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La Bohème alle Muse di Ancona | Lorenzo Franceschini

Direttore d’orchestra: M° Gabriele Bonolis.
Orchestra: FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana.
Coro: Coro Lirico “V.Bellini” di Ancona.
Regia: Nicola Berloffa.
Scene: Fabio Cherstich.
Costumi: Valeria Bettella.
Disegno luci: Michele Cimadomo
Assistente alla regia: Giacomo Benamati.
Assistente alle scene: Sofia Borroni.
Cast: Grazia Doronzio (Mimì), Lavinia Bini (Musetta), Jenish Ysmanov (Rodolfo), Francesco Vultaggio (Marcello), Italo Proferisce (Schaunard), Dario Russo (Colline).
Con il Coro di Voci Bianche “ArteMusica” diretto dal M° Angela De Pace e la Banda di Palcoscenico Orchestra Fiati di Ancona, diretta dal M° Mirco Barani.

Venerdì 9 ottobre si è aperta la Stagione Lirica 2015 curata dalla Fondazione Teatro delle Muse di Ancona, con La Bohème di Giacomo Puccini – libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica. Questo appuntamento ha anche sancito l’inizio del progetto Ancona Jesi Opera, che prevede una collaborazione fra i teatri delle due città nell’allestimento di sette opere teatrali: quattro a Jesi e tre nel capoluogo marchigiano. Abbiamo assistito per voi alla replica di domenica 11 ottobre.
L’opera, rappresentata per la prima volta dal ventinovenne Arturo Toscanini al Teatro Regio di Torino il primo febbraio del 1896, si compone di quattro quadri, e racconta le peripezie di un gruppo di giovani amici bohemien nella Parigi mondana e dissoluta del 1930. Due sono le storie d’amore che si intrecciano in questo dramma, quella di Rodolfo, poeta squattrinato, e Mimì, malata di tubercolosi, e quella del pittore Marcello e della bella Musetta. Gli attori sulla scena sono tutti giovani, della stessa età dei personaggi che rappresentano, e debuttano nei loro rispettivi ruoli. Questo conferisce alla messinscena una certa freschezza, molto adatta alla vicenda che viene narrata.
Alla replica di domenica 11 ottobre il pubblico è piuttosto esiguo, il teatro è pieno per tre quarti circa. La scenografia del primo quadro è piacevole, ma a sinistra, dietro la scena principale, è possibile vedere l’ingresso in scena dei vari personaggi, e questo dà quasi un senso di trascuratezza alla rappresentazione. Un altro espediente scenico poco convincente è l’utilizzo di un occhi di bue rosso piazzato sul palco, per simboleggiare il fuoco a cui si scaldano gli inquilini della soffitta dove è ambientata la vicenda narrata nel primo quadro. Questo espediente pare piuttosto rimediato e poco elegante.
In alcuni punti l’orchestra copre la voce dei cantanti. È il caso, per esempio, di Che gelida manina, nel momento in cui Rodolfo dice: “Talor dal mio forziere/ ruban tutti i gioielli/ due ladri, occhi belli”. Rodolfo viene coperto dall’orchestra anche poco più avanti, sempre nel quadro primo, quando canta: “O soave fanciulla, o dolce viso/ di mite circonfuso alba lunar/ in te, vivo ravviso”. Molto piacevole il duetto tra Rodolfo e Mimì alla fine del primo quadro.
Nelle scene collettive d’inizio secondo quadro è difficile distinguere i cantanti solisti dalle comparse e dal coro, sebbene l’effetto complessivo risulti piacevole ed efficace. L’unico personaggio che spicca, in questo contesto, è Musetta, che si distingue per voce, recitazione, ed anche per un abito di scena vistoso ed elegante. Marcello, invece, in questo frangente rimane piuttosto in ombra, anche a causa del vestito dimesso che indossa, ma canta bene. Il secondo quadro, che chiude la prima parte dello spettacolo prima dell’intervallo, termina con una parata di ottoni: bella scena corale, gioiosa e divertente.
Dopo l’intervallo, la nuova scenografia, essenziale ed opportuna, de La barriera d’Enfer ci porta in un’ambientazione invernale, dove alti platani si stagliano schietti sulla gelida bruma. Nello scambio tra Mimì e Marcello, le voci si confondono con l’orchestra, il cantato è poco chiaro, non perfettamente scandito, e l’orchestra troppo alta. In altri punti Marcello si esprime meglio, mostrando una vocalità piena e robusta. Così anche Rodolfo, ottimo al suo ingresso nel terzo quadro. Toccante l’interpretazione di Mimì quando si allontana dall’amato poeta. Anche nel quartetto finale, tuttavia, le voci si distinguono poco.
Il quarto quadro si apre con un’allegra battaglia di cuscini tra gli uomini, che, abbandonati dalle rispettive ragazze, ritornano a vivere nella mansarda in cui è iniziato il dramma. Il giocoso scontro viene interrotto da Musetta, che preoccupata irrompe nella stanza: Mimì, già malata di tubercolosi, sta per morire. Molto applaudito il filosofo Colline, nell’aria Vecchia zimarra, senti, probabilmente la migliore voce maschile in scena. Molto espressiva Musetta, quando canta: “Madonna santa, io sono/ indegna di perdono”, interpretazione molto riuscita ed applaudita; non a caso, sarà proprio lei, alla fine della rappresentazione, a ricevere gli applausi più entusiastici. Molto bella la scena finale, dove suggestiva è la scenografia e bravi gli interpreti, per canto e recita.

         

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