sensibilità, cerca nelle limitate conoscenze che riesce a intrattenere un po’ di vitalità, di esistenziale umanità, un anelito di delicata gioia attraverso lo scambio di rime petrarchesche. Né la madre né i fratelli potevano condividere con Isabella le aspettative di un’esistenza di cui, forse, anch’essi erano vittime. Giovan Michele viveva ormai a Parigi con il figlio Scipione, segretario della regina Caterina de’ Medici nipote del papa, la quale tesseva intrighi con gli esiliati politici italiani che la spingevano a loro volta a intervenire nelle inquiete vicissitudini e nelle trame del nostro Paese. Per rimanere nell’ambito delle limitate conoscenze di Isabella, l’unica, nella cerchia degli esiliati in Francia era Luigi Alamanni. La prova evidente della necessità relazionale di Isabella si trova nel sonetto dedicato al Caro Luigi, il maestro di palazzo di Caterina de’ Medici a cui rivolse un richiamo, un appello, una richiesta. Egli era amico sia del padre che di Sandoval de Castro, suo presunto amante, dalla cui vicinanza si aspettava un aiuto salvifico che in realtà non arrivò mai. Il poeta Luigi Alamanni fu costretto anche lui per le vendette politiche, a vivere quasi tutta la sua vita in Francia. Intanto, la speranzosa fanciulla, desiderosa di conoscenze, amicizia e amore, rime e paesaggi liberi, scriveva nella sola libertà della lirica che avrebbe passato tutta la sua fiorita etate in un rimpianto che forse commuove e sdegna, senza saper mai pregio di beltate.

La nobile Morra era sublime poetessa, come affermò Benedetto Croce e sorprende in lei lo stile letterario così originale e profondo nonostante non potesse avere reali contatti o scambi con accademie, salotti letterari, altri intellettuali e scrittori che affollavano le corti dell’Italia del Sud.

Isabella nacque verso il 1520 e non prima del 1515, a Favale, l’odierna Valsinni vicino Matera, ricevendo un’educazione umanistica riservata anche a suo fratello Scipione. La bella Morra fu affidata a un precettore per approfondire i suoi studi appassionati. Sembra consolidata l’ipotesi che la madre di Isabella soffrisse di depressione e rimanesse per lungo tempo rinchiusa nelle stanze della fortezza, lasciando in solitudine la poetessa e l’intera famiglia. Un dramma familiare che acuiva le negatività di Isabella salva solo grazie a un canonico, suo precettore, che favorì la conoscenza e la corrispondenza tra Isabella e il cavaliere, all’occorrenza poeta: lo spagnolo Diego Sandoval de Castro. Nei componimenti poetici esprimeva il desiderio di libertà e pregava la Vergine di assisterla nelle sue sofferenze quotidiane. Questi sono solo alcuni dolorosissimi versi: Qui non provo io di donna il proprio stato / Che dolce vita mi sarìa la morte. Nelle sue rime, infatti, Isabella Morra grida contro la crudel Fortuna che le imponeva la segregazione a Favale, ad attendere invano il ritorno del padre esule e una riconoscenza per la fedeltà della famiglia Morra da parte del re francese: Pietà non giunge al cor del re di Francia, / che con giusta bilancia / pensando il danno, agguaglie la mercede, / secondo il merto di mia pura fede. Bisogna rimarcare che il Cinquecento, in Italia, è stato soprattutto il secolo di poetesse a pieno titolo protagoniste nel panorama letterario di tutti i tempi. Le più famose sono Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Gaspara Stampa, Veronica Franco, Tullia d’Aragona. Rispetto alle altre rimatrici petrarchesche però, Isabella Morra si distingue per l’aderenza coerente della poesia alla sua vita. In Isabella Morra, c’è qualcosa di pregnante e vissuto, di più irreversibilmente poetico. Il dramma che vive Isabella Morra è del tutto personale, non appartiene mai allo spartito scritto secondo le regole tradizionali. La nobile Morra era sublime poetessa, come affermò Benedetto Croce e sorprende in lei lo stile letterario così originale e profondo nonostante non potesse avere reali contatti o scambi con accademie, salotti letterari, altri intellettuali e scrittori che affollavano le corti dell’Italia del Sud. A sancire la sincerità e l’originalità dei versi è il carattere personalissimo dell’opera, scevra di esercitazioni o bellurie che ne avrebbero abbassato il valore e l’originalità. Isabella Morra ha un’unica soluzione all’isolamento personale: la poesia, in cui si evidenzia una timida traccia di Francesco Petrarca, specialmente nella metrica laudativa, nella scrittura di parole tematiche, nell’evocare immagini pur allontanandosi talvolta dal codice petrarchesco con soluzioni stilistiche più personali. Isabella Morra è voce unica che si erge dal modello delle poetesse del movimento di Petrarca e Bembo. Nei contenuti della poetica di Isabella di Morra c’è sempre l’amore, doloroso, perché lei stessa relegata tra le mura di un castello si sentiva estromessa da ogni esperienza sentimentale e umana. Probabilmente, grazie alla sua propensione per il classicismo umanistico del Petrarca, pur nelle rivisitazioni in osmosi con il tentativo riuscito di imprimere originalità alla sua poesia, Isabella mostrò sensibilità sia verso il motivo pagano, sia verso la mistica cristiana: è così quando invoca quasi parallelamente la Fortuna e la Vergine Maria. Infatti, non è improprio ammettere che il modello classico e la sua imitazione hanno riguardato temi religiosi cristiani, come quelli dedicati alla Vergine. È proprio grazie all’Umanesimo e alla rilettura dei classici e della poesia latina pagana che questa operazione viene resa percorribile. Il Canzoniere della Morra, costituisce un documento originale nella poesia italiana del Cinquecento: il suo dramma umano, la sua intima sofferenza, mai retorica, rappresenta una tragica vicenda raccontata in poesia. Quella di Isabella Morra è una poetica che ha anche uno sfondo pittorico: il paesaggio isolato, in parte boschivo e in parte lambito dal mare, con una sorta di piattaforma che definirei emotiva e che riguarda gli affetti familiari, conflittuali e distanti, aridi e malfermi. Dunque, una sostanziale propensione all’amore platonico, quello ideale del Simposio, un mezzo di ascesa al Bello e all’Armonia che, in realtà, in Isabella sembrano verosimilmente naufragare. E, di questi valori e contenuti, Isabella fa buon uso, ora mediandoli ora facendoli navigare parallelamente.

