Itinerari poetici ⥀ Verso Antonella Anedda
Pubblichiamo di seguito la rielaborazione delle tracce scritte da Danila Saracini per guidare alla scoperta della poesia di Antonella Anedda il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025, organizzato dalla nostra comunanza poetica Nie Wiem. Saracini ha condotto questi speciali Itinerari poetici1 dal 6 al 27 giugno scorsi, ad Ancona e in altri comuni della Riviera del Conero, per giungere infine a incontrare dal vivo Anedda, il 30 giugno, a Portonovo di Ancona. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui)
Prima tappa. Conoscere l’autrice
Antonella Anedda, nata a Roma nel 1955 ma di origini sarde/corse, laureata in Storia dell’arte moderna all’Università La Sapienza di Roma, collabora con diversi quotidiani e riviste, lavora al Museo delle arti popolari della capitale e insegna in ambito universitario Mediazione linguistica. Poetessa e saggista, traduttrice di diversi poeti classici e moderni, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel 1989 e ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali. In particolare nel 2019 è stata insignita del dottorato honoris causa per il suo lavoro letterario all’Università di Paris IV Sorbonne.
Alcune caratteristiche della sua personalità si possono già cogliere dalla lettura di Autoritratto come guerriero nuragico, una poesia appartenente alla raccolta Salva con nome (2012). Il titolo del testo richiama subito sia la Sardegna, un luogo di grandissimo rilievo nella sua formazione, da lei amatissimo, sia una delle tante statuine miniaturistiche create dall’antica civiltà nuragica dell’età del bronzo, che si presume fossero ex voto donati dai fedeli alla divinità per richiedere protezione o per veder esaudito un qualche desiderio. In questi versi Anedda ci offre un’immagine di sé che risulta costruita sull’osservazione di particolari del bronzetto e che sul piano estetico e morale rinvia alla figura di un combattente pronto a difendersi più che ad attaccare, impegnato in una lotta dall’esito imponderabile.
Poco più alta di un busto romano.
Difesa da uno scudo ma priva di slancio.
I lineamenti di bronzo senza passaggio di sorriso.
La spada le ha diviso la fronte verde-rame con crosta
inutilmente coronata di pruni accecata da pietre.
Inabissata. Liquida2.

L’autoritratto, totalmente privo di effusione lirica, si apre con un tono autoironico che lascia emergere la volontà di evitare l’esaltazione eroica del soggetto lirico. Esso è caratterizzato da un’osservazione minuziosa di sé che richiama alla memoria l’immagine, a lei nota e cara, del guerriero nuragico. La lettura/raffigurazione della sua persona appare tarata sui dettagli del bronzetto. La sua attenzione si sofferma su alcuni elementi, che sono altrettanti dettagli che la colpiscono: il materiale della statuetta, che evoca un’idea di forza, durezza e resistenza, ma sottolinea anche la transitorietà della materia per la patina verdastra che nel tempo copre il suo colore rossastro; l’elmo cornuto crestato, terminante con due sfere, che per la sua fattura e le punte arrotondate appare un accessorio più che altro ornamentale, una inutile corona di pruni spuntati; la corporatura tozza ma statuaria della miniatura possente ma minuta; lo scudo posto in posizione di difesa più che di attacco; i lineamenti del viso e la bocca socchiusa in un accenno di sorriso che rimane serrato. Di fronte a questa immagine la spada non evoca combattimenti vittoriosi ma diventa simbolo delle ferite inferte dalla vita e progressivamente rimarginate ma mai dimenticate di cui è testimonianza la riga centrale dei capelli che le divide la fronte. Da questi particolari si evince sul piano morale un atteggiamento battagliero ma non aggressivo, teso a sopportare dignitosamente il dolore che sempre accompagna la vita umana e la percezione della nullità dell’esistere. Questa situazione di sofferenza interiore è icasticamente stigmatizzata dalle parole dell’ultimo verso con cui l’io ci si mostra inabissato, quasi inghiottito dal mistero imperscrutabile dell’esistenza nel quale cerca di calarsi come un palombaro di ungarettiana memoria. È un io liquido, scorrevole, privo di forma come acqua o olio.
