Itinerari poetici su Mariangela Gualtieri ⥀ La sfida dell’incanto poetico tra i rumori cittadini

Pubblichiamo oggi la prima tappa della nuova edizione del progetto Itinerari poetici, curato da Danila Saracini nel contesto del Festival di poesia totale La Punta della Lingua e dedicato quest’anno alla poesia di Mariangela Gualtieri. I sei incontri avranno luogo ad Ancona e in altri comuni della provincia nel mese di giugno, secondo il calendario presto consultabile qui. Per partecipare scrivere a info@lapuntadellalingua.it

 

L’intervento della poetessa Mariangela Gualtieri – ospite speciale della sezione Poeti da antologia della XXI edizione del Festival di poesia totale La Punta della Lingua, che si terrà ad Ancona alla fine di giugno – prevede, come ormai da cinque anni, l’attuazione del progetto Itinerari poetici, rivolto alle scuole medie superiori ma aperto all’intera cittadinanza e teso alla diffusione, alla conoscenza e alla pratica di un’arte molto amata ma spesso considerata di nicchia. Il primo incontro, che terrò il prossimo 3 giugno all’interno del giardino del Liceo scientifico G. Galilei e che viene qui pubblicato, avrà lo scopo di presentare agli studenti, e a chiunque vorrà intervenire, questa grande artista contemporanea e di stabilire con i partecipanti le linee guida del nostro laboratorio poetico.
Quella che ci apprestiamo a vivere è una vera e propria sfida, perché con la lettura e con le riflessioni nate da essa intende verificare la possibilità di apprezzare l’incanto fonico della poesia non all’interno delle mura di un teatro con l’ausilio di quella che la Gualtieri, nel volume da lei dedicato all’arte del dire, definisce «sacra tecnologia», ma tra gli svariati rumori della vita cittadina, servendosi solo delle onde sonore prodotte dalla propria voce. Le liriche di questa poetessa, nate dalla pratica del teatro e destinate alla recitazione, si possono apprezzare anche con una tacita lettura ma esprimono tutto il potenziale della parola poetica quando diventano uno spartito musicale dal cui suono si sprigiona un magico mantra e un’attiva energia che induce alla trasformazione interiore di chi parla e di chi ascolta.

(Danila Saracini)

 

 

Mariangela Gualtieri, nata nel 1951 a Cesena, è una delle più affascinanti figure artistiche del nostro tempo. Poetessa, drammaturga e attrice, laureatasi in Architettura a Venezia, ha fondato nel 1983 con il regista Cesare Ronconi, suo compagno di studi e di vita, la compagnia Teatro Valdoca, che ancora oggi è annoverata fra le esperienze avanguardistiche internazionali più significative.
Gli spettacoli teatrali sono organizzati come un rito collettivo in cui si fondono: il corpo e lo spirito; la parola poetica scritta ma declamata a memoria da un attore o dalla stessa Gualtieri per dare corpo al segno linguistico con la voce e trasformarlo in onde sonore; i gesti, le espressioni e le movenze di interpreti totalmente disincarnati dalla loro identità fisica; la musica dal vivo. L’intento è quello di dar vita a un’esperienza intima, profonda e coinvolgente, capace di indurre il pubblico a partecipare attivamente al rito e a rendere la rappresentazione uno strumento di crescita personale.

.                Mariangela GualtieriMariangela Gualtieri

L’universo poetico di Mariangela Gualtieri, che sin dai suoi esordi nel 1992 Milo De Angelis definiva «una voce decisiva della nostra poesia […] una voce che si immerge nelle epoche trascorse e nomina le ombre, una per una, le convoca nell’esistenza di ogni giorno, in mezzo ai gatti e alle briciole di pane»1, appare delineato chiaramente sin dall’incipit del suo primo volumetto, Antenata, pubblicato da Crocetti nella collana «Delos», diretta appunto da De Angelis.
Il canto si apre con un’appassionata richiesta di parole rivolta a un tu generico con un tono che rinvia alla classica invocazione alle Muse dove il poeta/aedo dell’originaria poesia orale si presentava come colui che trascrive quanto la divinità gli racconta, conferendo così al testo un valore sacrale. La parola poetica contiene in sé la rivelazione di verità che chi parla non possiede ma di cui desidera farsi tramite con il proprio canto. Ecco allora che le ombre dei padri, invocate anch’esse con veemenza e invitate a tornare «tutte» e a rifarsi «belle» perché «non si può stare morti per sempre», riaffiorano aprendo così la possibilità di intrecciare un dialogo. La loro ombra è «una certezza che non s’inclina», un «colore» impresso in modo indelebile nell’interiorità più profonda là dove è racchiuso il nostro «album di figurine», grazie al quale possiamo sperare di superare la frantumazione e il caos in cui ci sentiamo caduti. In loro è «la sostanza» e quando riaffiorano alla nostra coscienza li vediamo come «sospesi» mentre ci guardano attenti con la stessa cura con cui si osservano «i dettagli» di un disegno. Il loro riemergere conforta ma allo stesso tempo incute timore perché ci trascina in un tempo lontano: la via del ritorno ci è ignota.