Necessario per la comprensione di alcuni contenuti della poesia di Isabella è soffermarsi sul tema della Fortuna, riferimento ampiamente riscontrabile tra le rime più poetiche e intense di Isabella. La Fortuna è elemento mediato che non si riferisce semplicisticamente alla dea bendata: essa ha un senso misterico e il fascino di un evento ineluttabile di dolore e talvolta di piacere. Che la fortuna possa anche essere letta nella sua accezione di destino sembra verosimile oltre che giusto e, accettandolo, come sembra fare Isabella, significa sopportarlo e in qualche modo gestirlo. La Fortuna è crudele e la Morte incomprensibile:

Se a la propinqua speme nuovo impaccio
o Fortuna crudele o l’empia Morte,
com’han soluto, ahi lassa, non m’apporte,
rotta avrò la prigione e sciolto il laccio.
Ma, pensando a quel dì, ardo ed agghiaccio,
chè ‘l timore e ‘l desìo son le mie scorte;
a questo or chiudo, or apro a quel le porte,
e, in forse, di dolor mi struggo e sfaccio
.

È l’elegantissimo poetare di una donna dell’epoca, per cui scrivere è l’unico sospiro di disperata vitalità. Leggendo Isabella Morra, ci vengono in mente certi autori cristiani che nella loro fede monolitica hanno spesso cercato la purificazione dell’amore terreno in amore cristiano, verso Cristo, la Vergine, la Croce e la conseguente sublimazione attraverso il dolore di questo fatale connubio fortuna-destino. Dunque, il codice stilistico si riassume nella dicotomia della forma e del contenuto, ispirato anche come percorso psicologico sul raggiungimento della bellezza e dell’armonia, pur nella consapevolezza dell’immanenza del dolore e del sacrificio, anch’essi strumentali alla visione spirituale di Isabella Morra. Il Canzoniere non è storia poetica di un amore, soprattutto perché l’amore, tantomeno quello terreno, non è la ragione dominante nelle rime ma una lettura esistenziale della fragilità delle cose e degli uomini, della precarietà in generale di questo spazio ambiguo e sempre ambivalente della Fortuna e della Fede, anche sugli affetti familiari lontani. La sua è, forse, come è stato detto, un’autobiografia poetica. Il tutto partorito da una condizione affettiva per niente solida e sicura, mai espressione di un riferimento riscontrabile nelle stesse poesie in cui l’aggettivo in uso più frequente è frale, cioè incertezza, provvisorietà, transitorietà, speranza perduta. Pieni di metafore sono i versi di Isabella, dal fiume confidente, all’evasione dal borgo che le ha dato i natali, dal bosco proiezione della propria solitudine, al mare come momento del ritorno dell’unico affetto familiare: il padre. E, nel tentativo di dissolvere in sé l’infelicità e la solitudine, lei sembrava stringersi al Cristo sacrificatosi per gli altri, descrivendo le sue sembianze umanissime, di ogni uomo comune, come voleva in realtà apparire. Con disincanto e senza particolare meraviglia, pare contemplare la natura circostante e quei luoghi che le sembravano uno scenario quasi parallelo al tentativo di purificazione verso la quale tendeva. La sua immediatezza nella descrizione delle emozioni che divengono riflessioni sulla fallacità delle cose umane è una virtù poetica tutta al femminile.

