(…) et idem
indignor quandoque bonus dormitat Homerus
(Hor. A.P. 358-359)

Posta la necessità di sorvolare – per ragioni di tempo e spazio – sul complessivo stato di salute delle lingue classiche, è indubbio che la situazione linguistica dell’Italia rappresenti uno dei più significativi “termometri” circa l’uso del latino come lingua parzialmente “viva”. Nell’era di “cit.” ed aforismi, ciò che risulta più grave non sono abusi né errori (una tantum come “una volta ogni tanto”), ma il fatto che questi ultimi passino, di norma, sotto silenzio. 

Addirittura più cupo è lo scenario che si delinea estendendo l’analisi ai testi musicali, indicatore più che mai rilevante in termini di questione della lingua. Emergono, con cristallina chiarezza, frequenti infrazioni di norme fonosintattiche e grammaticali che non possono essere liquidate come “licenze”, ma sono di fatto strafalcioni belli e buoni. Ci si riferisce qui ovviamente a un particolare assetto linguistico, che non è “bilinguismo” e a stento può essere definito “diglossia”; ciò non toglie che i risultati cui si arriva paiano avvalorare la tesi di una certa faciloneria in termini di pronuncia e accentazione.

Un interessante caso di studio sembra provenire da un’indagine “a campione” sui testi – e sul mondo – del rap, genere di cantato sempre più in voga, il cui requisito di partenza sia – ai fini dell’analisi – l’aver attinto alla lingua latina. 

Si prenda come parametro la celeberrima “legge della penultima”1, articolata in due saldi postulati:

1) quando la penultima sillaba (scil. di una parola latina) ha quantità lunga, essa mantiene l’accento;

2) quando la penultima sillaba ha quantità breve, l’accento “arretra” sulla terzultima.

Il grado di arbitrarietà cui eccessi diagnostici prestano il fianco può essere ridotto, in questa sede, solo tenendo presenti alcune distinzioni tutt’altro che secondarie: (a) la sostanziale differenza tra sistemi quantitativi e accentuativi; (b) la separazione tra prosodia e metrica; (c) la distinzione tra la metrica poetico-musicale “istituzionale” e la metrica del rap, per sua natura e per definizione restia a rigidi schematismi. In nome di una maggiore irregolarità del testo musicale, più propenso a licenze, la criticità – e la potenziale obiezione – più rilevante riguarda il punto (b), utile a ricordare la non assoluta coincidenza tra accento di parola (o tradizionalmente “tonico”) e accento metrico-ritmico (o “ictus”), fatto (più che problema) ben noto ai metricisti di ogni estrazione. In sintesi, andrà considerato degno di liceità un caso di “adeguamento” per necessità, come avviene per l’immagine, ben nota, del geomètra cui Dante si paragona nel tentativo di comprendere l’unione tra umano e divino in Par. XXXIII, 133-136: “Qual è ’l geomètra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond’elli indige, / tal era io a quella vista nova”. 

***

1) Adversus, ultimo album dei Colle der Fomento 

Un titolo come Adversus non può che assurgere a dichiarazione programmatica. I capitolini per eccellenza, promotori di rivendicazioni di romanità che spaziano dalla carbonara alla storia della res publica, hanno scelto di celebrare le proprie radici attingendo, più che in passato, a un complesso terminologico facilmente reperibile nel Castiglioni-Mariotti. Dunque lo stesso termine adversus non è qui da intendersi come l’aggettivo della prima classe che significa “contrario”, ma come l’avverbio-preposizione adversus2, che in reggenza dell’accusativo rappresenta un’altra frequente opzione, oltre ai ben noti contra, ob e in, per definirsi “contro” (presumibilmente da associare a concetti come “il sistema”, caro a Zach de la Rocha e Tom Morello3). 

Ne consegue che tutto l’album, summa di brani nuovi e canzoni èdite precedentemente, faccia registrare al proprio interno una forte presenza di vocaboli latini: spicca, tra tutti, il brano moraleggiante Nulla virtus. Del resto la frequentazione tra il Colle e l’antichistica non è una novità: già nel 1996 il Danno rivendicava origini etrusche (Sopra al Colle), mentre Piotta si definiva brillantemente “il solo con il nome numismatico” (Ciao ciao) e Masito rincarava con “come Romolo sul colle, il solco mio ho tracciato” (Funk Romano). Nel decennio successivo – 2007 – usciva, in featuring con Kaos, La Fenice. 

