Itinerari poetici su Mariangela Gualtieri #3 ⥀ Il mistero dello stare soli nel bosco

Pubblichiamo oggi la terza tappa dell’ultima edizione del progetto Itinerari poetici, curato da Danila Saracini nel contesto del Festival di poesia totale La Punta della Lingua 2026, dedicato quest’anno alla poesia di Mariangela Gualtieri. I sei incontri hanno avuto luogo ad Ancona e in altri comuni della provincia nel mese di giugno

 

L’invito ad entrare nel «buio amante» del bosco in cui ci si può sentire finalmente appagati perché vi «arriva la voce del capriolo. / Il battere lesto del picchio. / Il resto ora tace sospeso. / Tutto è un enigma felice / voce senza voce. Tutto dice / di sì mentre tace»1, prima ancora che al lettore della sua poesia è rivolto da Mariangela Gualtieri a sé stessa nell’intimo desiderio di riuscire a percepire il mistero cosmico, ad avvertire di esserne parte e a trovare in quel silenzio la pace. È appunto questo che ci dice in una delle più intense liriche della raccolta Ruvido umano, Mettere me nel bosco con tremore:

Mettere me nel bosco con tremore
nel faccia a faccia col mistero
dello stare soli nel bosco. Mettere la vita
di me dentro il bosco in leggero pericolare
per davvero esserne parte.
Portare questo me respirante fra respiranti
piante da cui questo respiro viene. Prendere
questo bene. Reggere tutto il bosco sulla testa
per adorazione. Cosa è qui che tace così forte
e che tacendo investe la persona e la doma
e la persona inginocchiata poggia la fronte
su tutto il fresco della foresta e dalla testa
esce il dolorante fragore

.                                                                a Lucia2.

È da tale condizione di silenzio contemplativo e di perfetta adorazione, da questo mettere la propria vita in un «leggero pericolare» nell’ombra del bosco interiore per riuscire a «esserne parte» davvero, che nasce la poesia della Gualtieri, completamente tesa a far uscire dalla testa il «dolorante fragore» e a «prendere il bene» che nasce da tale stato di grazia. Molte sono le liriche che vengono da lei dedicate nelle varie raccolte poetiche alla riflessione sulle motivazioni da cui nasce la scrittura e sugli scopi che si prefigge. Tra esse risulta particolarmente interessante la lettura di Per tutte le costole bastonate e rotte inserita nel volume Bestia di gioia3. Qui, dopo aver elencato con una potente anafora iniziale estesa lungo tutta la prima strofa le varie fragilità ed ingiustizie subite dal mondo umano e naturale, la poetessa si dichiara pronta a conoscerle, amarle, penetrarle con la mente e ad accoglierle. Spera così di «ondeggiare col tutto e forse anche cadere» per riuscire a trasformare la sofferenza in gioia o per, almeno, alleviarla per poter godere insieme all’intero creato di una nuova felicità.

Per tutte le costole bastonate e rotte.
Per ogni animale sbalzato dal suo nido
e infranto nel suo meccanismo d’amore.
Per tutte le seti che furono saziate
fino alle labbra spaccate alla caduta
e all’abbaglio. Per i miei fratelli
nelle tane. E le mie sorelle
nelle reti e nelle tele e nelle
sprigionate fiamme e nelle capanne
e rinchiuse e martoriate. Per le bambine
mie strappate. E le perle nel fondale
marino. Per l’inverno che mi piace
e l’urlo della ragazza
quel suo tentare la fuga invano.

Per tutto questo conoscere e amare
eccomi. Per tutto penetrare e accogliere
eccomi. Per ondeggiare col tutto
e forse cadere eccomi

che ognuno dei semi inghiottiti
si farà in me fiore
fino al capogiro del frutto lo giuro.

Che qualunque dolore verrà
puntualmente cantato, e poi anche
quella leggerezza di certe
ore, di certe mani delicate, tutto sarà
guardato mirabilmente
ascoltata ogni onda di suono, penetrato
nelle sue venature ogni canto ogni pianto
lo giuro adesso che tutto è
impregnato di spazio siderale.
Anche in questa brutta città appare chiaro
sopra i rumorosissimi bar
lo spettro luminoso della gioia.
Questo lo giuro.