Antenata

PARLAMI CHE
IO ASCOLTO PARLAMI CHE
MI METTO SEDUTA E ASCOLTO
METTO UNA MANO SULL’ALTRA
PARLAMI E ASCOLTO.

VOI CON MARTELLI CON
PELI CON DENTI AGUZZI CON FOGLIE
CON OSSI E OCCHI ACCORRETE
ALLA MIA OSSATURA AI MIEI POCHI CAPELLI.

RIVOLTATE LE INGIURIE FATENE
PEZZI SERENI
RIVOLTATE LO SGUARDO IL
PENTIMENTO, RIVOLTATE LE BRACCIA
I PARAMENTI LE INSEGNE
SPEZZATE LE OSSA
NON TRANGUGIATE NON DORMITE
TENETEVI ALL’ERTA
CERCHIATE LA VITA, FATECI UN SEGNO.
GUARDATE BENE COME
VOLA UN UCCELLO
COME BATTE LE ALI E VA UN
PO’ A ZIG ZAG […]

FARÒ UN RICAMO D’AGO
UNA STRADA DI PUNTI MOLTO PICCOLI
MOLTO VICINI, LENTAMENTE FARÒ
UN RICAMO E SE IL DITALE CADRÀ
SARÀ LO SFINIMENTO, L’ARSURA
SARÀ IL BIANCO O LE RUGHE
SARÀ CHE PORTO ALLA CADUTA
UN DISEGNO CHE NON SI SPEZZA
UN GIRO UNO SMERLO
UN PUNTO PIENO

NON SIAMO A PEZZI
NON SIAMO SCALZI ABBIAMO CON NOI
L’OMBRA, UNA CERTEZZA CHE
NON S’INCLINA, PORTIAMO ANCHE I VOSTRI
COLORI I VOSTRI ALBUM DI FIGURINE E
NON STRISCIAMO NON RIDIAMO, AFFONDIAMO
NEL PANE SOLO POCHI DENTI
TORNATE. TORNATE TUTTI, NON SI PUÒ
STARE MORTI PER SEMPRE, BERE
I LIQUIDI GIALLASTRI, MASTICARE LE
COSE SPORCHE ATTACCATE. TORNATE BELLI

VENGONO. STANNO SOSPESI
CI GUARDANO COME DETTAGLI E LA SOSTANZA
Ė IN LORO. COME LENZUOLI COLANO
GLI UMORI GRIGIO VERDASTRI. MA NON
IMPORTA.
AH POVERA ME! POVERETTA ME!
MI SONO ESPOSTA AL TEMPO E NON
SO PIÙ IL RITORNO. […]

La poesia, «ricamo d’ago» realizzato lentamente con «punti molto piccoli molto vicini», nasce dunque dall’ascolto, da un’attenzione concentrata sull’osservazione/contemplazione di schegge di una realtà che appare frantumata e priva di centralità ma di cui non si mette in discussione il senso, visto che il «disegno […] non si spezza». La parola poetica, come risulta evidente nell’ultima sezione della raccolta, è «richiesta alle nuvole, ai protettori ignoti, ai morti della sua casa, al volto leggero, alla stanza, e perfino ai Cherubini, e a uno sconosciuto e solo probabile Tu». Come dice Franco Loi, è una parola che si fa «riflesso dell’immagine che le cose le rimandano e le inconosciute presenze sembrano promettere pur nel vuoto e nel silenzio»2.