Al minuto 2’21” di Noodles, quarta traccia del disco, si può ascoltare Masito affermare come abbia “fatto er core pietra” e “riempito la faretra, / perché il tempo non aspetta e non arretra: / nessuna pietas”, adottando, in piena ricerca di assonanze, la pronuncia “piètas”. Ora, non solo la pietas è uno dei concetti cardinali della latinità, al di là dell’età del principato (tra Augusto ed Enea) e di tutti gli imperatori che si fregeranno del titolo di pius, ma è anche e soprattutto uno dei termini più noti e ricorrenti in assoluto (p.es. sul database del Packhard Humanities Institute si hanno 395 occorrenze del solo nominativo-vocativo pietas: https://latin.packhum.org/search?q=pietas). Chiaro è che – come detto – ci si trovi nel terreno minato delle concordanze accento / ictus, ma una simile scelta sembra aggirare la norma senza ragione. In particolare, viene meno la legge della penultima, dal momento che: 1) il dittongo –ie– è soggetto a dieresi prosodica; 2) la –e– ha quantità breve. A quel punto, pur nella necessità di uno slittamento, non si poteva giocare anche sul semplice “pietà”? Certo è che il Colle, alla luce di un percorso coerente e rappresentativo come pochi, può concedersi ciò che vuole senza che dettagli del genere scalfiscano in qualche misura il portato ideologico della band. Ma, in attesa di rettifiche, quella di Masito è una svista bella e buona su cui sorvolano tutti o quasi, fatta eccezione per un rigo di commento piuttosto ossequioso apparso su “Rap Burger” 4.

2) Il produttore Res Nullius

Il milanese Res Nullius, pseudonimo di Matteo Magazzù, è da quindici anni parte della “scena” in qualità di producer. Si è distinto, oltre che per un buon numero di meritevoli produzioni, per aver contribuito alla creazione del contest “Crazeology competition”, che prende il nome dal collettivo di cui Magazzù è parte ed è concepito per affidare un beat originale alle cure dell’mc che vi avrà reso il miglior servigio, in linea con progetti come il “Captain Futuro contest” proposto a suo tempo da Esa. 

Una delle tracce pubblicate in occasione di Crazeology 2016 poteva contare su un sample in cui sembrava di sentire una pronuncia (in parte americanizzata) quale “Res Nùllius”: per togliersi ogni dubbio, basterà ascoltare lo stesso artista scandire la pronuncia del proprio pseudonimo nell’incipit del video che segue la realizzazione della traccia “Gran Finale”, altro lavoro che vede la collaborazione di Kaos.

La res nullius è un concetto chiave della romanistica: si definisce “cosa di nessuno” il bene (esclusivamente mobile) senza un proprietario. La struttura del nesso è elementare: è formato dal nominativo di res (“cosa” nelle sue accezioni più varie) e dal genitivo nullius, direttamente dal pronome-aggettivo indefinito nullusnullanullum (“nessuno”). Oltre alla diffusa presenza dell’espressione in campo giuridico, già utile avvisaglia per una corretta pronuncia dei termini ad oggetto, dovrebbe accorrere in aiuto il funzionamento della flessione latina, caratterizzata dalla presenza di genitivi singolari terminanti in –ius5. Accanto a pronomi come qui quae quod e is ea id (quelli, per intendersi, di “cuius regio eius religio”), coesistono parti del discorso con la stessa desinenza per il genitivo, ma con la quantità lunga per la –i che costituisce la penultima sillaba. Tra esse figura proprio nullus nulla nullum, il cui genitivo nullīus deve essere – per necessità prosodiche – accentato sulla –ī-, per un complessivo “nullìus”. A parte un ragionevole dubbio sulla consapevolezza del creatore del nickname, pare nei fatti che questi si sia soprannominato attraverso un errore di grammatica. Sarà il frutto di un disinteresse generalizzato per la norma o una preferenza accordata sulla base di un gusto personale? Unica scusante: alcune sparute occorrenze di forme rare come nullĭus (più comune in poesia da Terenzio in poi) e nulli. 

