Itinerari poetici su Mariangela Gualtieri #2 ⥀ Un fagotto di sillabe si srotola in canto

Pubblichiamo oggi la seconda tappa della nuova edizione del progetto Itinerari poetici, curato da Danila Saracini nel contesto del Festival di poesia totale La Punta della Lingua 2026 e dedicato quest’anno alla poesia di Mariangela Gualtieri. I sei incontri hanno avuto luogo ad Ancona e in altri comuni della provincia nel mese di giugno

 

Dentro la lingua
un fagotto di sillabe
si srotola in canto.
È tempo di cadere
dentro covoni di parole
e farne pane per tutti1

In questi pochi versi inseriti nella raccolta Le giovani parole Mariangela Gualtieri ci invita a lasciarci cadere metaforicamente dentro fasci di spighe/parole per ascoltare «un fagotto di sillabe» divenuto canto, e a trasformare i succulenti chicchi in un pane capace di fornire nutrimento a tutti. È da questa esortazione che nasce il nostro itinerario che, per molti aspetti, avrà un’impostazione laboratoriale e coinvolgerà ciascuno dei partecipanti/lettori non solo nell’ascolto ma anche in prove di personale recitazione di testi poetici nell’ardimentoso tentativo di creare fra i rumori della caotica vita cittadina un angolino di pace in cui la nostra comunità poetante potrà assumere un alimento in grado di offrirgli mens sana in corpore sano e di condurla al raggiungimento dell’armonia psicofisica da tutti noi tanto agognata. La poesia infatti, per chi ne ascolta rapito il canto, può realmente diventare un oraziano angulus2, un luogo fisico e mentale nel quale trovare un efficace antidoto contro l’abituale frenesia indotta dalla tirannia del veloce scorrere del tempo e contro le ansie del nostro quotidiano. Con essa si potrà riscoprire forse «ciò che ci rende umani», tema particolarmente caro al Teatro Valdoca che dal 2012 organizza su di esso una Rassegna omonima ideata e diretta dalla Gualtieri e da Cesare Ronconi, nella convinzione che l’attuale crisi valoriale non abbia cura migliore della poesia, filosofia e arte3.

Per iniziare il nostro percorso itinerante, metafora di un cammino che ciascuno di noi percorre con le esperienze della propria esistenza, e per cercare in primo luogo di avvicinarci al nucleo centrale del fare poesia di Mariangela Gualtieri ci può essere utile leggere quanto lei stessa ci dice in apertura del volume che ha dedicato all’arte del dire:

Questo ci tocca: liberare nell’aria il verso, trovare la sua forma sonora. […] Questo dire il verso. Regno di sottigliezza, di appena, margine fra esperienza e salto fuori esperienza, fra ragione e magma prima di quella, fra volontà ed abbandono […] Formule magiche schiacciate nei libri – solo al pronunciarle si fanno efficaci. E formule mantriche, solo in voce trovano compimento. E spartiti di musica, tutti, chiedono fiato, gole, dita per farsi forma sonora. Così ogni verso. Ogni poesia implora un respiro che la dica. Essere detta. Detta per bene in sua ritmica e melodia e timbrica e interni silenzi4.

Da queste parole è evidente che per la nostra meravigliosa poetessa in poesia la parola scritta non è semplicemente un insieme di segni grafici portatori di un significato ma è anche un suono che chiede di prendere corpo nella voce. Solo grazie a quest’ultima potrà infatti manifestare pienamente tutte le sue potenzialità espressive offrendo al nostro stare qui ed ora una sorta di mantra acustico utile per ritrovare l’equilibrio dello spirito. Dice infatti in una delle poesie della raccolta Le giovani parole:

La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime alle costellazioni
ai mondi più lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.
Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione5.

In questi versi è contenuto un invito a fermarsi in contemplazione del mondo e ad emettere e ascoltare suoni che con le loro vibrazioni, come le fusa del gatto, tranquillizzando lo spirito ed esprimendo una condizione di pace, ci permettano di trovare la felicità. Il riferimento alle fusa di quella che definisce sua «sovrana» è molto interessante perché esse non comunicano solo uno stato di benessere, sicurezza e relax dell’animale ma servono anche ad alleviare il dolore e lo stress e a richiedere cibo e attenzioni. In questo secondo caso esse sono, dunque, un meccanismo di autoguarigione e calmante. Quel suono ha una funzione terapeutica e diventa un mantra che armonizza l’energia interna, come accade nella meditazione orientale.

