Joyce Lussu. Strega vs Sibilla ovvero la Sibilla femminista ⥀ La Punta della Lingua 2023

Le figure della strega e della sibilla rappresentano due icone femminili nell’opera della scrittrice e poeta Joyce Lussu. Presentiamo un estratto del libro Dissonanze del femminile dal ‘700 al ‘900 (Metauro Edizioni, 2022) di Sara Lorenzetti, che analizza la rimozione delle scrittrici donne dalla scena letteraria italiana. Il giorno 26 giugno l’autrice presenterà il libro ad Ancona in occasione del festival La Punta della Lingua

 

Il volume di Sara Lorenzetti tenta di rispondere all’esigenza critica dettata dalla rimozione forzata dal canone che le donne hanno subito nel corso della storia letteraria italiana, e delinea un percorso di scrittura femminile dal Sette al Novecento attraverso tre figure che, legate (per origine o adozione) alla regione marchigiana, per diverse ragioni sono state condannate a una posizione di marginalità nella storia della cultura. Si tratta di Maria Stelluti, poetessa protagonista dell’Arcadia del Settecento fabrianese; di Caterina Franceschi, patriota, letterata e pedagogista, figura paradigmatica del XIX secolo e, infine, di Joyce Lussu, attivista militante e intellettuale del ’900. Con la loro vicenda biografica e letteraria, queste tre figure interpretano in modo peculiare la dialettica tra tradizione e innovazione. Riportiamo di seguito un estratto del capitolo dedicato a Joyce Lussu, donna e scrittrice dall’esistenza così dinamica da essere sfuggente rispetto a qualsiasi categoria, ingiustamente esclusa dalle storie letterarie e dai manuali scolastici.

 


Joyce Lussu

Strega vs Sibilla ovvero la Sibilla femminista

 

La dialettica tra tradizione e innovazione in Joyce Lussu si esprime anche nelle icone femminili della strega e della sibilla, che spesso fanno incursione negli scritti saggistici e narrativi dell’autrice. Le due figure sembrano caricarsi di valenze opposte: da un lato il passato della Sibilla, appartenente a un’antica civiltà scomparsa e depositaria di un sapere millenario, dall’altro la protagonista dello slogan femminista “Tremate, tremate, le streghe son tornate!”, una donna emancipata che si libera dalla sudditanza e si riappropria di sé, veicolando una nuova idea di società. Queste due valenze del femminile, che a una prima ricognizione sembrano contrapporsi, sembrano meritevoli di un’indagine approfondita utile anche per fornire una chiave interpretativa della visione del mondo dell’autrice.

Il termine “strega” riveste, nelle raccolte, tre accezioni fondamentali, che instaurano tra loro un rapporto dialettico. In un primo significato, le occorrenze del vocabolo rimandano proprio alla leggendaria Sibilla, custode di una sapienza secolare trasmessa da generazioni, e guida della comunità di cui fa parte, di cui conosce il passato e sa prevedere il futuro. Esperta di arte medica, mettendo a frutto la sua conoscenza dei rimedi naturali, si presta a soccorrere e guarire chiunque ne abbia bisogno. Ella ha anche un ruolo attivo ed operativo, poiché presiede alle riunioni periodiche che si tengono nel villaggio per organizzare la vita comunitaria e soddisfare le esigenze primarie della collettività, la difesa dagli animali selvatici così come la difesa dalle malattie, la conservazione e la distribuzione delle scorte alimentari, i lavori di manutenzione e riparazione da attuare. Ella sembra interpretare un legame con il trascendente, oltre che incarnare la legge di giustizia superiore che presiede agli eventi, per questo è l’unica a detenere il privilegio di poter ripristinare l’equilibrio tra la vita e la morte, talvolta infranto dalle azioni dissennate degli uomini. Al termine della sua vita, una volta espletato il suo compito di servizio, la Sibilla trasmette il suo sapere a una donna più giovane che le succederà nella comunità (Il libro Perogno). Talvolta, nelle narrazioni, è messo in scena proprio l’incontro tra la Sibilla e una bambina, che viene eletta dalla vegliarda a interlocutore privilegiato (Il grande canino, La vergine Camilla e la vergine Maria).