3) Linea 77, Divide et impera

Non è un mistero che i Linea77 siano da sempre un gruppo politicizzato. Fin dai loro primi lavori è emersa la volontà di esternare, attraverso un energico e italianissimo esempio di crossover, una rabbia rivolta alle istituzioni e all’andazzo generale del paese, se non del mondo. Non solo: l’album Horror vacui metteva in chiaro, già nel 2008, quale utilizzo del latino fosse nei piani della formazione di Venaria. Nel 2015, tornando a più antiche sonorità, i piemontesi pubblicavano Oh!, già notevole per la presenza del pezzo Absente reo, con un corretto uso dell’ablativo assoluto evidente già nel ritornello: “in assenza del colpevole, il colpevole sei tu”. 

In un brano che prende spunto – più che dalla geopolitica ottocentesca – dalle teorie di Noam Chomsky sulle strategie di controllo sociale tramite i media, la band ha deciso di chiamare in causa un famosissimo motto di autore ignoto e dalle molte (discutibili) attribuzioni: si tratta del divide et impera, sintagma (e strategia) che è finito per essere mutuato persino dall’informatica. La canzone ha goduto di una certa risonanza grazie al videoclip che ne ha accompagnato l’uscita, realizzato in stopmotion e con personaggi in veste di “Lego” a simboleggiare una generale lobotomizzazione di pupazzi non pensanti. Torna come una sentenza l’infrazione della legge della penultima, in questo caso ripetuta due volte nello spazio di tre parole. Sia il –vi– di “divide” che il –pe– di “impera” sono sillabe brevi, motivo per cui l’accento dovrà arretrare in entrambi i casi sulla terzultima: deve scaturirne un esito come “dìvide et ìmpera”. Tuttavia il ritornello scandisce, chiaramente e a più riprese, “divìde et impèra”. Costretti, come risulta dall’ascolto della canzone, dalla ritmica del pezzo, i Linea77 italianizzano il tutto senza pensarci due volte. Di nuovo, almeno due domande fanno capolino: perché non servirsi direttamente dei verbi in versione italiana? Quanto si può parlare di licenza e non di errore grossolano?

***

A fronte di una simile varietà di indicatori, non mancano segnali premonitori di uno scenario piuttosto lugubre: una deriva che è anche un crinale, un canto del cigno che si sta trasformando in un rantolo. E se sulle nozioni generali di “cultura classica” o “classicità” si può tutto sommato soprassedere, non sembra si possa affermare lo stesso per la padronanza del latino. Almeno due gli equivoci a monte di una simile contraddizione in termini: 1) che “divulgazione” debba per forza implicare (o coincidere necessariamente con) “semplificazione”; 2) che una cultura possa essere recepita a pieno – benché non si voglia diventare tutti dei Gottfried Hermann – anche senza padroneggiarne la lingua.

 

Note

1 http://www.treccani.it/enciclopedia/legge-della-penultima. Per ogni dubbio sulle leggi dell’accento latino, con norme e relative eccezioni, si veda l’imprescindibile A. Traina – G. Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Bologna 2007 [1971], 92-94.2 Si segnala anche la forma adversum, cui vanno aggiunte le varianti apofoniche advorsus e advorsum, su cui cfr. https://www.youtube.com/watch?v=XqtBf7xSvqY.3 https://www.rockit.it/intervista/colle-der-fomento-adversus-nuovo-album.4 Si rinvia all’intervista riportata alla nota precedente per un altro gioco verbale che risale alla canzone “Benzina sul fuoco”: qui, con un margine di rischio molto minore, il Danno si limitava a scomporre valetudo in valetudo, perdendo il senso originario del termine in funzione di un gioco di parole con il senso di “vale tutto”: https://genius.com/Colle-der-fomento-benzina-sul-fuoco-lyrics. Per il vocabolo e le formazioni latine con identica suffissazione si rimanda all’esaustiva trattazione di M.T. Sblendorio Cugusi, I sostantivi latini in -tudo, Bologna 1991; per valetudo cfr. in particolare 263-271.5 A. Traina – G. Bernardi Perini, Propedeutica…op. cit., 130-132: i genitivi in –īus rappresentano una delle sparute eccezioni alla regola riassunta nel motto vocalis ante vocalem brevis est aut corripitur.

 


Alessandro Fabi
Alessandro Fabi

Sono nato a Urbino nel 1985, ho studiato Lettere Classiche a Bologna e ho conseguito il Dottorato a Pisa, trascorrendo alcuni periodi di ricerca tra Londra e Basilea. Attualmente insegno al liceo e convivo con Francesca. Vorrei poter votare Oliviero Diliberto, conoscere Sebastiano Timpanaro e rinascere Don Gately.

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