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La cosa più grossa | Racconto di Andrea Donaera

La cosa più grossa, fino a ieri, era stata la cosa di Samuele, che una volta sono arrivato sotto casa di Samuele, il compagno mio di banco, terza media, Samuele era stato malato e gli dovevo portare i compiti a casa, era pomeriggio, il Duemilauno o il Duemiladue, un freddo, sono arrivato sotto casa sua, l’ho telefonato, col Motorola di quelli che facevano in quel periodo lì, l’ho telefonato, «Samuele sono giù, apri?», mai stato a casa sua prima, mi aveva detto “Quando arrivi chiamami, non citofonare”, io allora quando sono arrivato l’ho chiamato, gli ho detto «Apri?», e lui «No aspetta, scendo», io un po’ sono rimasto così, stranito, diciamo, ho aspettato, un freddo quel giorno, lui dopo un poco è sceso, era tutto trafelato, gli ho detto «Oh, ma saliamo sopra, che si muore di freddo», e lui «No, no, facciamo qua, dammi», e io, niente, abituato di solito che se devi portare i compiti a uno che era stato malato, insomma, di solito, si va a casa, gli si spiegano un poco le cose che si sono fatte a scuola mentre lui era malato, quella volta invece no, con Samuele, niente, no, lui mi prende i quaderni dalle mani, tutto trafelato, l’ho guardato, nemmeno il giubbotto si era messo, un freddo, aveva solamente una felpa rossa addosso, un freddo, mi ha detto «Va be’ grazie eh, domani te li porto a scuola», e io, un attimo così, di esitazione, diciamo, gli ho chiesto «Ma sicuro? Se vuoi salgo in casa, ti spiego un attimo, abbiamo fatto cose un poco complicate», ma lui, niente, «No, no», e già stava andando verso il portone, il portone del condominio dove abitava Samuele, una cosa che proprio, una tristezza, proprio, grigio, tutto pieno di scritte, il portone, poi quel giorno un freddo, niente, gli ho detto «Va be’, ciao», e lui, che già un poco iniziava a tremare per il freddo, mi ha detto «Ciao », tutto trafelato, ed è entrato, ha chiuso il portone grigio, e io me ne sono tornato verso casa mia, un freddo, e poi niente, il giorno dopo Samuele a scuola non è venuto, e nemmeno il giorno dopo ancora, io l’ho chiamato un paio di volte, che insomma, pure per i quaderni, che mi servivano, i quaderni che gli avevo prestato, lui non rispondeva, il terzo giorno poi, la cosa grossa, ecco, la cosa grossa, mi sveglio, vado in cucina, vedo mia madre seduta a tavola, che guarda la televisione, con la tazza di latte poggiata lì, fumante, sul tavolo, il latte, lei, mia madre, guarda la televisione, e piange, mia madre, e allora guardo la televisione, vedo Samuele e suo padre che escono dal portone grigio, quello triste e tutto scritto, Samuele e suo padre escono dal portone grigio con le mani dietro la schiena, in televisione, e i carabinieri che li tengono per un braccio, e un casino di gente attorno, gente che urla, che fa foto, io un poco rimango così, senza sapere bene che cos’è ‘sta cosa qua, mia madre che piange, a un certo punto si gira verso di me, mi guarda e mi chiede, piangendo, «Hai capito che cosa è successo?», e io «No», e lei «Non hai sentito?», e io no, non avevo proprio fatto caso che c’era il giornalista della televisione che stava parlando, io guardavo solamente le immagini di Samuele e di suo padre, e stavo pensando che Samuele stava vestito come l’altro pomeriggio, la stessa felpa rossa, un freddo, ho pensato io, un freddo, e Samuele sempre senza giubbotto, e niente, mia madre, piangendo, mi dice «Hanno arrestato Samuele e suo padre», e piange, e beve un sorso di latte fumante, e io «Ma perché?», e lei, piangendo, «Perché hanno trovato, in casa loro…», e niente, piange troppo forte, non riesce a parlare, beve un altro sorso di latte, e io, «Mà, cosa?», e lei niente, piange, piange così tanto che le cade dalle mani la tazza di latte, un macello per terra, e lei piange, e io allora torno in camera mia, perché io questa cosa qui la voglio capire, torno in camera mia, prendo il telefonino, chiamo Riccardo, Riccardo risponde dopo mezzo squillo, «Hai sentito?» mi chiede, e io «Riccà, non ho capito niente io», e lui «Samuele e suo padre», e io «Eh», e lui «Li hanno arrestati», e io «Eh», e lui «Hai sentito perché?», e io «No, ti sto chiamando infatti perché mia madre non mi dice», e lui sospira e poi dice, con una voce bassa così bassa che mi devo attaccare il telefono all’orecchio fino a farmi male, mi dice «Hanno scoperto che in casa tenevano nascosta la sorella», e io «La sorella?», e lui «Eh», e io «Sorella di chi?», e lui «Di Samuele», e io «Ah», e lui «Eh, e nessuno sapeva niente da un casino di tempo, di questa sorella di Samuele, che tipo ha quindici anni, questa sorella, e nessuno sapeva niente da un paio d’anni, dicevano che era tipo malata e non andava a scuola né niente», e io «Ah, e invece no?», e lui «Invece no, la tenevano nascosta in casa», e io, col telefono sempre schiacciato all’orecchio fino a farmi male, un male, chiedo «E perché la tenevano nascosta?», e lui «Eh, perché la tenevano tipo legata al letto, e non la facevano mangiare, e la stupravano, la picchiavano, e cose così», e io, un attimo di silenzio, «Ah», ho detto, e lui «Eh», e io «Ma chi è che la stuprava e la picchiava?», e lui «Samuele e suo padre, la stupravano e la picchiavano», e io «Ah», e lui «Eh», e io volevo chiedere un sacco di cose, e non sapevo cosa dire, non sapevo da dove cominciare, e mi faceva male l’orecchio, col telefono lì schiacciato sull’orecchio, e allora ho detto «Ho capito», e lui «Vieni a scuola?», e io «Sì», e lui «Ci vediamo là allora, ti spiego bene», e ha chiuso, e io niente, questa la cosa più grossa, fino a ieri, la cosa di Samuele, fino a ieri, la cosa più grossa, poi ieri è successa un’altra cosa.

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