In ogni civiltà ed epoca storica in cui si è imposto un potere patriarcale e autoritario, «l’immagine della Sibilla […] ha continuato a fluttuare nei recessi di un’autonomia calpestata, assumendo linguaggi ermetici e notturni, perché il linguaggio solare ed esplicito non è mai consentito ai vinti»1. La Sibilla si trasforma allora in strega. In un secondo significato, pertanto, la parola “strega” fa riferimento a questo doppio speculare. La custode leggendaria della comunità si nasconde infatti in una grotta ed assume un linguaggio ermetico, mentre la sua icona viene manipolata dalla cultura ufficiale e quindi demonizzata nell’immaginario popolare, come già era accaduto in passato (Il libro Perogno). Se i Romani la associavano a Demetra o Cibele, metafora della terra oscura e passiva che aspetta il segno dell’aratro e del seme, nel Medioevo la Sibilla è ritenuta incarnazione del serpente malefico tentatore dell’uomo, mentre in età moderna diventa il mostro da mandare al rogo, capro espiatorio con cui il potere dominante perseguita ogni espressione dissenziente. Secondo la lettura sociologica della Lussu, dietro all’attacco alla donna perpetrato nel Seicento, si nasconde il tentativo di risarcire il lavoratore oppresso e sfruttato, fornendogli una vittima per poter esprimere le sue frustrazioni: la persecuzione delle streghe rappresenta un’esorcizzazione della sessualità femminile operata dal potere patriarcale.

La femminilità può essere in questo senso interpretata attraverso la categoria del “perturbante” freudiano, detto anche Das Unheimliche, qualcosa di familiare ma insieme sconosciuto che desta attrazione e paura2. Pertanto «L’immagine della Sibilla, che rappresenta l’antecedente e il diverso contrapposto ai poteri costituiti»3 assume una valenza dirompente rispetto all’esistente e anche il recupero della sua memoria, di cui si fa carico la scrittrice, è un’azione di lotta rivoluzionaria.

Il modello patriarcale e paternalistico autoritario che si è imposto in modo totalizzante, se ha costretto la Sibilla a percorrere vie sotterranee e clandestine, d’altro canto ha inglobato nella cultura occidentale figure di donne astratte e inverosimili, che trovano la propria cifra distintiva nella mortificazione della propria femminilità e che risultano la proiezione della cultura maschilista, come il personaggio virgiliano di Camilla, guerriera androgina, e Maria di Nazareth, icona della purezza virginale. Così Lussu si esprime in modo provocatorio e con crudezza di toni:

Queste due immagini verginali (la guerriera che assunse il modello maschile, urlante improperi e invettive all’avversario prima di infilzarlo e di essere infilzata a sua volta, imbrattata di schizzi di sangue e di cervello, e l’altra, la giovinetta un po’ ritardata che va in giro con un marito anziano e astinente, ignara del perché ha le mestruazioni e del come nascono i bambini, e che viene trascinata, senza che mai si chieda il suo parere, in un’avventura terribile di parto e di perdita del figlio), sono proiezioni della cultura maschilista-patriarcale sulla donna4.

In un’altra accezione, piuttosto rara nella raccolta, il termine “strega” è assunto nel significato coniato nell’ambito della battaglia femminista. Il racconto I due sogni, ambientato nel 1970, è la storia della giovane Maria, sposata a un medico molto più anziano di lei, uomo autoritario, violento e possessivo. Il corpo centrale della narrazione è occupato dalla fantasia onirica della protagonista, che sogna di essere sorpresa dal marito Piero mentre si trova con il suo amante (il lettore apprende che ella nel periodo della vicenda sta in effetti consumando un adulterio). Risvegliatasi dall’incubo, la donna è terrorizzata che il coniuge possa indovinare i suoi pensieri; interrogata da lui, quasi per proteggerli, inventa di aver visto in sogno la scena di uno stupro, quello di cui il marito insieme ad altri militari si era reso protagonista nella campagna di Grecia e di cui ella era venuta a conoscenza spiando una conversazione privata. Piero è sconvolto dal racconto e incapace di comprendere come la moglie conosca i fatti: la voce narrante scava nella sua mente, mettendo impietosamente a nudo un uomo losco, dalle fragili certezze e ipocrita, timoroso di ciò che potrebbe svelare le sue segrete attività illecite e incrinare la sua immagine di uomo perbene.