Nello stato contemplativo di cui il testo ci parla le vibrazioni della voce si fondono perfettamente col silenzio sia perché il soggetto è in posizione di ascolto sia per le pause sonore contenute nello spartito musicale delle parole emesse. Si raggiunge allora quello che la Gualtieri, riprendendo un’espressione di Amelia Rosselli, ha definito l’incanto fonico. Ci dice a questo proposito: «Gli astanti silenziosi tutti. In un appena del respiro. Ognuno apre sua stanza del tesoro, teso ognuno in ascolto pericoloso. Voce al verso. Immersi tutti in unico bagno acustico»6. Il silenzio è in grado di proteggere ciò che con gli occhi del corpo e della mente si sta indagando, evita di far cadere quanto osservato nel nulla da cui è emerso e favorisce l’ascolto della voce interiore che desidera trasformarsi in un suono parlante. Di fronte a un testo scritto la parola che si fa suono pronunciato rinasce e riprende a vivere rinnovandosi ogni volta nel presente. Per questo la parola poetica è da lei definita «giovane» visto che è un evento che accade qui ed ora diventando «filosofico canto». Come ha ben osservato la giornalista e pubblicista Leonarda Tola in un articolo a lei dedicato nel 2016, Il cantico delle grazie7:

Per lei la poesia è «filosofia», un viaggio interiore di chi sa scavare con dolore dentro il fango e la vischiosità magmatica che è l’essere. Nella tensione che cerca il passaggio segreto per liberare ciò che si è dalle scorie che appesantiscono e nella fatica insonne di ripulitura per far rilucere l’argento dei vasi incrostati delle nostre menti insidiate, sta la grandezza della poesia di Mariangela Gualtieri. Una scintilla di fuoco rubata al cielo per far luce sul buio del mondo. Una poesia che è «l’inizio del volo dentro il cuore di un dio», come invoca, restituendo leggerezza e grazia anche alla morte, con il coraggio dell’«impavidità», finalmente conquistata.

Come ci si può però garantire tale silenzio contemplativo, in che modo lo si raggiunge? Una esaustiva risposta a tale quesito, molto urgente per chi come noi è un passeggero itinerante inserito tra il traffico e i rumori dell’ambiente esterno cittadino, la si può trovare nella lettura di una lirica della raccolta Quando non morivo intitolata Bosco amante buio8:

Entra nel bosco.
Ogni tanto lascia
e poi entra nel bosco.
Entra sola nel bosco. Entra
piano.
Il primo grido d’uccello
è il tuo nome.
Se incontri acqua, entra nell’acqua.
Se incontri fango, entra. Pianta
i tuoi piedi le mani dove la terra cede
e il tuo passo innesca
l’allerta grande il respiro appeso
della foresta.
Poi scendi ancora dove c’è solo
ombra. Senti le creature senza luce.
Resta immobile. Taci.

E quando il cuore
più forte batte, fermati – ascolta –
dai nome alla paura.
Studia bene il suo trono.
Come cambia il respiro
come ti tiene. Allora scendi
nel più fitto del bosco. Trema più forte.
Guarda come tremi. Studia – come s’accende
la potente paura. Impara le sue esche
nel sacro impasto dove la morte
esce dal guscio.

È questo il luogo dove tutto il cielo
cade e viene. La terra lascia fare
e tutto lega tutto s’impasta e cresce.
Tutto va come deve, ricuce
e scuce, affonda sale e si spande
morendo nutre se stesso mentre nasce.

Il secondo uccello che sbattendo
le ali ti atterrisce, comanda questo:
lascia che il bosco entri. La paura
è scesa dal suo trono.

Adesso prega. Perfettamente.
La preghiera è ascolto e tu sei ora
nel più perfetto tempio della terra.
Allora quando appare più in là

il capriolo, o incredibile il cervo
girando la sua testa di fenomeno
guarda te dal suo tacere grande
d’animale, sentiti benedetto dalla terra
e dal cielo,
tramite te la specie nostra va a bere.