I pochi scritti superstiti di Isabella Morra furono rinvenuti durante l’istruttoria condotta dall’avvocato fiscale Antonio Barattuccio e finiti tra gli atti del processo tenuto in Napoli, dove vennero portati alla luce dal libraio Marcantonio Passero che li fece conoscere, a sua volta, a Ludovico Dolce. Questi li pubblicò nel 1552, nel volume Rime di diversi signori napoletani e d’altri nobilissimi intelletti, nuovamente raccolte e non più stampate, curato dalla casa editrice Gabriel Giolito de’ Ferrari, di Venezia. Furono infine ristampate successivamente, a Lucca nel 1559 e a Napoli, dal Bulifon, nel 1693. Un discorso particolare merita Benedetto Croce, impegnato nella redazione di una vera e propria indagine sulla storia di Isabella e Diego, scritto modernissimo nella stesura e unico nel genere e nei contenuti, perché lo sforzo dell’intellettuale di Pescasseroli era nato come tentativo di risolvere il giallo di Favale: scoprire addirittura il luogo in cui l’affascinante poetessa venne sepolta dopo essere stata barbaramente trucidata. Dalla pubblicazione, la migliore che si possa leggere nel vasto panorama di saggi, letture, analisi, critiche che riguardano la poesia e la vita dei Morra fino a oggi, si percepisce l’invaghimento e il trasporto sentimentale che Croce ebbe nei confronti di Isabella Morra. L’opera del filosofo abruzzese è del 1928: Storia di Isabella Morra e Diego Sandoval de Castro: portò alla ribalta la poesia di Isabella e la triste storia di un fratricidio e di due orribili omicidi fra loro correlati. Fu lo stesso Croce che si recò in Basilicata nei primi del Novecento, in una zona ancora ai margini del Paese, impervia e per certi aspetti inospitale. Si addentrò nei documenti del processo intentato dagli spagnoli contro i fratelli Morra per l’omicidio di Sandoval e trovò le poesie di Isabella conservate dagli ufficiali giudiziari che erano parte degli atti processuali. Grazie all’enorme contributo di Croce, oggi abbiamo un quadro di comprensione della poesia di Isabella chiaro e consapevole, sia della sua originalità, importanza, profondità, sia di uno spaccato del suo tempo e della sua regione. La poetica ha immediatezza, fervore, abbandono, vortice passionale che sono il leitmotiv della poesia femminile del Cinquecento. La poesia di Isabella è anche una riflessione della condizione femminile che anche oggi non è certo avulsa da violenze e soprusi: la tragica figura di una poetessa che diviene icona di tutte le donne vittime di una realtà ostile, che ne impedisce libertà di espressione e di relazioni. Così Croce sulla sua scelta di seguire il percorso umano e poetico di Isabella: Ed io ho voluto recarmi nei luoghi dove è vissuta questa breve vita e cantata questa dolorosa poesia; in quell’estremo lembo della Basilicata, di cui ha parlato il Lenormant, tra il basso Sinni e il confine calabrese, tra la riva del mar Jonio, dove verdeggia la foresta di Policoro, e il corso del Sarmento, che versa le sue acque in quel fiume: un pezzo della Magna Grecia e della regione detta la Siritide, che, memore di quanto di essa celebrano le storie, sogna sempre una vittoria sulla malaria desolatrice e un rifiorimento dei suoi campi e della varia operosità dei suoi abitatori. L’indagine di Benedetto Croce comincia con l’ammissione della credibilità storica del racconto di Marcantonio di Morra sulle faccende della sua famiglia e del casato: fu pubblicato nel 1629, a Napoli, quando era regio consigliere. Un capitolo a parte, viene dedicato al paese dove ella visse e morì. Benedetto Croce parla di un pezzo della Magna Grecia, dove addirittura poco distante dalla stazione di Nova Siri da dove lui è giunto, si trova la tomba di un garibaldino e medico, che volle essere colà sepolto, fuori del dominio dei preti, in faccia al libero mare. Non disdegna, magistralmente, di descrivere questa terra così povera, con le sue ricchezze storiche che sembrano contraddire il contesto: il castello di Bollita che fu di Sandoval, nonché il luogo natale del borbonico ministro di polizia Giampietri, pugnalato dai carbonari napoletani nelle rivolte del 1821 e del nonno di Settembrini, del quale si mostra ancora la casa avita. Benedetto Croce prosegue questo libro memorabile lamentandosi della conservazione del castello di Sandoval, un tempo ben protetto alle sue spalle, ma oggi ridotto ad abitazioni private. La descrizione del sito commuove, è intensa e intrisa quasi di nostalgia, si percepiscono un cauto sdegno e un celato dolore nel prosieguo del racconto. Ecco scorgere la mulattiera che congiungeva Bollita alle terre di Favale e rivivere, come il disagio inferto da una ferita ancora vivida, il percorrere del barone e poeta e lo sciagurato pedagogo di casa Morra, apportatore della lettera fatale. Croce sembra emozionarsi quando scrive che quella vista aveva davanti agli occhi immutabile, quel mormorio udiva incessante la giovane Isabella, relegata nel rude castello, in un paese allora quasi impervio, remoto da ogni consorzio culto e civile. In un crescere di pathos, aggiunge: E, nel contemplare questo scenario montano che ha, e più aveva dell’orrido, quando la roccia non era stata incisa dalla nuova strada e scendeva compatta al fiume, quasi si rinnovella l’oppressione e l’impeto disperato che fremeva in quel petto femminile. Dietro una cortina di colli, è il monte Coppola, di quasi novecento metri, che con ogni probabilità ispirò la sventurata e che ascese talvolta con la persona e più spesso con la fantasia, a mirare il lontano mare, ricercandolo in lungo e in largo con deserta brama prigioniera. E ancora dalle sue alture si vede Noia, il bosco che fu fatale a Sandoval, a settentrione invece, oltrepassato il fiume, si raggiunge Senise, dove dimorava la gentildonna che dava alla misera lume di aiuto e di liberazione. Croce fece addirittura effettuare scavi alla ricerca delle spoglie della poetessa sotto la chiesa ai piedi del castello, purtroppo invano, tanto che ancora oggi non si conosce dove sia stato sepolto il corpo di Isabella. Un vero e proprio caso di omicidio e occultamento di cadavere, in una modalità davvero raccapricciante. Affranto, Croce sembra sfiorare quelle pareti mute di vergogna, lo si legge nel suo racconto: Tra le mura ancora superstiti del vetusto castello, tra le quali mi sono aggirato e a lungo soffermato, Isabella sanguinò, trafitta dalle mani fraterne; in questa bellissima immagine letteraria, il filosofo crea un’immagine soave che mi fa pensare al dolore e al sacrificio di una Madonna che sa di immolare il proprio figlio agli uomini, tanto biechi quanto sconosciuti. Così continua il drammatico racconto: Ed ebbe riposo nella chiesa, che è giù ai piedi del castello, dedicata a San Fabiano: chiesa affatto ammodernata e dalla quale furono tolte le lastre di marmo che coprivano i sepolcreti e forse con esse l’indicazione di quello in cui erano deposti i corpi dei personaggi della casa baronale. Il parroco, venendo incontro al mio desiderio, ha fatto aprire un varco nel muro sottostante; ma i cumuli di ossame e gli interposti scompartimenti hanno impedito una completa esplorazione.