.                                                            a Sabrina M

L’ultima strofa del componimento è completamente dedicata ad un giuramento col quale la poetessa si impegna con grande solennità a perseguire con passione lo scopo che si prefigge nel tentativo di trasformare quegli amari bocconi trangugiati con tanta fatica da tutti gli esseri in un bellissimo fiore fruttifero. A tal fine, con minuziosa cura, darà voce a qualunque dolore ma lo farà con leggerezza, con una delicatezza che sola può essere capace di alleggerire la sofferenza pur senza dimenticarne il peso. Questo richiamo al valore della leggerezza, a cui in particolare viene dato spazio nella raccolta Senza polvere senza peso, è molto importante perché risulta nota caratteristica della personalità e della produzione poetica della Gualtieri che tende in ogni caso a mantenere uno sguardo positivo sulle cose.

Presterà attenzione visiva e meticoloso ascolto alla voce di tutto il creato fino a penetrare all’interno delle più profonde venature delle cose di cui con il suo canto si potrà fare tramite grazie alle particolari potenzialità della parola poetica. Questo sguardo penetrante le consentirà di scorgere anche in mezzo alle brutture e al desolante degrado della realtà contemporanea il fantasma sopravvissuto della gioia che continua ad aleggiare sui viventi nonostante la presenza comunque sempre persistente del dolore. Tale conclusione lascia in ogni caso una porta aperta alla speranza che la poetessa sente magicamente assicurata dalla forza dell’amore che lega tutti gli esseri garantendone la felicità. Dice a riguardo in Eppure4:

Era quel tempo in cui
ogni speranza era indecente
un tacito divieto imponeva
d’essere ripetenti nel dolore
disordinare ogni cosa fino a
rovinare la radice. Eppure.

La parola «eppure» risuonava.
Perché una bellezza latrava
le sue bande da quell’aprile.
Che aprile apriva
milioni di gemme le trasformava
in foglie d’un verde piccolo.
Eppure. Ogni bambino
ogni bambina rideva ancora.
Non era un incidente quella
bellezza diffusa, intelligente.

Quella bellezza c’era. Era lì
sotto casa impiantata e strillante
dentro tutte le piante. Nelle
sempre stupefacenti nuvole. C’era.
Dilatava il soffio respirante. E stava lì.
C’era e forse. Si nascondeva.
A noi. Ancora il capriolo appariva
Tagliandoci la strada. Il tasso
col suo muso ancora scavava buche
il picchio picchiettava. Il cardellino
sul davanzale, stava lì
con brevi scatti stava. Eppure.

Tutto. Era fatto di splendore. Solo
per noi non splendeva. Ma posso assicurare
che c’era splendore e che splendeva.
Ogni giorno. Ogni ora. In ogni dove.
Sì. Lo posso giurare davanti al tribunale
intero. La bellezza ancora. C’era.