La produzione letteraria di Anedda, sin dagli inizi della sua carriera, è stata costantemente dominata da una osservazione minuziosa della realtà accompagnata da una profonda riflessione sulla difficile condizione esistenziale umana, destinata inesorabilmente alla mortalità e all’insignificanza. Nei suoi versi l’io del poeta appare totalmente concentrato sull’ascolto di sé, delle cose o delle sofferenze di tutti gli esseri, di chi è vittima di conflitti o di dolorose esperienze private, di chi è abbandonato o esposto a soprusi. Le sue poesie tentano sempre di istaurare un possibile dialogo con l’Altro e tendono a farsi voce collettiva e a ricucire gli strappi del tempo. Per questa ragione il suo sguardo penetrante è intriso di una profonda dimensione etica e il suo spazio interiore diventa un luogo in cui si manifesta la forza di resilienza e il desiderio di affermazione della dignità umana.
Lo sviluppo di tali tematiche ci è ben testimoniato da poesie come Spettri o Mette in fila i ricordi, poste entrambe in apertura di Salva con nome. La prima, introdotta dalla icastica immagine di una cornice vuota che ne stigmatizza il contenuto, è incentrata sul tema della nullità umana.
Spettri
Sostentati dal nulla
esistenti solo dove si sogna
fluttuanti senza sapere
non più concreti del vapore
che sale dalla teiera
eppure ancora capaci di sentire
la forma di ogni separazione
la precisione con cui la morte
ci tagliava via uno dall’altro:
lo spazio che faceva esponendoci
vuoti di luce poi sfaldati3.
L’uomo per Anedda è leopardianamente un nulla nutrito dal nulla, un essere esistente solo nel sogno, agitato e instabile, incapace di comprendere il senso dell’esistere, evanescente e fluttuante nel vuoto come il vapore fuoriuscito da una teiera d’acqua calda. Nonostante tale condizione di totale insipienza, egli è comunque in grado di dar forma interiore al dolore in lui generato dall’idea della morte che, nel corso del tempo, progressivamente, lo separa con inesorabile precisione da tutti quelli con cui si trova a vivere. L’interiorità umana diventa allora spazio mentale, inconsistente ma concretamente visibile nell’immaginario soggettivo, del tutto equiparabile a quello che si può vedere nella cornice che viene posta ad esergo del componimento. Esso costituisce infatti un luogo che, illuminando la nullità umana, mostra all’io l’inconsistenza dell’esistere e che, privando di qualsiasi speranza, lo sfalda e lo disgrega come fanno gli elementi atmosferici con una pietra.
La sofferenza esistenziale, derivata da questa terribile consapevolezza, induce l’uomo a cercare almeno una tregua, qualcosa che, offrendo una pausa dal dolore, gli consenta di accettare la vita. Una qualche forma di sollievo si potrebbe, forse, trovare nel ricordo di quanto si è perduto ma la memoria, con imperturbabile precisione, è recisa dalla falce del tempo che, come dice Montale nei suoi Mottetti, al di là di ogni nostra preghiera o aspettativa, «svetta» impassibile un duro colpo ferendo mortalmente «il guscio di cicala» del ricordo, facendolo cadere nella consueta nebbia dell’oblio4.
Tale immagine montaliana rinvia a quella contenuta nel verso finale della poesia di Anedda Mette in fila i ricordi, nella quale la funzione di correlativo oggettivo non viene svolta della forbice/tempo ma dall’aria arroventata del deserto della vita con cui l’io immagina di parlare, erroneamente convinto di essere riuscito a non farsi più ferire dal tempo mediante la custodia esercitata dalla memoria.
Mette in fila i ricordi
loro gridano che non sono mai esistiti.