“Maria!” urla Piero. Il suo viso è molle e cascante, come se i muscoli non tenessero più, e gli occhi sono pieni di sgomento. Com’è possibile che questa strega abbia sognato una scena vera, con tutti i dettagli? Com’è possibile se non ne hai mai parlato a nessuno, e l’unico a saperlo è Carlo, che stava con lui, ma vive da vent’anni in Venezuela? Allora questa cagna potrebbe sognare anche di quella ragazza di Elbasan, in Albania… O magari di certi traffici per i gonzi che si fanno nella mia clinica… Allora la veggenza, la magia, la parapsicologia, la telepatia… Ci sarà qualcosa di vero? Allora come si fa a mantenere i segreti, a tenere in piedi le facciate, a esigere il rispetto e il timor di Dio? Perché bruciavano le streghe in tempi più timorati?5

Nel frattempo il telegiornale riporta la notizia che è stata approvata la legge sul divorzio e la mente della donna è attraversata da un desiderio di libertà. Il titolo del racconto, declinando il termine in due differenti accezioni, si presta a diverse interpretazioni: da un lato fa riferimento al sogno in senso proprio e, metaforicamente, anche al desiderio di libertà della giovane, ingabbiata in un matrimonio di convenienza che si consuma nella sopraffazione. Sotto un altro profilo, i due sogni sono quello autentico della protagonista e quello menzognero formulato ad hoc per ingannare il marito.

Alla medesima occorrenza del termine “strega” rimanda anche la parte conclusiva del racconto La zia Giuditta e il mattone di Newton, imperniata sull’incontro, presso la Biblioteca Nazionale a Roma, tra la protagonista e una sibilla moderna, intenta a riesumare la figura dimenticata di Alfred Newton, ornitologo della Belle Époque. Grazie alla memoria prodigiosa della “sorella”, l’io narrante a sua volta decostruisce la figura intellettuale di Isaac Newton, suggestionato dalle teorie alchemiche ma incapace di ribellarsi alle ideologie e ai poteri del secolo. Dopo l’incontro, la protagonista nota su un muro di Castro Pretorio le parole: «Non tremate, sorridete e danzate. Le streghe son tornate»6; trovando ancora attuale la scritta, decide pertanto di rinnovarla con il pennarello.

La centralità della figura femminile, che attraversa la raccolta a livello tematico, è ribadita dalla costruzione narrativa. Le protagoniste, che detengono il privilegio della “voce”, sono antiche e nuove Sibille che, oltrepassando le barriere tra diverse epoche storiche e civiltà, instaurano tra loro un rapporto di “sorellanza”, e si fanno interpreti di un sapere autentico, di una visione del mondo libera da incrostazioni ideologiche, nonché di un messaggio di liberazione per il futuro. Nel racconto Il cigno di Oudewater il senso di profonda interconnessione che coinvolge il femminile supera anche le divisioni di specie, dal momento che l’io narrante è una donna, che ha vissuto da anatra selvatica in una vita precedente.

Secondo Lussu, la cultura alternativa interpretata dalle Sibille, che ha continuato a disegnare percorsi carsici nella storia, continua a sopravvivere ed è pronta a riemergere, ogni qualvolta le condizioni storico-politiche lo permettano, per farsi interprete dell’utopia di un mondo pacifico e privo di discriminazioni.

Le sibille non sono estinte, e in ogni angolo del paese rappresentano una cultura alternativa, una proposta di liberazione dai vecchi incubi e dai vecchi schemi; a volte coltissime e famose come: l’americana Carolyn Merchant o l’indiana Vandana Shiva, a volte anonime e ignorate come le vecchie contadine del Guatemala che caparbiamente tramandano la saggezza e i lavori della tradizione Maya rifiutando l’evangelizzazione; per cui quando arrivano gli squadroni della morte a massacrare i vivi e a bruciare i villaggi, sono le prime a essere sgozzate perché il regime militar-cattolico sa bene che è lì il nocciolo duro della Resistenza7.

