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Jacopo Masi, da “Maestrale e il largo” (2011)

Per permettere a questa elegante opera di circolare oltre la sua dimensione cartacea e perché sia benaugurante alla prossima esplorazione di Argo nell’universo dell’Acqua, riproduciamo qui, per gentile concessione degli Autori e dell’Editore, quattro poesie tratte dalla silloge Maestrale e il largo di Jacopo Masi, pubblicata, con l’incisione Paesaggio celeste di Rachele Biaggi, nel Fasciolo 2011 del Trimestrale di Poesia e arte «Passaggio» (direttore letterario Eugenio De Signoribus, direttore artistico Sandro Pazzi) dell’Associazione culturale La Luna.

Jacopo Masi, da Maestrale e il largo
Qui forse è dove batte
più forte il mare,
dove mancandogli
la riva, nemmeno schiuma
e gira
a vuoto la sua porta
infinita
e disfa la guancia e l’ombra
la sfalda sul muro
la fa bianca
di luna.
Qui è dove forse più giusto
sarebbe piantare una casa,
qui le sue mura
incerte, le sue rosse
finestre sbigottite
di febbre
di notte
– di niente –
qui i nostri timidi
fiori al davanzale che non sai
– mille
volte te l’ho chiesto,
mille anni e insisto –
se un altro anno ancora
troveranno la via
il foro nella porta
per tornare,
se pari saranno alla forza
vuota che li fa titubare.
 

*

O forse sarà nulla, sarà
un continuare a darsi appuntamento
(noi senza più tempo) di là
dalla cortina d’ombra, di là dall’alba
che infila i coppi, la gronda,
i cornicioni, di là da noi (noi
di là dai nomi)…
Ma cosa portando
quale pegno di stagione, offrendo
quale frutto, quale onda
esplosa più bianca nel vento?

*

Ma in compenso c’è vento.
Per questo usiamo nomi,
chiamiamo, teniamo nella mano
sollevata in avanscoperta,
la breve lanterna dei soli mezzi
che abbiamo, che ci fa vacillare
la figura, spremere gli occhi
allacciare la vela agli angoli
della bocca e piano – col favore
del vento – chiamare, inventare
tra nero e stelle il chiaro
sgomento di una rotta.

*

Venne, senza vento, la notte

venne scalzo e quieto (chissà
da quanto tra le crepe dei muri
appostato) il tempo.
Avvenne
che anche le strade, a detta di molti
non ci fossero più, se non nei pochi
ciuffi più folti, in qualche erba
più dura e irta,
che tutto il dirupo
ora in alto scavasse il suo fondo

sopra i tetti e le teste e le rare
luminarie rimaste spente
a oscillare di quando in quando
per un niente nella nebbia.

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