Negli ultimi componimenti, la poetessa sembra conoscere il suo destino funesto: allude a una predatrice e violenta mano, ragione che ci lascia immaginare che Isabella conoscesse bene il rischio che correva per mano dei fratelli incolti. In una delle poesie, Isabella Morra descrive i fratelli come persone rozze, refrattari alle necessità umane e fisiche dell’anziana madre che, nei fatti, era stata abbandonata anche da Giovan Michele Morra: definisce così la condizione dei suoi carcerieri come quella di esseri viventi in “estrema e orrida fiacchezza”. A Isabella, invece, mai erano giunti, neppure da lontano, il conforto e quella protezione che con tanta tenera perseveranza la giovane poetessa desiderava dal padre. Quello rimase sempre sentimento sperato e invocato: D’un alto monte onde si scorge il mare / miro sovente io, tua figlia Isabella, / s’alcun legno spalmato in quello appare / che di te, padre, a me doni novella. Anzi, proprio l’amato padre, quando i fratricidi ripararono in Francia, vigliaccamente si adoperò, grazie al favore acquisito presso il re transalpino, a fiancheggiare e ben integrare nel contesto sociale i figli assassini: essi non subirono mai un regolare quanto legittimo processo e il padre si guardò bene dal consegnarli alla giustizia. Isabella scriveva che i cari pegni del mio padre amato / piangon d’intorno. Ahi, Ahi! Misero fato, / mangiare il frutto ch’altri colse, amaro; / quei che mai non peccaro / la cui semplicità faria clemente / una tigre, un serpente. L’assassinio finì per interessare la corte imperiale ma solo perché era stato coinvolto uno spagnolo non per la donna: dei fratelli Morra solo il maggiore andò in prigione, per qualche mese, per poi essere riconosciuto innocente. Non poche domande si pongono sia sulla dinamica dell’omicidio sia sull’occultamento del corpo. Non da meno, il ruolo delle donne della casa, madre e sorella di Isabella che avranno in qualche modo dovuto accertarsi della scomparsa della sventurata. E il povero precettore, dove e come fu ucciso? Ricordiamo che i fratelli fuggirono in Francia non per l’omicidio della propria sorella e del precettore, ma per aver ucciso Diego Sandoval de Castro: il crimine finì all’attenzione della corte spagnola che pretese di conoscere la dinamica dei fatti, chi lo uccise e con quali modalità, il luogo del misfatto e, addirittura, chi tradì il giovane cavaliere spagnolo facendo recapitare ai fratelli di Isabella le informazioni sui suoi spostamenti.

