Itinerari poetici su Mariangela Gualtieri #4 ⥀ Il sermone al celeste pollaio
Pubblichiamo oggi la quarta tappa dell’ultima edizione del progetto Itinerari poetici, curato da Danila Saracini nel contesto del Festival di poesia totale La Punta della Lingua 2026, dedicato quest’anno alla poesia di Mariangela Gualtieri. I sei incontri hanno avuto luogo ad Ancona e in altri comuni della provincia nel mese di giugno
Poiché io credo nelle parole
nel loro celeste di parole
nel loro rosso acceso. […]
Allora ecco:
vengano a noi le bambine parole –
escano chiare e fiere dalle nostre
bocche. E con esse parole
venga un silenzio di covature
quel silenzio bello di passi e di pace
dove il furore del mondo tace
il furore delle nostre teste malate1.
Sono questi i versi iniziali di Esortazione urbana e planetaria, un Discorso di artista, scritto dalla Gualtieri su commissione del Comune di Bologna e da lei interpretato il primo gennaio del 2022 per inaugurare il nuovo anno e rivolgere a tutti i suoi auspici per un futuro migliore. La lirica, inserita a conclusione della penultima sezione della raccolta Ruvido umano, intitolata Sermone al mio celeste pollaio. Poesie d’occasione2, è un vero e proprio sermone, una riflessione morale sull’evoluzione umana e sul potere curativo e pacificatore del linguaggio. Il richiamo all’importanza della parola, che per alcuni aspetti sembrerebbe rinviare alla tradizionale funzione civilizzatrice della retorica e della poesia3, è qui connesso in realtà con un auspicabile avvento di momenti di una silenziosa pensosità, con un «silenzio di covature» solo apparentemente ozioso ed inattivo perché dalla sua incubazione potrà prendere l’avvio una rigenerazione. «Talmente delicato è ciò che si indaga- in soglia di questo mondo e di altro mondo- niente meglio del silenzio può proteggerlo dal nulla in cui sempre sta per precipitare e da cui emerge»4. Leggiamo infatti in una delle sue liriche della raccolta Bestia di gioia:
Il silenzio è d’oro
perché incendia le ore
prepara la fuga e azzoppa
conduce per contrade misteriose.
È d’oro e questo oro
sta sotto tutto il rumore
in una arsura di fracasso
come tesoro sepolto dentro
e cercato altrove5.
Sin dai primi versi del suo sermone dunque la poetessa professa la propria fede sul valore della parola che contiene in sé la celeste aerea purezza di un cielo limpido e il rosso della passione d’amore, qualità che, unite ad un meticoloso ascolto e a un fecondo silenzio, acquietano l’animo umano ristorandone i mali e calmando «il furore delle nostre teste malate». Inizia a questo punto un’ampia disamina dei cambiamenti provocati dal processo di incivilimento e dalla evoluzione tecnologica, una riflessione che richiama gli intensi versi di Lettera, una precedente lirica di Bestia di gioia anch’essa incentrata sul rapporto tra antico e nuovo paesaggio urbano e nata dalla vista di un vecchio paesino ormai abbandonato e spopolato:
Oggi ho visto un vecchio paese
muschiato e parecchio spopolato
e davanti, un po’ più giù
la nuova e orribile borgata.Perché hanno lasciato questa forma
perfetta? La geometria medievale
va stretta ora alla gente di qui.
Arriverà dal nord l’acquirente
l’estimatore.Perché hanno lasciato questo pugno
di strade, la porticina stretta,
il muro tutto di pietra, la scala forte?
Perché non hanno resistito qui?
Questo silenzio capisco ti sbudella
toglie tutta la scorza. Se ci stai bene
accumuli potenza. Se no ti assale
quasi ti spoglia e non è facile da sopportare.Vedendo le due facce del paese
quella più antica e la nuova
mi ha stretto una morsa disperata.
Pochi minuti è vero. Ho deglutito.
Non ci ho pensato più. Ma c’era
fotografata la rovina di tutta una specie.
Un’insipienza nuova di gente massacrata
che s’è venduta gli spiriti di casa
e ha tolto ai figli il bene. Così,
da sola, non perché forzata.
Da sola ha scelto la borgata nuova.
Io sento inginocchiata dentro loro –e dentro me-
la bellezza della terra intera6.