Poi torna a casa.
Torna – studia – fai le tue cose
per bene. Stai vicino
stai dentro la traballante specie. Nostra.

Ma poi vai al bosco. Per tutti vai,
prega per tutti tu. Assumi anche per noi
le potenze del bosco. Tieni viva
la inquieta storta specie con orchi. L’arrogante
nostra. Tienila tu tra le mani.

Il testo è in primo luogo un invito rivolto dall’io lirico a sé stesso e al lettore a compiere quando è possibile un cammino interiore lento e solitario verso l’oscuro ed intricato bosco della propria ombra, lasciando andare per un attimo le necessità del quotidiano. Ci descrive poi minuziosamente quanto avviene nell’intraprendere questo percorso. Quando si entra si sente per prima cosa aleggiare nell’aria il proprio nome, un’identità che scricchiola e che si incrina creando a poco a poco uno stato d’ansia e paura, un autentico terrore che chiede in ogni caso di continuare a percorrere la strada verso le profondità nascoste del proprio spirito. La poetessa invita poi ad immergersi in tutti gli elementi che popolano questa zona d’ombra, a piantare le mani e i piedi nei punti in cui si sta per perdere equilibrio, a sintonizzare il proprio respiro con quello della foresta e ad ascoltare, restando completamente immobili e silenziosi, le creature che vivono in quel buio. Nell’identificarle la paura diventa più acuta, induce a tremare sempre più forte ma nel guardarsi in questo tremito si viene educati e si apprende come evitare di essere catturati dalla manifestazione dell’idea della morte che ha in quel luogo il suo guscio (anche la morte diventa così più accettabile). È questo il luogo in cui tutti gli elementi cosmici sono mescolati tra loro e si impastano perfettamente amalgamandosi secondo meccanismi che ne regolano la persistenza eterna. Questa vista, come per incanto, fa sgorgare la preghiera, predispone ad uno stato di adorazione che solo nel perfetto tempio della terra si può raggiungere e che ci consente di godere della felicità derivante dal sentirsi benedetti dalla terra e dal cielo. Arrivati a questo punto si può tornare alle proprie occupazioni di sempre che l’io lirico invita a compiere con attenzione e cura, nel miglior modo possibile così da contribuire al sostenimento della nostra traballante specie. Ogni tanto però occorre intraprendere di nuovo il percorso verso il proprio bosco interiore, definito nel titolo amante perché una volta conosciuto non si può fare a meno di esserne attratti e di amarlo. Nell’ultima strofa c’è un’esortazione a pregare per tutti, ad assumere le potenze del bosco per tenere viva la storta e arrogante specie umana continuando ad avere per lei un affettuoso atteggiamento di cura. In questi versi è evidente sia l’amore che la poetessa prova per gli uomini e tutto il creato sia il nocciolo fondante del suo fare poesia. Il suo canto richiama tutti noi a tenere viva la nostra umanità, a non farci alienare dalle tante incombenze della nostra esistenza quotidiana, a non dimenticare che non siamo solo corpo e che le zone d’ombra della vita se guardare con occhi attenti sono i tesori in cui è racchiuso il senso stesso del nostro essere. Il buio e l’ombra vanno affrontati e trasformati in una potente risorsa vitale; solo esplorando la parte oscura di noi stessi possiamo infatti riconnetterci con la parte più autentica del nostro essere e superare l’inquietudine che sempre ci caratterizza.

Ma cos’è questo oltre in cui ci si addentra penetrando all’interno dell’amante bosco e come si può godere dello stato di grazia che esso è in grado di concederci? La Gualtieri prova a darci una risposta in tre liriche della raccolta Bestia di gioia in cui ci parla dell’Oltre e degli effetti generati dalla capacità di percepirlo. È con questa lettura che concludiamo il nostro incontro cercando contemporaneamente di rivestire il ruolo di uditori e dicitori di poesia. Leggeremo tutti a turno questi versi nel tentativo di concentrare l’attenzione sulle parole, sui suoni, sull’andamento ritmico dei testi, e cercheremo di fare un’esperienza diretta di un contatto più profondo coll’amante buio della nostra anima.