L’io narrante in cui la Lussu si rispecchia, unita alle protagoniste da un rapporto di “sorellanza”, incarna una nuova icona, una Sibilla femminista, portavoce di una rinnovata coscienza e di un modello alternativo di mondo possibile, una figura che diventa trait d’union tra la memoria, ipostatizzata dall’antica e leggendaria Sibilla depositaria del sapere collettivo, e l’utopia che, come nella dimensione biografica della scrittrice, la proietta in una dimensione futura in cui prosegue la sua lotta per un universo migliore: «Conoscere l’io presente vuol dire scavare meticolosamente nel passato, e proiettarsi nel futuro sforzandosi di razionalizzare l’utopia, che ancora non c’è ma potrebbe esserci»8.

Riprendendo il pensiero della scienziata indiana Vandana Shiva, la scrittrice ritiene infatti che:

Lo sviluppo, o meglio il “malsviluppo”, invece di rispondere ai bisogni essenziali, minaccia la sopravvivenza del pianeta. La riscoperta del principio femminile costituisce la sfida intellettuale e politica al “malsviluppo”, inteso come progetto patriarcale9.

In conclusione, le diverse valenze che l’icona della strega assume nella narrativa di Joyce Lussu, se ad un primo sguardo sembravano rivestire significati opposti, ad una ricognizione più approfondita, in effetti, non solo si rivelano permeate da tratti di profonda consonanza, ma risultano riconducibili a un nuovo paradigma femminile che la scrittrice propone come modello.

 

 


Note

1 Joyce Lussu, La Sibilla a Gerusalemme, in Id., Il libro delle streghe, Gwynplaine, Camerano 2011, p. 130.

2 Sigmund Freud, Il perturbante, in Id., Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1991.

3 Joyce Lussu, La Sibilla a Gerusalemme, in Id., Il libro delle streghe, cit., p. 130.

4 Id., La vergine Camilla e la vergine Maria, ivi, p. 97.

5 Id., I due sogni, ivi, pp. 153-154.

6 Id., La zia Giuditta e il mattone di Newton, ivi, p. 72.

7 Id., L’uovo di Sarnano, in Id., Racconti sibillini, Andrea Livi Editore, Fermo 2020, p. 23.

8 Id., Le Inglesi in Italia. Storia di una tribù anglo-franco-marchigiana in un angolo remoto degli Stati Pontifici, Lerici, Roma 1970, p. 12.

9 Marinella Fiume, Empowerment-entropia-ecofemminismo: appunti per una sistematizzazione del pensiero di Joyce Lussu Salvadori, in Joyce Lussu. Il più rigoroso amore, a cura di Franca Consigli, «Quaderni del Circolo Rosselli», n.s., a. XXII, fasc. 78, 3, 2002, p. 135.

 

 

 


Sara Lorenzetti insegna Letteratura Italiana e Letteratura di viaggio presso l’Università degli Studi di Macerata, dove ha conseguito il dottorato in Italianistica e svolto attività di ricerca con un assegno. I suoi settori di interesse sono la scrittura epistolare dell’Ottocento, a cui ha dedicato due volumi (Voi sarete… il mio tutto. Un epistolario amoroso di Caterina Franceschi, 2006, e Andare in mare senza barca. Le lettere di Monaldo Leopardi ad Annesio Nobili, 2009) e la letteratura femminile e di genere. Il suo discorso critico si rivolge al Novecento, su cui ha pubblicato diversi contributi (ad esempio Figurazioni del vuoto. Per una rilettura delle “Novelle per un anno” di Pirandello, 2016), con particolare attenzione alle narrazioni della diaspora e migrazione (Ornela Vorpsi, Amara Lakhous, Igiaba Scego) e alla scrittura odeporica. Si occupa di didattica della letteratura.