Anche quando siamo disperati, distrutti da un dolore persistente penetrato sino alle midolla delle ossa, accorre in nostro soccorso una rigenerante e dinamica bellezza. Essa viene qui immaginata come una muta di cani latranti furiosamente tesi a catturare la loro preda, come una presenza diffusa, costante, «intelligente», «strillante nelle piante», «impiantata» sotto le nostre case, capace di stupire con la stessa leggerezza delle nuvole e di dilatare il respiro. Talvolta il nostro sguardo non se ne accorge, distratto da altre cose, ma lei è sempre pronta a manifestarsi in un capriolo che ci taglia la strada, nel picchiettio e nel canto di qualche uccello che attraendo la nostra attenzione ci fa come per incanto rinascere alla vita illuminandoci con uno splendore che prima non eravamo in grado di scorgere. Pertanto, se ci sentiamo sconfitti e feriti come Garibaldi nel «giorno d’aspromonte», sovrastati da un «peso che non si appoggia», travagliati come se avessimo «lo stretto di magellano nel petto», dobbiamo concentrare lo sguardo sul cosmo e chiedere aiuto «alla vigna che è tutta / uno scoppio di foglie nuove / al ramo dell’acacia con gli spini / all’edera e all’erba», pregandoli di darci «una piena falcata d’amore» capace di renderci «radiosi del niente che trasforma / il trascendente in cose»5. Per la Gualtieri la contemplazione del cosmo e la poesia da essa sgorgata spontaneamente sono doni fatti a sé stessa e agli altri, delle offerte che le riempiono il cuore di gioia. Quest’idea della poesia/dono da regalare richiama Giuseppe Ungaretti per il quale la parola poetica «scavata nel silenzio» del proprio «porto sepolto» è canto riportato alla luce per essere poi disperso e donato, tanto che in Eterno si legge: «Tra un fiore colto e l’altro donato/ l’inesprimibile nulla»6. Diversamente da lui però per la nostra poetessa la parola più che comunicare frammenti di verità assoluta mette il lettore in contatto con l’armonia cosmica saziando la sua sete di pienezza vitale. Dice infatti la Gualtieri nella premessa a Bello mondo, una raccolta di liriche da lei recitate davanti a giovani di tutte le età nelle scuole, nei teatri o in vari centri giovanili: «È stato come dare pane a spiriti denutriti e affamati, a corpi in furioso ascolto, a teste inquiete che per un momento hanno accolto i microrganismi parola, i lombrichi parola, le gocce parola, mentre si preparavano al grande compito di essere vivi, più vivi che si può, perché questo è il bello dell’essere, dell’esserci, nell’intesa con altri viventi di ogni regno e specie. È stata e spero continui ad essere una gioia e un’avventura. Ringrazio ognuna di quelle facce»7. Da queste parole, oltre alla felicità derivante dall’atto spontaneo del donare il canto poetico, emerge anche chiaramente il valore terapeutico assegnato alla scrittura, una prerogativa che viene per esempio ben esplicitata in Una farfalla vola il suo bianco8, dove ci troviamo di fronte ad un gioioso inno alla primavera e alla bellezza del mondo naturale contenente una pace che la poetessa decide di offrire a chi «è dentro una pena grande».

Una farfalla vola il suo bianco.
Il cielo respira nel sereno.
È mattino pieno in questa parte
e c’è una mano sul tavolino
una mano poggiata alla fronte.
Ansima un cane molto vicino.
Un’aria fresca dalla finestra.
Un vetro riflette una cima
di pianta da cui parte un filo
luccicante di ragnatela.
Popolata è la terra di sostanze
le belle forme ricoprono il pianeta
e la mano che scrive è così lieta ora
che pensa “offro questa pace
a chi è dentro una pena grande”.

Si spicca in quel mentre un volo
e quel niente che accade
pare un andare a bere
nell’intera sostanza che nutre.
Una preghiera pare tutto
il cielo. Una preghiera il verde
delle piante.

In questi versi l’io poetico si trova in una stanza della sua casa ed osserva fuori dalla finestra il naturale fluire della vita stando seduto immobile in stato contemplativo con una mano appoggiata sul tavolino pronta a scrivere e l’altra posta invece sulla fronte quasi per sostenerne il peso. Questa postura le fa ritrovare la leggerezza perché le permette di accorgersi del fatto che la terra è «popolata di sostanze» dalle belle forme: il leggero volo delle ali bianche di una farfalla che attribuiscono purezza a tutto ciò su cui si posano; il tranquillo respirare di un cielo sereno; la piena luminosità del giorno e la freschezza dell’aria mattutina; la voce degli animali; riflessi di luce che fanno intravvedere le cime degli alberi e i legami che come una ragnatela connettono fra loro tutte le particelle del cosmo. La sua mano di scrittrice si appresta allora a fissare quella bellezza nei suoni del suo canto poetico ed è così gioiosa che vuole farne dono al lettore. È evidente che la poesia non è un puro atto espressivo ma si trasforma in una preghiera di speranza per chi si trova nella sofferenza, in un balsamo che cura e ristora l’anima umana ferita. Essa è un volo generato da «quel niente che accade», un volo che ristora i nostri animi assetati e i nostri corpi denutriti perché «pare un andare a bere nell’intera sostanza che nutre». I versi della poesia sono «pezzi di esplosivo capaci di indurre a trasformazione interiore» e la parola poetica è un «dono fatto agli attenti», è un «suono attivo» reso tale dalle sue «molte potenze», che vengono da lei così elencate ne L’incanto fonico:

Sue molte potenze. Esortazione. Illuminazione. Cortocircuiti. Svelamento. Scioglimento di ghiacci interiori. Potenza di affratellamento, comprensione e compassione, risveglio della pietà. Rivolta. Profezia. Eversione. Sanguinamento. Consolazione, Consonanza con l’umano. Con l’armonia ritmica del mondo, del cosmo, del tutto…9

Concludiamo il nostro cammino odierno con i versi di uno dei Sermoni al mio celeste pollaio inseriti alla fine della raccolta Ruvido umano, una lirica assai estesa e complessa che approfondiremo meglio successivamente ma che sintetizza bene le tematiche da noi fino ad ora affrontate ed esprime contenuti adatti ad accompagnare ogni momento della nostra vita: Esortazione urbana e planetare10. Per ora ci approcceremo al testo non tanto per comprenderne il messaggio ma, soprattutto, per esercitare la nostra capacità di ascoltatori e dicitori di poesia. Prima lo ascolteremo dalla viva voce della poetessa che lo scrisse e lo recitò come Discorso d’artista nel Capodanno 2023/24 nella Sala Urbana di Palazzo d’Accursio a Bologna; poi proveremo noi, a turno, a declamare il canto per offrire la nostra voce alla parola scritta allora da lei, nel desiderio di ridarle nuova vita e di farla rinascere come «giovane parola» nel nostro qui ed ora. Cercheremo così di creare le condizioni adatte per tentare un nostro «rito sonoro» e di farci avvolgere e catturare dal ritmo e dalla musicalità dei versi più che dal significato razionale in essi espresso, per essere stimolati nella profondità del nostro spirito a seguire le esortazioni rivolteci dall’autrice.

 