Il componimento è interamente dedicato alla riflessione sul rapporto presente/passato indotta nell’io da uno sguardo che, nel suo «qui e ora», contempla con cura silente un paesaggio urbano e percepisce in esso i deleteri effetti prodotti dall’inevitabile trascorrere del tempo e dal processo di civilizzazione. Gli occhi si fissano piacevolmente sulla bellezza geometrica di un paesino medievale dotato di mura possenti coperte dal muschio, piccole case, un pugnetto di strade strette fatte a misura d’uomo. Più in basso però scorgono una nuova borgata dove si sono ormai trasferiti gli abitanti incapaci di sopportare i monotoni e lenti ritmi del passato. Questa vista genera la sgradevole impressione di essere di fronte ad un’orrida e oscura selva infernale e spinge l’io ad un problematico confronto tra ciò che eravamo allora e ciò che adesso siamo diventati. La prima reazione del cuore è una «disperata morsa» di tristezza molto intensa, pur se ben presto allontanata dalla consapevolezza che quell’antico modo di vivere, dominato dal ciclico scorrere delle stagioni e da un silenzio pensoso, è divenuto inconcepibile nel nostro oggi. Le scelte fatte dai paesani risultano razionalmente senza dubbio comprensibili ma lo stato di abbandono in cui versa ormai quel delizioso paesino dalla «forma perfetta» genera profonda afflizione dell’anima. Nelle sue vie spopolate, in attesa solo di un possibile «acquirente estimatore», si può vedere «fotografata la rovina di tutta una specie» ridotta a vendersi «gli spiriti di casa», del tutto dimentica delle proprie origini. Da questo flash illuminante sgorgano le riflessioni dell’io sulla «nuova gente massacrata» da «un’insipienza nuova», che mette in ginocchio dentro la propria anima «la bellezza della terra intera» e, mossa da pratica convenienza e da interessi economici, non si preoccupa più del bene delle nuove generazioni. Nella lirica più che un’aspra critica nei confronti del nostro vivere contemporaneo è espressa tutta la sofferenza della poetessa per l’incapacità della specie umana di dominare il progresso. A colpirla è in particolare la sua stoltezza, la mancanza di discernimento sia intellettuale che morale degli uomini, una sorta di ottusità di spirito che trova forse la propria origine nella frenesia dell’attuale quotidianità e nella paura di contemplare e contemplarsi per scandagliare l’interiorità in quel silenzio ormai da noi tanto aborrito perché temuto.
In Esortazione urbana e planetaria questo discorso viene ripreso ed approfondito. Prima della nascita della città tutto aveva uno stesso respiro, gli esseri vivevano in perfetta armonia tra di loro, non c’era gerarchia di importanza fra le cose e la terra intera si appagava dell’armonico procedere di un ordine universale retto da meccanismi propri. Tale equilibrio si è però purtroppo spezzato nel corso del tempo a causa dell’arrogante antropocentrismo degli uomini che hanno dimenticato di essere anche loro natura e di ricevere dalla fotosintesi clorofilliana delle piante l’aria che li tiene in vita. Da questa consapevolezza deriva una prima esortazione a frequentare «la scuola superiore dei fiori, degli alberi sapienti, dei pesci», a guardare la maestosità delle nuvole e le stelle del cielo, a non far cadere nell’oblio il valore dei sentimenti del cuore così da evitare di rendere dura la vita con la propria durezza. Ciò che la Gualtieri si augura è che ciascuno di noi si riappropri di sé stesso, ritrovando la purezza dello stato primitivo o fanciullesco, dell’età in cui coi primi balbettii abbiamo imparato a nominare le cose contemplandole attentamente e nella quale si avvertiva ancora un’intima unità tra il corpo e lo spirito. Il suo augurio è che ciascuno, consapevole della propria pochezza e insignificanza nel cosmo, smetta di distruggere e sottomettere gli altri esseri. Riflessioni simili si possono ritrovare anche in Guarda la natura, una delle liriche della raccolta Quando non morivo dove leggiamo:
Guarda la natura
di questa umana bestia. Nuova
specie appena da poco manifesta
forse tumore o febbre passeggera
di questo verde globo – parassita folle
che rema contro sé, prepara ai figli
un veleno tutto spruzzato storto
tutto che gonfia e ammala. Corpi grossi
ha la specie ora. E teste indebolite.
Si torna indietro. Ancora si prova
la scena primitiva del più forte
la scena di uno che bastona
uno comanda e un popolo
cieco lo sostiene contro se stesso.
Dove andiamo? Non riesco a dirlo –
guarda come arretriamo7.
La nostra specie umana è definita come «un tumore o febbre passeggera» del globo, un animaleparassita che follemente agisce contro sé stesso nutrendo i propri figli con cibi velenosi che invece di nutrirli li deformano e li fanno ammalare. Gli uomini, pur fisicamente prestanti, sono deboli di mente e non sembrano aver imparato nulla dal proprio passato perché continuano a seguire la primitiva legge del più forte facendosi guidare ciecamente da capi assetati solo di potere. Il cosiddetto progresso è in realtà un regresso perché nei comportamenti «si torna indietro», tanto che la poetessa invita il lettore a prendere atto della situazione e, se possibile, a intervenire. Ancora una volta quest’amara riflessione non è tesa tanto a fustigare gli errori umani ma esprime un sentimento di dolore per l’incapacità della nostra specie, a cui l’io lirico sente di appartenere («dove andiamo?»), una sofferenza così intensa che quasi non riesce a pronunciare le parole del suo canto, stupita e inorridita da tanta insipienza.