Mette in fila i nomi
loro battono insieme come cucchiai di legno. Mette in
fila i visi e loro a schiera si sfaldano confondendo le
unghie con i suoni.
Parla con l’aria.
«Tu non ferisci» dice,
ma l’aria brucia e rade – a falce – il passato5.
Nei versi l’io appare tutto intento a raggranellare con sistematicità i ricordi che, pur resi evanescenti dal trascorrere del tempo, continuano insistentemente a fargli sentire la loro presenza e a richiamare a gran voce la sua attenzione. Questi richiami lo spingono a un disperato tentativo di colmare il vuoto della perdita e lo inducono a mettere in fila i caratteri identitari, il nome o il volto, di chi non c’è più. Spera così di evitare le ferite dell’assenza ma ben presto si accorge che si tratta di una pia illusione. I ricordi, infatti, si confondono e si sfaldano e la loro persistenza è bruciata e corrosa dagli inesorabili tagli della falce della morte. Questa pessimistica conclusione non lo fa, però, desistere ed anzi in molti testi di Anedda compare l’immagine di un poeta sarto, intento a ritagliare e poi ricucire in una tela da lui stesso intrecciata i dettagli e i resti di quei tagli, in modo da ridare loro una nuova vita e da restituire ad essi un nuovo spazio per esistere e colmare il suo vuoto interiore.
L’intera produzione di Anedda è dominata da una riflessione su queste tematiche che ne costituiscono il nucleo originario, come si può chiaramente comprendere dalla lettura di un passo della sua prima opera di saggistica, Cosa sono gli anni (1997):
Forse noi non esistiamo che per imparare l’alfabeto dei morti e per raggiungerli non appena saremo in grado di parlare la loro lingua. Forse chi è scomparso è solo assorto e basterebbe una parola non difficile, ma ancora sconosciuta, per farlo voltare di nuovo verso di noi. Ecco, diremo davanti alla morte, era questo, qualcosa d’infinitamente semplice come ora la mensola, quieta, bruna, sotto il lume verde. Questo, diremo, era il suono che in vita non riuscivamo a decifrare, questa la terza cosa, che a scuola chiamavamo neutro. Così ho pensato davanti a una giovane zia che ho visto vivere e poi morire come le creature di cui parla Blanchot ne La follia del giorno: “Donne che non hanno mai detto alla vita taci e alla morte, vattene”. Avevo sette anni. Nella stanza c’era una grande statua di Gesù Bambino vestito di seta bianca, con una corona in testa. Avevo una catenina d’oro al collo. Me la sono tolta e l’ho posata sul Gesù Bambino, non per devozione, non perché sperassi in un miracolo, ma perché volevo parlare con la statua, perché volevo parlare con la morte, capire quel bianco, colmare il silenzio che si scavava nelle forti voci delle preghiere6.
Da queste parole si può anche capire che per la nostra poetessa la scrittura non rappresenta un momento di pura effusione lirica ed è completamente aliena da forme di narcisismo. Anedda, infatti, rifugge sempre dalla concentrazione solipsistica sul proprio io e prende le distanze da sé per aprire il suo spazio interiore al confronto con l’altro. Il suo interesse è tutto rivolto a individuare un sentimento collettivo di cui si vuole fare voce. Così, allontanato qualsiasi atteggiamento autoreferenziale, per lei l’importante non è mai dire “io” ma “noi”, tanto che in La luce delle cose. Immagini e parole nella notte (Feltrinelli, Milano 2000) sostiene: «Così concepisco la scrittura: Scrivere per sparire, perché la vita si squaderni davanti a me, senza di me». Ne deriva un linguaggio poetico privo di enfasi o di effusività sentimentale, essenziale e scarno ma sempre aperto a molteplici forme linguistiche capaci di diventare quello che nel passo appena letto ha definito l’«alfabeto dei morti» e di creare dei ponti di raccordo tra più spazi e mondi diversi.