Diego Sandoval de Castro fu il discendente di Pedro Sandoval de Castro protagonista delle guerre del Gran Capitano per la conquista spagnola di Napoli. Per questi servigi ottenne in feudo dal Re cattolico nel 1505, le terre di Bollita, in Basilicata. Diego ebbe queste proprietà in eredità e fu soldato nell’esercito dell’imperatore Carlo V prima di essere investito della baronia di Bollita, oggi Nova Siri, ottenendo la castellania di Cosenza, prendendo parte alla battaglia di Algeri. In seguito, fu accusato in contumacia di fellonia e subì un processo in contumacia. La conoscenza che abbiamo del suo nome e della sua personalità fu soprattutto per l’intreccio sentimentale che lo legò alla baronessa di Favale, Isabella Morra. Proprio in questo torbido intrigo di gelosia, di vicissitudini familiari e affari politici, maturò la trappola omicida contro il povero Sandoval, trucidato e sfigurato da tre colpi d’archibugio nel vicino bosco di Noia. Dunque, le vite di Diego e di Isabella furono legate, petrarchescamente, in una spirale amorosa fatta forse anche di platonici sentimenti affettivi. Il 28 marzo 1542, Diego Sandoval de Castro pubblicò le sue Rime, con un’introduzione di Girolamo Schola di Faenza che conteneva quarantatré sonetti, tre madrigali, alcune serie di ottave amorose con versi dedicati al re di Spagna: Canzone all’Imperatore. Nelle sue rime, cantò l’amore, il dolore e la bellezza della donna nella sua versione più soave ed elegante. Il volumetto si apriva con una lettera dell’editore al Sandoval, nella quale sosteneva che: Havendo più volte lette e rilette le vostre eleganti e tersissime rime, ho giudicato tra me stesso essere voi pervenuto all’ultimo versaglio della poetica facoltà. La canzone scritta per l’imperatore spagnolo Carlo V, invece, conteneva parole di rivalsa: Nata di sdegno in mezzo all’arme, e risultava essere piuttosto un’esortazione alla prosecuzione della guerra contro il Turco, dopo la sconfitta subìta dalle armi imperiali ad Algeri. Nel 1543, Diego Sandoval fu accusato del delitto di fellonia e fu sospeso dal guberno et tenentia del castello di la cita di Cosentia. Carlo V gli concesse una proroga di quattro mesi per difendersi e discolparsi e, non essendosi presentato, fu dichiarato bannito e contumace e se n’era andato ad habitar in Benevento. Come ci riferisce ancora il Croce, la cittadina campana apparteneva al pontefice e in effetti lo era, un luogo d’asilo pei delinquenti del Regno, posto nel bel mezzo delle province napoletane. Dunque, a nulla valse la parentela della moglie con il sovrano di Spagna, né il rispetto che Carlo V aveva dimostrato con le sue proroghe verso Sandoval: don Diego, pur conservando i suoi titoli per l’eredità, venne bandito dalle terre del Vicereame di Napoli, nel quale si trovava Bollita, per motivi e colpe mai totalmente chiarite. A questo punto, Sandoval de Castro, divenuto un latitante, dovette rientrare spesso clandestinamente a Bollita dalle terre del Papato per far visita ai suoi cari. Questo è il dettaglio che gli costò la vita per mano dei fratelli Morra che lo attesero, nascosti nel bosco, per ben tre giorni. Il resto è cronaca di un assassinio annunciato. Inoltre, il rapporto epistolare con Isabella, fu la condanna a morte per Diego. Le lettere tra Isabella e Sandoval furono intercettate dai fratelli della povera ventitreenne; i tre, rozzi e violenti, non condividevano quel rapporto illecito tra Isabella e il nobile spagnolo, coniugato e con figli. Non solo, verso la famiglia Sandoval c’erano soprattutto inimicizie storiche dovute a motivi politici: i Morra erano filofrancesi e i Castro spagnoli. Sandoval, bello e incline a relazioni amorose, aveva sottovalutato la portata del carteggio con Isabella Morra, nonostante la logica ci faccia propendere per una relazione assolutamente platonica fra i due. La bella Morra si illudeva di poter uscire dalla sua prigione dorata tra boschi e lacrime furtive accompagnata solo da una natura selvaggia e da fratelli che, con una sensibilità diversa dalla sua, la tenevano quasi nascosta tra i cancelli e le grate di un sinistro castello lucano. Si illuse, Isabella, che donna Giulia Orsini, principessa di Bisignano, potesse salvarla e forse condurla altrove. Nel suo soggiorno sorvegliato, conobbe proprio la moglie di Diego, Antonia Caracciolo, che fu sua amica e forse valida consigliera. Fu lei stessa, addirittura, ad acconsentire che il marito le scrivesse missive poetiche facendole recapitare a Isabella con il proprio nome, affinché i Morra non venissero a conoscenza del vero mittente.