In questo panorama tanto poco rassicurante e così doloroso il valore fondamentale per il ripristino di un vivere più umano è dalla Gualtieri individuato nella compassione intesa come compartecipazione emotiva alla sofferenza altrui. Questo richiamo rinvia ad un principio fondante dell’antica humanitas basata sull’idea che siamo tutti uomini e nulla di umano ci è alieno8 ma si ampia rimandando ad un rispetto generalizzato di tutte le forme di vita dell’intero cosmo. Tale cardine esistenziale deve essere accompagnato dalla gentilezza, da una nobiltà e finezza d’animo nate dalla consapevolezza che è sbagliato e inutile dominare gli altri, rapinarli e schiacciarli. Tutti gli esseri sono essenziali per la conservazione del mondo ed è dunque importante che ciascuno si impegni con la massima serietà a dare il proprio contributo. Nel vivere è poi di grande rilevanza ritagliarsi spazi di riflessione, momenti di religiosa contemplazione, godere di sonni ristoratori capaci di alleggerire il peso della sofferenza esistenziale. Del resto, a ben guardare, anche il dolore ha una sua ricchezza perché ci spinge ad entrare più profondamente nell’esistere e apre la strada alla saggezza. Forse così riusciremo a superare il nostro individualismo grazie alla percezione «che si sta bene nel fare bene», nella valorizzazione del bene comune.
Nell’ultima parte del componimento viene poi inserita un’esortazione dell’io a sé stesso a diventare stimolo per una rinascita d’umanità. Tale invito rinvia a quanto già espresso nei versi del famosissimo Sermone ai cuccioli della mia specie dove, nel rivolgersi ai bambini, la Gualtieri li sprona a ritornare ad essere come un tempo le «nostre divinità domestiche». Nel presente infatti essi sono «sazi, svuotati, sfiniti, rotti, corrotti, rovinati». Sono ormai anche loro, purtroppo, inseriti «nella lista lunga delle perdite, l’aria, l’acqua, il silenzio, il pudore…». Guardandoli con amorevole commiserazione la poetessa ricorda la propria infanzia quando si sentiva sola, spersa e impaurita, come «precipitata nel mondo di mattoni» dei grandi che istintivamente sentiva interiormente infelici, addolorati e stanchi. In quel mondo adulto non era capace di raccapezzarsi ma, provando pietà per il dolore da cui le sembrava caratterizzato, aveva fatto «un giuramento infante, senza parole ma chiarissimo e sonante: io me li prendo tutti nel petto e li scampo li porto in salvo». Allora era «un genio buono uscito da poco dalla lampada» un filosofo «ma senza le parole, un grandioso poeta analfabeta, un’artista senz’arte» ma nel presente, dopo essere entrata a sua volta nella maggiore età, lontanissima da quei suoi «favolosi sette anni», ormai in «esilio» chiusa nella pesantezza della sua carne, chiede aiuto ai cuccioli della nostra specie e con una grande determinazione li implora con questi versi:
[…] puniteci
per aver fatto di voi le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro sommo sapere.Voi che eravate le porte del regno dei cieli
e chi non passava da voi non passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli degli altri animali
voi che capivate lo splendore misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate9.
La poetessa, comunque, non ha dimenticato quel lontano «giuramento infante» tanto che nei versi finali di Esortazione urbana e planetare rivolgendosi a sé stessa dice «sii tu a porre la misura. Tocca a te […] mettere lì un dettato di umanità. Sii anche tu come i pochi che prendono in braccio lo storto mondo umano […] Non spettare che qualcuno muova nell’aria un grido, che qualcuno alzi il suo autoritario dito.» Desidera dunque ancora aver cura delle sventure e delle suppliche degli altri esseri e riporre l’attenzione sullo stato di abbandono in cui si trovano tutte le diverse forme di vita. Vuole agire per cercare in qualche modo di prevenire le storture dei comportamenti umani ed innamorarsi ogni giorno di qualsiasi elemento del cosmo perché crede che solamente da questo amore potranno nascere un rinnovamento e una stabile pace interiore. Tale impegno, che mostra una apertura costante alla speranza, emerge molto bene anche nella poesia Giuro per i miei denti di latte, dove la Gualtieri esprime ancora una volta il suo giuramento e ribadisce il grande valore della poesia, quel «poco e niente» da cui «nasce ogni frutto» e dal quale «tutto viene».