Oltre, lo sentiamo

Oltre, lo sentiamo
forma non serve – nome nemmeno
si lascia qui l’ingombro si depone
perché poi si scavalca il mondo
e un volo si accende
immenso oltre l’aurora.
Ah! Libertà vorticosa!
Stare bene profondo.
Essere ogni cosa.

 

Quando vuole pregare

Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia e gli occhialini
entra nell’acqua – ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice –
eccomi – poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.

E nello spogliatoio, dopo, alla fine
prova sempre una gioia –
quasi l’avessero esaudita
di qualche cosa che non ha chiesto
che non sapeva. Che mai saprà
com’era.

 

La mano è felice oggi

La mano è felice oggi
Un fare niente la riempie
di pace vegetale. Sono come
in attesa. Sono un animale
che ozia, che riposa nella sua buccia
un frutto appeso al ramo
nella maturazione.
Sono un pugno di ghiaia
del vialetto. Una sterpaglia secca
in una attesa indifferente d’acque.
E così pacificata e illesa
ancora incolume alla vita
deposta ogni pretesa, senza dolore oggi
porto il mio colore rosa
come bandiera
niente altro che uno stare quieti
in attesa. Niente altro che questo
qui e ora9.

Alla fine delle nostre letture ci auguriamo anche noi di essere felici come la mano della poetessa che scrive, di poter raggiungere questa «pace vegetale» capace di farci sentire in armonia con noi stessi e col mondo, di indossare «come bandiera» un vestito che colori di rosa un momento della nostra vita e che, allontanando per un istante lo stress del quotidiano, ci renda appagati di «questo qui e ora».

Invito il mio lettore alla pratica della lettura ad alta voce dei testi proposti nel percorso con un’attenta concentrazione sul suono delle parole e sul ritmo dei versi ricordando che il respiro e il pensiero sono un’unica entità: «Calmi il respiro e anche l’altro segue. Osservi te respirante e l’altro si tacita»10.

 


Note

1 Mariangela Gualtieri, Dentro la lingua, in Le giovani parole, Einaudi, Torino 2015, p. 76.
2
Orazio, Odi, 2,6. In questa Ode il poeta augusteo Orazio confessa all’amico Settimio impegnato in viaggi innumerevoli di voler personalmente passare la sua vecchiaia nella quiete della campagna da lui faticosamente raggiunta dopo tante sofferenze, un luogo reale (da lui identificato nella sua villa di Tivoli o nel podere di Taranto) ma, soprattutto, mentale deputato come il locus amoenus classico al canto e alla poesia. Si nota nel testo la sua formazione epicurea che fa coincidere la felicità con la contemplazione atarattica.
3
Per chi desiderasse approfondire si rinvia all’intervista rilasciata dalla Gualtieri a M. Pascarella nel 2012.
4
Mariangela Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, Torino 2020, pp. 5, 9, 15.
5
Id., La miglior cosa da fare stamattina, in Le giovani parole, op. cit., p. 5.
6
Id., L’incanto fonico, op. cit., p. 6.
7
Leonarda Tola, La poesia per Mariangela Gualtieri, in Il cantico delle grazie, in Scuola e formazione, Cisl scuola, gennaio 2016.
8
Mariangela Gualtieri, Bosco amante buio, in Quando non morivo, Einaudi, 2019, p.89. Per il significato metaforico del bosco può essere utile ricordare quanto detto dalla poetessa in occasione della presentazione del suo rito sonoro Naturale sconosciuto del 2024: «Abito da più di vent’anni in una campagna incolta. Sotto casa c’è un bosco nel quale mi addentro ogni volta che posso. Mi sono accorta che questo paesaggio ha cambiato i miei pensieri, è entrato dentro il respiro e nel cuore, e in modo inspiegabile mi ha portato a scrivere tante poesie, […]. Questo paesaggio è per me fonte di gioia quotidiana e anche di spavento, a volte, col suo buio popolato, con la sua violenza che schianta, col suo eros traboccante».
9
Id., Oltre lo sentiamo; Quando vuole pregare; La mano è felice oggi, in Bestia di gioia, Einaudi, 2010, pp. 13, 48 e 40.
10
Id., L’incanto fonico, op. cit., p. 129.