Al feudo di Bollita, comunque, Diego faceva ritorno periodicamente e furtivamente. Tramite la Caracciolo e il maestro di lettere, Isabella e Diego si scambiarono un carteggio divenuto misterioso a causa della sua distruzione. Erano solo poesie? Confidenze familiari? Questioni che riguardavano lo sfondo politico e il conflitto franco-spagnolo che separava le due famiglie? Non è dato sapere se tra loro ci fosse una vera liaison sentimentale: non v’è prova di relazioni amorose nelle rime di lei né in quelle di lui, almeno nei versi a noi giunti. Nel 1545, un pacchetto di scritti di Sandoval finirono nelle mani dei fratelli: Decio, Cesare e Fabio, dei quali Isabella si era già lamentata in poesia e verso i quali nutriva una profonda disistima per la loro protervia. La grettezza e la loro cultura oscurantista rappresentarono un punto di non ritorno. Fu il tempo della cospirazione e pianificazione della mattanza dei tre colpevoli: Torquato, Isabella e Diego. Don Diego, colto nel parlare e nello scrivere, pare frenare gli slanci emotivi di Isabella visto che lui stesso non avrebbe voluto mettere in discussione la propria vita familiare. Il comportamento di Diego che apparve talvolta pacato e spesso attento: fece in modo che la ventitreenne Isabella conoscesse per via epistolare Luigi Alamanni, poeta di Firenze, senza gelosia alcuna. Diego ci appare più distaccato e forse avverte Isabella:

Quella ch’è detta la fiorita etade,
secca ed oscura, solitaria ed erma
tutta ho passato qui cieca ed inferma,
senza saper mai pregio di beltade.
Qui non provo di donna il proprio stato
per te, che posta m’hai in sì ria sorte
che dolce vita mi saria la morte
.

L’amore di Isabella invece, appare più portato alla deriva, mostra slancio emotivo e sensualità, un’ispirazione comunque positiva che la stimolava a scrivere e a produrre. Ma di tutta la produzione della fascinosa Morra non v’è traccia, se non pochi versi: i fratelli distrussero con ogni probabilità l’intenso carteggio, timorosi che le poesie e le altre missive potessero contenere e svelare chissà quali disonori per la famiglia essendo loro stessi figli dell’orrore.

La tragedia non tardò a maturare e a definirsi in una vera e propria mattanza che coinvolse, in diversi momenti e luoghi, tre persone. Infatti, sul finire del 1545, nella vicina Bollita oggi Nova Siri, Diego Sandoval de Castro andava spesso a trovare la moglie, Antonia Caracciolo. I fratelli Morra, dopo aver trucidato il precettore, uccisero anche Isabella. Non c’è appagamento. La prova del disonore risiede in certe lettere et soneti che ‘l dicto don Diego li mandava, e che la sorella dei signori di Favale pareva molto gradire e ricambiare. Diego non è uno sprovveduto e assolda una scorta che servirà a ben poco, visto che si dileguò repentinamente durante l’assalto dei fratelli Morra al povero Sandoval. Infatti, nell’autunno del 1546, i tre Morra, fiancheggiati dagli zii Cornelio e Baldassino, sorprendono Sandoval nel bosco di Noia, dopo un’attesa di tre giorni e tre notti. Lo squarcio degli spari di un fucile primitivo, l’archibugio, metà cannone, metà balestra posero fine alla vita del furioso cavaliere spagnolo. Antonio Barattuccio, avvocato fiscale del Regno, alla richiesta di un resoconto del viceré don Pedro de Toledo, così relazionò: Havendono noticia che don Diego era in Benevento, procuraro tenere col don Diego una persona disconosciuta et li due fratelli vennero de Franza et, havendono aviso de la dicta persona che servea don Diego, come passava per andare ad uno castello suo nomine la Bollita, l’aspectato in un bosco dui o tre dì, dove se trovaro depoi le campane facte et lochi aconciati per tenere gli arcabusi; et passando, li foro tirate tre arcabusate, l’una le dede all’ochio, l’altra a lo ciglio del medesmo ochio, un’altra li fo tirata dalle spalle et li dede a mittà del collo et li scìo de la banda denante. I brutali fratelli compirono lo scempio in nome di un onore che in realtà li disonorava, sostituendosi a una legge che non è scritta se non nel rancore di una gelosia fredda e disperata. Non solo. Sandoval era l’archetipo del male di cui liberarsi perché nutrivano nel loro cuore una inimicizia capitale: anche le autorità che indagarono sull’assassinio, più che di un delitto d’onore, sospettarono di trame filofrancesi verso un esponente della nobiltà spagnola e riempirono tutta la zona di soldati, sorvegliandola metodicamente. Tuttavia, alla richiesta di chiarimenti sull’accaduto dello stesso Imperatore al Vicerè, fu risposto che la Caracciolo, moglie di Sandoval, “me donò querella contro il baron de Favale et fratelli ad causa che tene suspitione che questi lo havessero amazato o facto amazare, chè se diceva che dicto don Diego havea festeggiato una sorella del dicto barone et fratelli, et che in poter suo li haviano trovate certe lettere et soneti che ‘l dicto don Diego li mandava et epsa ancora li havea risposto et donava orechie, et per questa causa èi pubblica voce e fama llà che dieti fratelli lo haveano amazato”. Il viceré Pedro de Toledo pretese i colpevoli e intervenne in prima persona: fu incaricato il governatore della Basilicata, Alonso Basurto che con i suoi soldati rastrellò a lungo il territorio, devastando l’intero circondario; ma i cinque Morra erano ormai fuggiti in Francia. L’assassinio di don Diego de Sandoval provocò, all’epoca, reazioni diplomatiche di deplorazione molto più ampie che non l’uccisione di Isabella: la Francia e la Spagna erano in guerra sullo scacchiere dell’Italia del Sud. Era il 4 dicembre e, a tre mesi dall’omicidio, il disappunto dell’Imperatore non si era ancora sopito: il viceré, interpellato ancora una volta, riportava le confidenze del segretario imperiale che intravedeva la causa dell’omicidio di Sandoval nel suo comportamento libertino: Le sucedió la muerte por ciertas liviandades, en que anduvo con una hermana de un barón. Liviandades, leggerezze che costarono la vita a tre persone.