A riguardo, in un’intervista rilasciata nel 2007 a Franca Autieri, che le chiedeva tra l’altro in che modo nascesse il suo dire poetico, la Gualtieri così rispondeva:

Forse questa è la presunzione più grande, cioè pensare che qualcosa venga alla luce tramite noi, che qualcosa ci scelga per venire al mondo. Tuttavia è esattamente ciò che provo, cioè l’essere presi dalla parola piuttosto che prendere la parola. Per questa nascita della parola, che pare così accolta e spontanea, vi è a monte un lungo, accurato, incessante esercizio di attenzione alla parola. Attenzione nell’ascolto di chi prima di noi ha scritto, della voce di chi è vivo adesso insieme a noi, dell’ascolto del mondo, dell’ascolto di ciò che sbrigativamente chiamiamo natura. E anche dell’ascolto di ciò che non sappiamo, ambito per il quale non serve l’intelligenza ragionante ma ne serve piuttosto una intuitiva, o quello che Cristina Campo chiamava l’organo del mistero3.

Il poeta è dunque un musico che si pone in ascolto e con la sua voce dà corpo alla parola permettendole di manifestare tutte le sue potenzialità espressive. Quella della Gualtieri è, come lei stessa la definisce, una «poetica dell’oralità»4, alla quale si è avvicinata a poco a poco attraverso la pratica teatrale, inizialmente con la lettura delle opere di altri poeti e poi con la scrittura di testi suoi destinati sempre alla recitazione personale o di altri interpreti. Questa esperienza le ha aperto le porte del mondo orale aurale, cioè di una poesia che nonostante la scrittura chiede di farsi viva voce, di diventare un evento che avviene qui e ora, di trasformarsi in uno spartito musicale, in suoni pieni di significato spirituale che, uniti al silenzio, diventano un mantra carico di energia attiva che nutre l’interiorità di chi ascolta.
Fondamentale a riguardo è il volume da lei dedicato nel 2022 all’arte del dire, L’incanto fonico, col quale ha inteso offrire al lettore un contributo alla definizione di una poetica dell’oralità, un’arte che è oggi «misconosciuta e poco praticata»5 ma che le sembra invece sempre più necessaria in un’epoca come la nostra, in cui il senso di vuoto e la denutrizione psichica sono diventati dilaganti. Questa sete e questa fame di parole capaci col loro incanto di dare armonia e di calmare l’agitazione dello spirito le vede espresse nello stato di «acuto ascolto» di coloro che assistono alle sue performance teatrali:

Come si tengono insieme gli umani dentro il suono delle strane
parole. Come sono ognuno solo solo eppure vicino di cuore,
vicino di respirante polmone. Come sono gli astanti umani e
umane in stato umanissimo d’ascolto acuto. Come sono affamati.
Portano loro denutrizione su poltroncine, la mettono lì spalancata.
Portano loro gigante aver fame, aver sete. Nessuno da tempo dava
un boccone. Nessuna tetta allattava loro secca terra interiore.
Stordito loro panorama nessuno calmava. Nessuno silenziava6.

La parola poetica è «boccone» che nutre, una «tetta» che allatta e rende fertile «l’inaridita terra interiore» di uomini ormai «storditi» dalla frenesia incessante di una vita che li aliena da sé stessi destinandoli a una «gigantesca fame e sete», un desiderio di nutrimento sempre inappagato che li getta inevitabilmente in una condizione di perpetua agitazione. La loro anima, avviluppata in una ragnatela di rumori, priva della feconda energia vitale offerta dal silenzio, è prostrata da un senso di vuoto e solitudine.

L’oggetto del canto della Gualtieri ci viene da lei stessa esplicitamente dichiarato nella poesia Ciò che non muta, un testo che si può considerare dichiarazione di poetica e che è inserito della raccolta del 2012 Bestia di gioia. Si tratta di un vero e proprio inno alla natura, a tutte le cose semplici della vita quotidiana, alla stabilità del mondo naturale contrapposta all’infinita frenesia del mondo umano sempre sottoposto a una «dittatura delle merci» che lo incatena. La poetessa canta «la nuvola la cima il gambo, […] la festa che si tiene fra le rose a maggio […] il silenzio fra rami immobili […] e altre cose che sempre si cantarono», canta la bellezza eterna di tutto ciò che fa parte del creato, la vita e la morte che è da lei sentita e accolta come parte di un ciclo naturale immutabile. La poesia le consente di arrivare così a cogliere la radice profonda dell’essere al mondo e di sentirsi in profonda sintonia con tutte le cose e le creature da lei lodate e adorate con toni quasi francescani.

Ciò che non muta

Ciò che non muta
io canto
la nuvola la cima il gambo
l’offerta il dono la rovina
apparente d’acqua che tracima
di tempesta e di onde.