Sul piano contenutistico le sue opere sono sempre profondamente radicate nella concretezza dell’esperienza quotidiana, da lei osservata con l’intento non tanto di rappresentarla mimeticamente ma di scoprirne i “dettagli”, dei particolari che, accendendo l’immaginazione, possano illuminare territori inesplorati della vita o stimolare il riaffiorare della memoria. Cerca così di amplificare la dimensione del possibile e di offrire a sé e agli altri una tregua dal dolore esistenziale, una pausa o un conforto al vuoto dello spazio interiore umano. Per questo motivo, tutta la sua produzione spinge il lettore ad osservare la realtà lasciando la testa sgombra da sé stesso, invitandolo ad ascoltare le cose e gli altri mantenendo il suo io deposto di lato, ad essere attento ai cambiamenti per tracciare nuove mappe fisiche e mentali, utili per trovare risposte ai quesiti esistenziali che turbano la vita di tutti gli esseri.
In conclusione può essere utile soffermarsi su un breve passo di un’intervista da lei rilasciata nel 2022, per la rivista «Primi Piani», allo scrittore e poeta Bruno Brunini. All’intervistatore che le chiedeva di sintetizzare i temi ricorrenti e centrali della sua produzione, quelli che da sempre avevano attratto il suo interesse umano e poetico, rispose:
Il tema dell’inermità, l’interesse nei confronti dello spazio, i diversi spazi che poi dialogano con diversi tempi e con il tempo per certi versi bloccato dei malati. M’interessava anche la condizione carceraria della malattia e il rapporto con lo spazio esterno, la percezione di un tempo diverso vissuto da spazi diversi, così come il tema della solitudine del corpo quando è malato e quando vive una condizione di dolore, perché possiamo dire tutto, ma certamente quando proviamo dolore, per quanto gli altri siano empatici, siamo sempre in qualche modo chiusi dentro il corpo che prova dolore. Sembra una stupidaggine non so, la nausea post anestesia, quando si può dire: “ho nausea”, ma è impossibile comunicare l’entità di questa sofferenza. Quindi c’era questo elemento anche chimico del dolore, del corpo, di come il corpo vive la condizione del dolore. Mi ha anche sempre interessato il rapporto dei vivi con la morte, e col tempo slittante di chi sta andando via, si sta allontanando perché muore. […] c’è anche la Maddalena, la mia Sardegna […] che non è il luogo del turismo, soprattutto d’inverno al nord, vicino alle Bocche di Bonifacio, quando soffia il maestrale; sono luoghi pericolosi che non hanno nulla di idilliaco7.
Le opere di Antonella Anedda
(con alcune note di riferimento)
| Opere di poesia | Opere in prosa |
| PRIMA FASE
Residenze invernali (Crocetti, Roma 1992). Notti di pace occidentale (Donzelli, Roma, 1999). Il volume raccoglie poesie nate dalle immagini della cronaca televisiva, dalla riflessione sulla violenza della storia e sull’illusione di pace in occidente, partendo dalla prima Guerra del Golfo. Il catalogo della gioia (Donzelli, Roma, 2003), una sorta di dizionario/catalogo di ciò che dà gioia.