Esortazione urbana e planetare
Poiché io credo nelle parole
nel loro celeste di parole
nel loro rosso acceso. Poiché
io credo che possano fermare,
sciogliere. Incendiare,
dare da mangiare. Fare nascere.
Fare ballare. Allora ecco:
vengano a noi le bambine parole –
escano chiare e fiere dalle nostre
bocche. E con esse parole
venga un silenzio di covature
quel silenzio bello di passi e di pace
dove il furore del mondo tace
il furore delle nostre teste malate.Prima che la città fosse città
era tutto respiro diffuso e slargato
tutto quanto era respirato.
Prima che la città fosse città
il selvatico della terra cantava così forte
e generava da ogni vita altra vita.Poi edificammo la città
coi porticati e le torri
con le fontane e cuocendo la terra
fabbricammo case e mura maestose –
e la sola vita che ora c’è
nella città, è la vita umana
con la sua appendice di qualche albero
qualche animale addomesticato, qualche
animale che poi verrà mangiato.
E tutta quella vita che era qua
prima che la città fosse città
tutta quella vivacissima vita
è stata dimenticata.La prima esortazione è:
si possa ricordare – sempre – che
ogni nostro soffio è fatto di foglie e foreste
di radici e distese erbose e senza quelle
sarebbe respiro attossicato, sarebbe da tempo
finito il nostro piccolo essere qui.Così, in questo anno che comincia appena
vorremo frequentare
la scuola superiore dei fiori, degli alberi sapienti,
dei pesci, la scuola degli uccelli del cielo
l’alta scuola internazionale
dell’acqua da bere, dell’acqua del mare.Vorremo guardare più spesso
il cielo. Le nuvole maestose e quel
blu steso o anche l’addensarsi del nero
fra le case, e guardare il cielo stellato –
e le stelle guardiane delle parole
sciolgano il nostro inquieto pensiero.Questo ti voglio dire, che non
indurisca il tuo cuore e quando lo
senti indurire, allora pensare che anche
il mondo s’indura con te e allora
voler riparare.L’augurio grande è che tu possa tornare
a casa dentro te. Tornare dove hai
imparato a balbettare, quando tutte le cose
stavano senza nome.
Tornare a casa dentro di te
dove eri nuova e nuovo.
E così placare quella nostalgia
di non sai cosa.Il mio augurio è di preoccuparti e tremare
se pensi di essere migliore e ricordare
che l’ape, che il lombrico, che
anche la formica è più necessaria di te e di me
a questo verdeggiare della terra.
Ricordare che non sei migliore.
Lo senti? Tutto sta in attesa di una pietà
tutto implora una nostra resa.Ti esorto ad essere gentile.
Qualunque sia il tuo genere, il tuo colore
la tua età, il tuo nome.
Sii tu gentile, che non serve
sbattere e sopraffare, invadere. Non serve
imperare, potenziare. Bastonare.
Che vincere non significa niente.L’augurio è che le mani, tutte le mani
di questa città facciano al meglio le cose
e poi restino a volte inoperose
in uno stare contemplante.Che le sere siano sere quando si torna
nelle case a respirare in pace.
E nei letti di questa città il sonno sia
quel tesoro occulto in cui la stanchezza
giace e si guarisce dal peso.Nessuno stia dentro un fare infelice.
E quella infelicità che c’è e che ci sarà,
quei giorni quando si torcono le cose
allora l’augurio è che quello stare infelice
porti le sue profondità
e da lì, da quel gradino basso
dove pare ci sia meno luce
proprio lì si compia quel passo savio
dove si comprendono meglio
le complicate umane cose.E chi fa il pane faccia bene il pane
e chi spazza le strade, spazzi
con cura le strade
e chi cammina provi in cuor suo
un respiro grato per questo avere cura
della bella città. E chi fa il caffè
faccia il più buon caffè della terrae si cominci ancora a sentire
che c’è, senza dubbio c’è
un bene comune generale e che
si sta molto bene nel fare bene
nell’avere dentro il pensiero
un pensiero per chi ci sta accanto
in questo traversare.Che tu possa proteggere
i tuoi – e io i miei.
Che un’energia viva
di salute ci tenga qui operosi generosi.
Con la coscienza che, questi fragili corpi,
bombardati corpi, i corpi naufragati e rotti,
quelli bastonati, i violentati, sono tutti tuoi
sono tutti miei.Io mi dico: sii tu a porre la misura
Tocca a te, mi dico, in ogni momento
tocca a te mettere lì un dettato
di umanità.Sii anche tu come i pochi che prendono
in braccio lo storto mondo umano
e guardano la terra come guardare la madre
e hanno cura grande dello sventurato,
della supplicante, dell’abbandonato.Sii tu mi dico. Non aspettare che qualcuno
muova nell’aria un grido, che qualcuno
alzi il suo autoritario dito.Innamorarci ogni giorno, ogni giorno
un amore, che sia albero o luce del
mattino, che sia nuvola o bambino,
un colore, un canto, che sia il gesto
di qualcuno, una faccia, una pietra,
una collina, una parola, un boccone.
Innamorarci. Allora la pace viene,
viene da sé e rimane

 

 

 

L’audio della lettura del testo fatta dalla poetessa nel Capodanno 2023-24 a Bologna può essere ascoltato qui.


Note

1 Mariangela Gualtieri, Arriva la voce del capriolo, in Ruvido umano, Einaudi, Torino 2024, p. 28; il testo rinvia a Bosco amante buio, in Quando non morivo, Einaudi, Torino 2019, p. 89.

2 Id., Mettere me nel bosco con tremore, ivi, p. 29.

3 Id., Per tutte le costole bastonate e rotte, in Bestia di gioia, Einaudi, Torino 2010, p. 7.

4 Id., Eppure, in Ruvido umano cit., p. 14.

5 Id., Giorno d’aspromonte dove salgo, in Senza polvere senza peso, Einaudi, Torino 2006, p. 64.

6 Giuseppe Ungaretti, Il porto sepolto; Commiato; Eterno, in Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1969.

7 Mariangela Gualtieri, Premessa a Bello mondo, Einaudi, Torino 2024, p. 5.

8 Id., Una farfalla volava il suo bianco, in Ruvido umano cit., p. 37.

9 Id., L’incanto fonico, Einaudi, Torino 2020, pp. 42-46.

10 Id., Esortazione urbana e planetare, in Ruvido umano cit., p. 100.