Presentiamo una favola inedita di Bianca Battilocchi, nata dalla congiuntura dei pensieri femminili di Marìa Zambrano e Marija Gimbutas

Tanto tempo fa, prima che le società patriarcali portassero violenza e guerre, gli abitanti dell’Antica Europa vivevano pacificamente, in devozione ad un’unica divinità femminile, la Dea Madre (la Natura stessa) e in una struttura sociale egualitaria per donne e uomini. Leggere l’opera di Marija Gimbutas è già come leggere una favola, tanta è la nostra incredulità a immaginarci che per millenni i nostri antenati abbiano potuto vivere così armoniosamente. Gimbutas ne dimostrò le tracce trovando punti di contatto tra archeologia, mitologia, linguistica ed etnografia. In una prospettiva affine, ostinatamente interdisciplinare, si trova la “ragione poetica” di María Zambrano che investigò la relazione con l’Altro ibridando fertilmente i territori della filosofia e della poesia. La congiuntura di questi pensieri femminili ha dato vita a Isadora e la Gigantessa, una favola per adulti che invita a lasciarsi avvolgere da una realtà che va riletta rispettandone i confini di mistero e sogno.

Bianca Battilocchi

 


Isadora e la Gigantessa

   Una favola di Bianca Battilocchi

 

 

 

– Dublino, marzo 2020 –

 

(a Marija Gimbutas)

 

Gigantessa

 

Considerò di nuovo

il disegno d’entropia

le variazioni pianificate

non era più sicura la divertisse

quello spartito

 

si mise a sognare

per riflettere meglio

 

innumerevoli pori si restrinsero

fino a creare una superficie

perfettamente compatta

omogenea

una come al principio

 

era la vita promessa alla crescita?

 

 

Isadora

 

Gli occhi erano ben aperti

la sovrastava una tenda

distesissima e intessuta di fosforescenze

(che sensazione piacevole quei riverberi di luce)

 

le venne voglia di danzare

 

d’improvviso era al mare

 

senza averne memoria

aveva lasciato immaginose tracce sulla sabbia

un insieme complesso di spirali

intricato e avvolgente come un roseto

 

da quante ore stava ballando?

 

si tuffò per rinfrescarsi

notò i capelli bagnati che aderivano al corpo nudo

erano così lunghi ora

le arrivavano a boccoli sotto alle anche

 

si meravigliò della sua nudità

ma si sentiva così rilassata e in armonia

che questa breve incredulità

divenne desiderio di dimenticanza

 

iniziò a nuotare

con un vigore prima sconosciuto

 

giunse ad un isolotto

che galleggiava ovale e placido

 

la accolse gioiosa una levata di uccelli

che disegnò un grande cerchio nell’aria

 

a guardare l’inaspettata cerimonia

si sentì ebbra e colma di fiducia

 

una corona era sospesa sopra di lei

 

 

 

 

Gigantessa

 

Aprì gli occhi

le venne voglia di giocare con la sua collezione di statuine

accarezzò quella tutta incisa di palmizi

le dispose a fianco quella con una croce ansata sul ventre

e si incantò di fronte a quella gravida

così bella nella sua pienezza tonda

 

pensò alla storia umana

alle abilità manuali e ai preziosi riti

dimenticati nella nebbia dell’involuzione

del naufragio

 

qualcuno tuttavia stava ancora galleggiando

e muovendo nella direzione propizia

 

Isadora

 

Sentì un respiro soffiarle via le ombre dalla fronte

era di nuovo Lei che le narrava la Sua differenza

in un’inconsapevole complicità

un’incarnazione?

 

era Lei a svegliarla di notte

a creare quello speciale chiasmo di cerchi

quella congiuntura che suggeriva

ciò che da sola mai avrebbe potuto pensare

 

venivano da lontano quei sussurri di civetta

quelle carezze al suo orecchio

come un soffio che solleva un velo sottilissimo

 

fiati come onde che si ripetono

le parlavano di scenari sconosciuti

 

 

oh prodigiosa notte

era questa una favola?

immagini di un miracolo?

 

 

Gigantessa

 

Per soddisfare un’improvvisa voglia

si immerse in un favo

e dalle esagonali casette succhiò il dolcissimo miele

 

le api la salutarono

facendole spazio all’ingresso

e disponendosi a ferro di cavallo

 

generose

le promisero di farle trovare

idromele in abbondanza

 

Isadora

 

Attraversata da una linfa

che illuminava il corpo

fino a confonderne i confini

le membra si fecero trasparenti

 

svelavano i misteri della vita sotto la pelle

ipnotici meandri e anelli di correnti

i colori sfumandosi tra loro gentili

 

i passi incedevano leggeri e fluidi

senza indugiare sulla direzione

nessun limite era avvistabile

 

vedeva la luna crescente

e il sole sorgere insieme

sentì fiori nascere dalla sua nuca

e creare meravigliose danze di orditi

i suoi arti come fluttuosi serpenti

con cui abbracciare il creato

finalmente intimo

 

provò ad urlare

e udì un vagito

 

intuì i primi battiti del divenire

il sopraggiungere di un’origine innominabile

clamori di un soliloquio tutto suo

sacro

 

un’angelica messe di immagini

la penetrava

di un passato fertile

di un fondo non più ignoto

 

 

Il ritorno?

 

Fissava il sole e il suo abbaglio

assetata assorbiva i suoi ultimi abbracci

domandando al tramonto

di avvolgerla ancora una volta

con la sua luce

 

Arrivò a casa e scelse ad occhi chiusi una carta dal mazzo

 

la Papessa

 

Sognare è già svegliarsi.

E per questo esiste un sognare che sveglia la realtà ancora addormentata

ai confini della veglia.”

 

(Marìa Zambrano, Il sogno creatore)