SECONDA FASE Dal balcone del corpo (Mondadori, Milano, 2007) Salva con nome (Mondadori, Milano, 2012). Historiae (Einaudi, Torino, 2018). Tutte le poesie (Garzanti, Milano, 2023) un volume che riunisce l’intera opera in versi, in parte rivisitata per l’occasione. |
Cosa sono gli anni. Saggi e racconti (Fazi, Roma, 1997). L’opera contiene una riflessione sul senso moderno del vivere e sulla letteratura considerata strumento utile per trovare risposte alle domande essenziali sull’esistenza umana
La luce delle cose. Immagini e parole nella notte (Feltrinelli, Milano, 2000). Il volume è ambientato in Corsica nell’arco di una giornata, dalla notte al tramonto del giorno successivo. La luce di cui si parla è quella che le cose hanno in sé stesse e quella che esse, se scrutate con attenzione, fanno sul buio dell’esistenza. La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli, Roma, 2009) Si tratta di un’opera saggistica incentrata su riflessioni nate da dettagli di quadri che, uniti a stralci di fotografie, didascalie e parole, si decompongono in collages. Essa è corredata di un testo finale dedicato al concetto di perdita che sarà poi sviluppato nella raccolta Salva con nome Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena (Laterza, Roma-Bari, 2013) Geografie (Garzanti, Milano. 2021). Volume di prose poetiche incentrate sul tema dello spazio e sulla perlustrazione di diversi luoghi, dalla Mongolia al Giappone, fino alla foresta pietrificata di Lesbos, da lei visitata nell’estate 2015 in concomitanza con l’arrivo in Grecia di una massa di migranti. Altri luoghi presi in esame sono gli interni come la casa, un ospedale, un traghetto. La riflessione è anche incentrata sull’esame dei rapporti uomo-ambiente osservati con uno sguardo multidisciplinare che ingloba varie branche della scienza Poesia come ossigeno. Per un’ecologia della parola in collaborazione con Elisa Biagini, a cura di Riccardo Donati (Chiarelettere, Milano, 2021). Un dialogo su presenza, forza e significato della poesia nel XXI secolo. Le piante di Darwin e i topi di Leopardi (Interlinea, Novara, 2022). È un volume su Charles ed Erasmus Darwin e Leopardi, in particolare quello dei Paralipomeni e della Ginestra. Si riflette sulle posizioni anti antropocentriche del poeta recanatese influenzate forse anche dalla lettura delle opere di Erasmus, medico, antischiavista, che anticipò molte delle idee del nipote. Il saggio ruota sulla prospettiva non antropocentrica, sul dialogo con la scienza e in particolare la botanica e la zoologia. |
* Fotografia in copertina di Corrado Foffi.
Note
Le citazioni delle poesie di Antonella Anedda sono tutte tratte dal volume Tutte le poesie, prefazione di Rocco Ronchi, Garzanti, Milano 2023, edizione a cui si riferiscono i numeri di pagina indicati.
1 Questo lavoro sulla poetessa Antonella Anedda, una delle voci poetiche più autorevoli ed originali della cultura contemporanea, è frutto dell’attuazione del progetto Itinerari poetici, rivolto alle scuole medie superiori ma aperto all’intera cittadinanza, da me attivato nel 2021 in collaborazione con il prof. Valerio Cuccaroni e legato al festival di poesia totale La Punta della Lingua, una manifestazione che ormai da un ventennio è organizzata ad Ancona e altri paesi marchigiani dall’associazione Nie Wiem nell’ultima settimana di giugno. All’interno del festival un pomeriggio e una serata sono dedicati ad un poeta di particolare spicco invitato alla lettura di sue poesie e a un incontro/dialogo con il pubblico, un evento molto atteso e inserito nella sezione Poeti da antologia. Quattro anni fa, nell’intento di avvicinare maggiormente le giovani generazioni alla poesia, di dare loro la possibilità di praticare un’arte molto amata ma spesso di nicchia e di entrare in contatto diretto con gli autori contemporanei, ho proposto all’interno del Liceo scientifico G. Galilei di Ancona, dove sono stata insegnante di lettere per oltre un trentennio, un progetto laboratoriale rivolto alle classi seconde e ho attivato, in occasione dell’organizzazione delle attività del