Io canto il semplice del grano
e del pane la stessa festa che si tiene
fra le rose a maggio, la corsa
della rondine e il coraggio
dell’animale nella tana
quando gli esce il nato fra le zampe.

E il silenzio fra rami immobili
il mistero della pioggia nel bosco
e altre cose che sempre
si cantarono. Io le canto a voi
vivi come me ora sull’orlo
mentre sferragliano veleno
fra idoli potenti e gracili
nella cospirazione del bene
battagliati tra le catene
d’una dittatura che impera.

Noi non adoreremo le sue merci.
Noi non piegheremo la schiena
alla sua greppia.

La nuvola piuttosto adoreremo
che è maestra di scorrerie per il cielo
e di alta impermanenza, e di esistenza
senza peso. Piuttosto la foglia
che sa mollare la presa
o il sasso concentrato in un’intesa
di ere, o le preghiere della legna
col suo ardore di fuoco.

O il fuoco. Adoreremo
ciò che tutto non muta e si offre quieto
al grande gioco delle sostanze.
La forza dirigente del respiro.
La spinta acuta che lo diffonde.
Misteriosa forza che lo sospende
quando è ora7.

La parola poetica assume così un tono di preghiera, diventa un cantico, un atto di adorazione, di amore incondizionato e di gratitudine verso la vita, verso la natura e l’intera creazione. Il suo valore, senza nulla togliere all’eterna consapevolezza della fragilità umana, è altissimo perché:

Dove tutto è rotto spaccato, poesia diventa esperta
di alto rammendo. Di saldamento. Di aggancio.
I cocci di questo tempo chiedono anch’essi d’essere
amati – ricomposti ricompattati. Corpi sepolti in fossa comune,
ricomporli arto per arto con teschio con tibia con ulna con radio
con falangi delicate di più minuscolo dito8.

 

Produzione letteraria
Opere di poesia Opere teatrali
 

  • Antenata (Crocetti, 1992)
  • Fuoco centrale (Quaderni del battello ebbro, 1995)
  • Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi, 2003)
  • Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006)
  • Bestia di gioia (Einaudi, 2010)
  • Le giovani parole (Einaudi, 2015)
  • Quando non morivo (Einaudi, 2019)
  • A braccia aperte (Carabba, 2022)
  • Bello mondo (Einaudi, 2024)
  • Ruvido umano (Einaudi, 2024)
  • Album per pensare e non pensare (Bompiani, 2025)

 

 

  • Nessuno ma tornano (1995)
  • Sue dimore (Catalogo Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1996)
  • Nei leoni e nei lupi (Quaderni del battello ebbro, 1997)
  • Parsifal (Teatro Valdoca, 2000)
  • Chioma (Teatro Valdoca, 2001)
  • Sermone ai cuccioli della mia specie (L’arboreto, 2006)
  • Paesaggio con fratello rotto – Trilogia (Luca Sossella, 2007)
  • Racconti delle grandezze (Il Vicolo, 2008)
  • Caino (Einaudi, 2011)
  • Sermone ai cuccioli della mia specie – Nuova edizione libro + CD audio (Teatro Valdoca, 2012)
  • Paesaggio con fratello rotto (Einaudi, 2021)
Prosa

  • L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia (Einaudi, 2022)

 

 

 

* Mariangela Gualtieri sarà ospite del festival La Punta della Lingua venerdì 3 luglio alla Mole Vanvitelliana. Dopo aver incontrato il pubblico, per un dialogo con cui si concluderanno gli Itinerari poetici dedicati a lei, si esibirà in uno spettacolo di poesia e musica con il compositore di musica elettronica Lemmo. Prevendite qui.


Note

1 Nota di Milo De Angelis, in Mariangela Gualtieri, Antenata, Crocetti, Milano 2020, p. 7.

2 Franco Loi, Lo specchio rotto, in M. Gualtieri, Antenata cit., p. 12.

3 Francesca Autieri, Incontro con Mariangela Gualtieri, in «Arabeschi», gennaio-giugno 2018, n. 11.

4 Mariangela Gualtieri, Poetica e arte dell’oralità, in L’incanto fonico. L’arte di dire la poesia, Einaudi, Torino 2022.

5 Ibid.

6 Id., L’incanto fonico cit., p. 7.

7 Id., Bestia di gioia, Einaudi, Torino 2010, p. 32.

8 Id., L’incanto fonico cit., p. 58.