Nei versi della prima delle tre poesie del Canzoniere di Isabella Morra si legge, come in un’autobiografia, la sintesi di un’esistenza drammatica che, si sostiene, conduca per somiglianza dritto alle Ricordanze di Giacomo Leopardi:

Poscia, che al bel desir troncate hai l’ale,
che nel mio cuor sorgea, crudel Fortuna,
sì che d’ogni suo ben vivo digiuna,
dirò, con questo stil ruvido e frale,
causato sol da te, fra questi dumi,
fra questi aspri costumi
di gente irrazional, priva d’ingegno,
ove, senza sostegno,
son costretta a menare il viver mio,
qui posta da ciascun in cieco oblio
.

Ma se Leopardi riuscì in ogni caso a evadere dalla prigionia dell’odiata Recanati, soggiornando spesso a Roma, poi a Bologna, Milano, Firenze e Napoli, dove poté incontrare l’élite culturale e letteraria del suo tempo, non analoga fortuna toccò alla giovane Isabella, costretta al confino dall’infanzia fra le montagne della Basilicata, tra dirupi, foreste e il fiume Sinni. Un primo elemento questo che smonta la tesi del parallelo poetico dei due letterati. Luoghi che la poetessa detestava e disegnava nei suoi versi come valle inferna, o ruinati sassi o ancora vili ed orride contrate, causa del suo isolamento e pertanto della sua inguaribile infelicità. Se di Giacomo Leopardi si leggono i celebri versi de Le Ricordanze: Né mi diceva il cor che l’età verde sarei dannato a consumare in questo natio borgo selvaggio, intra una gente zotica, vil; cui nomi strani, e spesso argomento di riso e di trastullo, son dottrina e saper; in qualche modo si può non notare come essi, nei contenuti e nello stile, siano leggibili forse nella prima delle tre Canzoni di Isabella: Dirò con questo stil ruvido e frale alcuna parte de l’interno male causato sol da te fra questi dumi, fra questi aspri costumi di gente irrazional, priva d’ingegno. Nella medesima Canzone, secondo alcuni critici, Isabella ci sembra ancora anticipare il poeta di Recanati: Quella ch’è detta la fiorita etade, / secca ed oscura, solitaria ed erma / tutta ho passata qui cieca ed inferma / senza saper mai pregio di beltade. È assolutamente impossibile fare un raffronto fra le due poetiche per la differenza di vastità dell’opera di Leopardi anche se delle assonanze ci appaiono riconducibili e similari nei due poeti. Vero è che anche Isabella, come Leopardi sul monte Tabor, si ritirava sul monte Coppola, solitario e silenzioso. Ma il numero di scrittori e di intellettuali che hanno cercato di ritrovare dimensione spirituale e ispirazione negli eremi e sulle montagne è molto elevato e recidivo nelle loro opere. L’idea che Isabella Morra e Giacomo Leopardi hanno delle popolazioni dei propri luoghi, percepibile nelle varie definizioni di zotica e vil, nel borgo selvaggio, gente irrazional, priva d’ingegno, pare essere figlia di una mentalità aristocratica consolidata nei secoli, che non tiene conto della povertà e della mancanza di strumenti della gente comune dell’epoca. D’altro canto, c’è l’appello alla natura chiamata in soccorso per alleviare l’umana disperazione: O graziosa luna, io mi rammento, Che fai tu, luna, in ciel? D’in su la vetta della torre antica, passero solitario, mentre nella Morra si intende dire: Quanto pregiar tu puoi, Siri mio amato, O valle inferna, Torbido Siri, del mio mal superbo. Non solo, soprattutto in Isabella, la natura selvaggia e l’oblìo silenzioso che la circonda, affermano tuttavia una sorta di corrispondenza con gli spiriti che imperversano nel vuoto degli eremi:

Per voi, grotta felice,
boschi intricati e ruinati sassi,
Sinno veloce, chiare fonti e rivi,
erbe che d’altrui passi
segnate a me vedere unqua non lice,
compagna son di quegli spirti divi,
c’or là su stanno in sempiterno vivi
.

Per la mancanza di affetti e di relazioni, Isabella si abbandonava al dolore, estremo quanto soave, drammatico quanto delicato: Ulule, e voi del mal nostro indovine, / piangete meco a voci alte interrotte / il mio più d’altro miserando fine”.