«Giuro per i miei denti di latte», giuro per il
correre e per il sudare giuro per l’acqua e
per la sete giuro per tutti per i baci d’amore
giuro per quando si parla piano la notte
giuro per quando si ride forte giuro per la parola no
e giuro per la parola mai e per l’ebrezza
giuro, per la contentezza lo giuro.Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente
il colore sfumato, l’ombra piccola
l’impercettibile che viene alla luce
il seme dentro il seme, il niente dentro
quel seme. Perché da quel niente
nasce ogni frutto. Da quel niente
tutto viene10.
Note
1 Mariangela Gualtieri, Esortazione urbana e planetare, in Ruvido umano, Einaudi, 2024, p. 100.
2 Il titolo della sezione è stato così motivato dalla poetessa: «Ho qui composto, nella forma di brevi sermoni, miei versi editi e inediti nei quali meglio riconosco lo sconvolgimento attuale: innamoramento ira vergogna pietà caduta della speranza bagliori di speranza esortazioni tristezze, tutto insieme senza virgole perché così lo stiamo vivendo. Amore per la specie. Odio per la specie. Benedizione e maledizione. Sono i miei versi più predicatorii, i più difficili da scrivere senza presunzione. È a me stessa per prima che sono rivolti, a me e al mio celeste pollaio (verso rubato all’amato Nino Pedretti), perché è piccolo l’umano e l’immagine di un celeste pollaio tiene insieme la piccolezza di noi tutti, l’idiozia, la tenerezza e tutto il cielo».
3 Si veda a riguardo in particolare Cicerone Elogio dell’eloquenza, in De oratore I, 30-34; Ugo Foscolo, Il compito civile delle arti letterarie, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, 1809 in Opere, Ed. Naz, VII, p. 7- 17; Le Grazie, Inno a Pallade, op. cit. Per Foscolo la poesia con il culto della bellezza combatte gli istinti ferini dell’uomo e la violenza storica. Essa, diffondendo la gentilezza e la pietà, diventa lo strumento essenziale di salvaguardia di una società più umana.
4 Mariangela Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, 2022, p. 17.
5 Id., Il silenzio è d’oro, in Bestia di gioia, Einaudi, 2010, p. 34.
6 Id., Lettera, ibidem, p. 110.
7 Id., Guarda la natura, in Quando non morivo, Einaudi, 2019, p. 75.
8 «Homo sum: humani nihil a me alienum puto» diceva il vecchio Cremete all’addolorato vicino Menedemo che gli chiedeva di non impicciarsi dei suoi affari nella commedia Heautontimerumenos di Terenzio (v. 78).
9 Mariangela Gualtieri, Sermone ai cuccioli della mia specie, L’arboreto edizioni, 2006. Il testo è stato poi ripubblicato nel 2012 dal Teatro Valdoca accompagnato da un CD audio con la voce recitante della poetessa. Per ascoltarlo si può cliccare qui.
10 Id., Giuro per i miei denti di latte, in Senza polvere senza peso, Einaudi, 2006, p. 108. Si invitano i lettori all’ascolto del testo nel link https://www.teatrovaldoca.org/poesieinvoce.html e ad esercizi di lettura personale ad alta voce. Sarebbe interessante anche imparare a memoria e recitare questi versi per procedere nel nostro cammino di avvicinamento al mondo poetico della Gualtieri.
Danila Saracini
Danila Saracini (Portorecanati, 1956) si è diplomata al Liceo classico di Recanati, a cui deve in parte il suo immenso amore per Leopardi. Laureatasi in Lettere classiche a Macerata, è diventata docente di Lettere. Al 1989 è approdata al Liceo scientifico «Galilei» di Ancona, dove ha accompagnato per più di trent’anni gli allievi tra le pagine della letteratura italiana e le parole dei classici latini e greci. Dal 2021 è in pensione ma l’amore per l’insegnamento e per la relazione educativa l’ha spinta a continuare a collaborare in varie forme a diversi progetti scolastici. Da tre anni, rispondendo al desiderio di ex alunni, ha dato vita al gruppo «Tisane letterarie» organizzando incontri quindicinali online e in presenza su tematiche culturali affrontate in maniera interdisciplinare. In collaborazione con l’associazione Nie Wiem e il festival internazionale di poesia «La punta della lingua», propone il progetto laboratoriale «Adotta l’autore» nelle scuole secondarie di II grado, teso alla divulgazione della poesia nelle nuove generazioni. Nell’anteprima del festival organizza «Itinerari poetici», dedicati all’ospite speciale. Quest’anno ha coltivato la sua passione per le lingue classiche collaborando con l’Istituto teologico marchigiano e tenendo lezioni di greco e latino.