festival della Punta della Lingua, dei percorsi di letture poetiche su Valerio Magrelli, autore speciale dell’edizione 2022. Sono nati così gli Itinerari poetici, incontri itineranti tenuti da me ed ubicati in ambiente esterno in differenti e significativi luoghi della città di Ancona o di paesi limitrofi, aperti a studenti ma anche a un pubblico indifferenziato. I partecipanti, che formano un gruppo non omogeneo ma accumunato dal desiderio di conoscenza dell’autore e della sua poesia, utilizzando materiali da me elaborati e messi a disposizione, sono invitati a leggere i testi, fare interventi di approfondimento e intervenire in prima persona dialogando fra loro. Si tratta dunque di incontri non cattedratici tesi a stimolare la partecipazione attiva, una riflessione collettiva sui temi trattati nei testi oggetto di lettura e un arricchimento culturale autonomo. Quest’anno il dibattito sulla poetessa Anedda protagonista della sezione Poeti da antologia, è stato ampio e molto partecipato per le riflessioni destate da una personalità poetica ricchissima di spunti di confronto e dotata di una fine sensibilità con cui in tanti si sono trovati in profonda sintonia. Il presente lavoro costituisce il frutto di sette incontri avvenuti tra il 6 e il 30 giugno ad Ancona presso il Giardino del Liceo scientifico G. Galilei, il Monumento ai Caduti del Passetto, le panchine di piazza Cavour, la Mole Vanvitelliana e l’ex caserma Villarey, al Belvedere di Sirolo e alla Torre di Numana, tutti ambienti che hanno inserito le letture nel vivo contesto della vita quotidiana con i suoi rumori e luoghi di relax ed hanno consentito un allargamento del gruppo dei partecipanti accresciuto da casuali passanti incuriositi. Predisponendo la pubblicazione dei materiali forniti durante lo svolgimento degli incontri ho rielaborato i contenuti che sono stati sviluppati integrandoli e servendomi anche delle riflessioni di approfondimento emerse tra i protagonisti di queste passeggiate poetiche estive.
2 A. Anedda, Salva con nome, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 352.
3 Ivi, p. 353.
4 E. Montale, Non recidere, forbice, quel volto, in L’opera in versi, Einaudi, Torino 1980. Nel testo, in risposta al poeta che aveva pregato la forbice di non tagliare dalla memoria il volto della donna in ascolto, nella seconda strofa si legge: «Un freddo cala… Duro il colpo svetta. / E l’acacia ferita da sé scrolla/ il guscio di cicala/ nella prima belletta di Novembre». Questa fanghiglia in cui cade il ricordo è la testimonianza della vittoria dell’oblio.
5 Anedda, Salva con nome cit., p. 354.
6 A. Anedda, Cosa sono gli anni. Saggi e racconti, Fazi, Roma 1997, pp. 14-15.
7 B. Brunini, Incontro con Antonella Anedda, in «Primi Piani», XXIV (aprile 2022).
Danila Saracini
Danila Saracini (Portorecanati, 1956) si è diplomata al Liceo classico di Recanati, a cui deve in parte il suo immenso amore per Leopardi. Laureatasi in Lettere classiche a Macerata, è diventata docente di Lettere. Al 1989 è approdata al Liceo scientifico «Galilei» di Ancona, dove ha accompagnato per più di trent’anni gli allievi tra le pagine della letteratura italiana e le parole dei classici latini e greci. Dal 2021 è in pensione ma l’amore per l’insegnamento e per la relazione educativa l’ha spinta a continuare a collaborare in varie forme a diversi progetti scolastici. Da tre anni, rispondendo al desiderio di ex alunni, ha dato vita al gruppo «Tisane letterarie» organizzando incontri quindicinali online e in presenza su tematiche culturali affrontate in maniera interdisciplinare. In collaborazione con l’associazione Nie Wiem e il festival internazionale di poesia «La punta della lingua», propone il progetto laboratoriale «Adotta l’autore» nelle scuole secondarie di II grado, teso alla divulgazione della poesia nelle nuove generazioni. Nell’anteprima del festival organizza «Itinerari poetici», dedicati all’ospite speciale. Quest’anno ha coltivato la sua passione per le lingue classiche collaborando con l’Istituto teologico marchigiano e tenendo lezioni di greco e latino.