L’Umanesimo e il Rinascimento, in realtà, non diedero impulso decisivo a quella rivincita femminile in un momento storico di notevole e profondissimo cambiamento culturale e sociale. Le donne assunsero non solo in campo letterario, un ruolo più pregnante nella società, ma non è corretto parlare di emancipazione vera e propria. Il riconosciuto ruolo da protagonista di queste donne, ricordiamolo, era possibile soltanto in due condizioni: perché si era di stirpe nobile o perché cortigiane. Le poetesse avevano la possibilità di frequentare circoli letterari, salotti di mecenati, corti di re, principi e feudatari. Sono da ricordare tra le altre: Tullia d’Aragona, Veronica Franco, Barbara Torelli, Laura Battiferri, Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Gaspara Stampa. Isabella rimane un caso isolato che non corrisponde alla tipologia delle scrittrici citate, né alle condizioni elencate. Infatti, la sua lontananza da ogni centro della vita politica e sociale del regno fanno di lei una cantrice peculiare nel suo ruolo di eremita, voce indiscussa di quel meridione dimenticato e reso marginale dal resto del mondo. Isabella crede nell’immortalità dell’arte e in una forma liberatoria di religione, ben armonizzata con lo stile petrarchesco che rimane riferimento e valore. Isabella non ha conosciuto amori realizzati o vissuti. Parla di verginità e di stupore, di bellezza e, talvolta, il disincanto del sogno ormai svanito che la coglie quasi alla sprovvista di tutto. Ma sullo sfondo, la fede e la religione sembrano sopraggiungere dopo l’inganno di una vita senza emozioni e senza amore. La fede, per Isabella, come per tantissimi cantori precedenti e dei suoi tempi, diviene purificazione estrema della propria condizione. Nulla deve chiedere in termini di perdono perché nulla ha commesso, se non patito sofferenza e ingiusta solitudine. È proprio nella fede che Isabella molto probabilmente si rifugia, unico egoismo che si concede sull’altare di sentimenti e pulsioni mai pienamente realizzati, sempre vagheggiati e mai esauditi in un qualsivoglia vortice di passione. In Cristo, intravede l’illuminazione che non le è stata concessa in vita: a Cristo chiede di essere indicata come la sua fida amante: Escon di fore / dolci parole c’ogni afflitto core / sgombran di duolo, e sol piacer vi fioca / e di letizia eterna ogni un trabocca. Sensualissimo e molto terreno mi pare questo amore di Isabella per il Cristo sacrificato: Le guance son di fior celesti adorne e piane / a le speranze umane. Così come il corpo bello del Cristo merita il sacrificio di un altro corpo: Corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio / a te consacro il mio: / la mente mia qual fu la mia statura / con gli occhi interni già scorge e misura. La narrazione quasi minuziosa del bel corpo di Cristo così continua:

Ritrarre in versi il tuo bel volto umano,
or sol per disfogar i desir miei,
ad altri no, ma a me sola vorrei,
ed iscolpirmi il tuo celeste velo.

Colpisce la frase per disfogar i desir miei, che nulla cela nell’adorazione quasi fisica del Cristo.

O mia e tutte l’altre lingue mute,
perché non dite ancor de’ suoi capelli,
tante del Sol più belli
quanto è più bello e chiaro egli del Sole?

Non sorprende, a questo punto, la materialità nell’approccio sentimentale e religioso verso l’uomo ideale che si intravede nella figura del Cristo, in questo XII sonetto, in cui Isabella descrive dinamicamente anche i capelli dell’Uomo che salvifica ogni cosa:

O chiome uniche e sole,
che, vibrando dal capo insino al collo,
di nuova luce se ne adorna Apollo!

Si sottolineano parole fortemente evocative di sentimenti e vibrazioni per l’altro del tipo:

Signor, da questa tua divina bocca,
di perle e di rubini, escon di fore
dolci parole c’ogni afflitto core
sgombran di duolo,
guancie di fior celesti adorne,
[…] le mani tue non dirò belle,
per non scemar, col nome, lor beltade:
mani che molto innanzi ad ogni etade
ci fabricar la luna, il sol, le stelle
[…]
e ancora ala vaghezza del tuo bianco piede
il ciel s’inchina e cede.
Felice lei [a terra] che con l’aurate chiome
le cinse e si scarcò de l’aspre some!

Nulla di più sensuale e terreno, alla stregua di un Cantico che ha fatto convergere quasi parallelamente mistica ed eros in modo così esplicito. A confermare questo pathos nei confronti del Cristo, basta vedere l’ultimo verso di questo XII canto, dove la poetessa sembra giustificare le sue parole cariche di sensualità e trasporto fisico con l’onestà intellettuale che la contraddistingue e la soavità che la caratterizza: Canzon, quanto sei folle, / poi che nel mar de la beltà di Dio / con sì caldo desìo / credesti entrate! Or c’hai ‘l cammin smarrito, / restati fuor, che non ne vedi ‘l lito. Follia e profondità d’amore che le fecero smarrire il cammino e che la costrinsero a un percorso sempre lontano da ogni lido salvifico; venne travolta dalla furia omicida dei tre fratelli caduti nell’oblìo della loro disgraziata e infinita vergogna.