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La festa del ritorno | Racconto di Romano De Marco

“Ecco, questa è l’opera originale, la celeberrima “Madonna dell’Umiltà” del Beato Angelico. La osservi bene… Pensa di essere in grado di realizzarne una copia accettabile?”
Il direttore del Museo Nazionale San Matteo, di Pisa, è un uomo alto, longilineo e austero, sui sessant’anni. Mi guarda con un sopracciglio alzato e le mani intrecciate dietro alla schiena.
“Penso di sì. Anzi, ne sono certo. Mi sono laureato discutendo una tesi sui lavori giovanili del Beato Angelico, ho studiato le sue opere per anni. Sarà un onore per me, misurarmi con un incarico così prestigioso.”
Annuisce ma non sembra convinto. Lo sguardo, dietro le spesse lenti degli occhiali, è scettico.
“Capirà che non possiamo assicurare sin d’ora di accettare l’opera finita. Il corrispettivo pattuito potrà esserle riconosciuto solo dopo che una commissione interna presieduta dal sottoscritto e formata da membri del museo e della Soprintendenza, avrà effettuato una attenta valutazione. La copia è stata commissionata dal Comune di Peccioli, ma noi del museo abbiamo carta bianca dal punto di vista del giudizio artistico. Qualora il suo lavoro fosse ritenuto… non adeguato, le saranno comunque riconosciute le spese per il tempo occorso alla realizzazione.”
“Professore, quest’impresa è una sfida anche per me, sarei il primo a fare un passo indietro se non ritenessi all’altezza il risultato finale.”
“Bene, bene…” annuisce lui. “Le sarà concesso di lavorare all’interno del museo, in questa sala messa a disposizione, in presenza dell’opera, come da sua richiesta. A quanto mi diceva, impiegherà sofisticate tecniche fotografiche.”
“Sì, porterò qui tutta la mia attrezzatura. Voglio lavorare in maniera estremamente precisa anche sulle imperfezioni del dipinto e del supporto, sugli inevitabili segni lasciati dal tempo. Voglio fare in modo che chi guardi la copia abbia un’idea concreta delle condizioni dell’originale. Ma non le anticipo altro, sarà lei, dall’alto della sua esperienza, a giudicare.”
“D’accordo giovanotto. Allora la lascio al suo lavoro. Spero proprio che gli elogi che i suoi docenti le hanno tributato siano meritati… Quando pensa di iniziare?”
“Domattina. Ora, se non le dispiace, vorrei rimanere per qualche minuto da solo, a osservare il dipinto. Scatterò anche delle foto con questa macchina digitale portatile. Ho bisogno di raccogliermi, di assorbirne le suggestioni.”
Sembra perplesso, si vede che l’idea di lasciarmi da solo, con l’opera, non lo entusiasma. Del resto, nei prossimi giorni dovrà farlo per forza. Alla fine annuisce poco convinto. “Faccia pure… l’aspetto nel mio ufficio per gli ultimi accordi logistici. Inutile che le raccomandi di non toccare il quadro e non esporlo alla luce del flash.”
“Toccarlo? Ma scherza? Non mi permetterei mai! E poi fotografo sempre senza flash, in alta definizione… Non si preoccupi, pochi minuti e sarò da lei.”
Quando esce, posso finalmente dedicarmi alla mia verifica. Osservo con attenzione il sistema di fissaggio del dipinto e controllo la presenza di eventuali allarmi collegati al supporto.

 

Due mesi dopo

“E’ incredibile. Il suo lavoro è davvero incredibile…” La responsabile della Soprintendenza dei Beni Ambientali e Artistici si avvicina al pannello ligneo cuspidato, sgranando gli occhi. “Ma come ha fatto a replicare in modo così perfetto ogni particolare, ogni segno del tempo? Sono sbalordita…”
“In realtà, dottoressa, molto è frutto della tecnologia di riproduzione fotografica che ha fatto passi da gigante.”
Mentre parlo con la simpatica signora cinquantenne, gli altri membri della commissione si alternano nell’esame accurato dell’opera.
“Ma… è identica all’originale!” esclama un uomo elegante, sui sessant’anni. “Lei è un genio!” Credo sia il sindaco di Peccioli, il comune di cui fa parte il piccolo borgo di Cedri. È stato lui a volere che una riproduzione venisse collocata all’interno della chiesa di San Giorgio, dove per più di un secolo e mezzo, fino al 1952, fu esposto il dipinto originale.
“Beh, beh, identica…” esclama il direttore del museo “Adesso non esageriamo!”
Si fa largo fra gli altri membri della commissione, fendendo il gruppo con la sua altezza e ponendosi di fronte all’opera. La osserva con una mano sul mento e le solite sopracciglia alzate. “Diciamo che è sicuramente un buon lavoro.”
“La ringrazio” dico chinando il capo “Detto da lei è un complimento straordinario.”
“D’altra parte” si affretta ad aggiungere “replicare la grazia del tratto originale, l’austero distacco dell’espressione della vergine, l’accuratezza dei particolari… beh, è un altro discorso. Occorrerebbe un genio ispirato dalla grazia divina, come lo fu il Beato Angelico… e lei, mio giovane amico, glielo dico con tutto il rispetto… forse non lo è.”
“Ma ovvio che non lo sono professore.” Mi schernisco “Se il mio lavoro è perlomeno accettabile lo devo proprio al fatto che mi sono limitato a copiare. La mia non è altro che una fotografia tridimensionale dell’opera originale, dove ogni singolo tratto di pennello, ogni segno di usura e di invecchiamento, sono stati riprodotti con tecniche artificiali. La genialità dell’artista, naturalmente, non può essere clonata.”
“Giusto, giusto… proprio così” si affretta ad aggiungere lui. “Lei mi scuserà, quindi, se osservando l’originale continuo a provare delle sensazioni, delle suggestioni profonde e illuminanti che la sua copia, purtroppo, non riesce a dare.”
Gli altri membri della commissione annuiscono, un po’ confusi, e sorridono al professore che li guarda, ad uno ad uno, per verificare che concordino con la sua affermazione.
“Beh, certo, l’originale è l’originale…” esclama la dottoressa della Soprintendenza.
“Eh sì… la differenza si nota eccome…” gli fa subito eco il sindaco di Peccioli, per nulla convinto.
“Ma vogliamo scherzare?” si azzarda a rincarare la dose un altro esimio accademico “Ora addirittura paragonare l’opera del Beato Angelico a una pur pregevole riproduzione… suvvia, colleghi!”
“Spero, comunque” mi intrometto io “che valutiate il risultato accettabile. Io ho fatto del mio meglio e mi rimetto al vostro giudizio!” Sottolineo l’affermazione con un inchino e il direttore del museo si avvicina battendomi in modo paterno una mano sulla spalla. “Mio caro ragazzo, sa cosa le dico? Che la prova, per quanto mi riguarda, è superata! Sempre con il consenso dei colleghi…” Aggiunge facendo roteare la mano verso i presenti.
“Assolutamente sì” esclama la direttrice della Soprintendenza.
“Eccome se è superata!” aggiunge il sindaco.
“D’accordo con il nostro presidente!” sancisce definitivamente un terzo esperto.

 

Giugno 2019, Cedri. Festa del ritorno.

La Chiesa di San Giorgio è stracolma di gente, almeno trecento persone, venute ad assistere alla messa solenne celebrata da sua eccellenza il vescovo. È un evento istituito sei anni fa allo scopo di raccogliere fondi per la ristrutturazione e la manutenzione della Chiesa. Il piccolo borgo, che conta appena 30 residenti, ogni anno si rianima, nell’ultimo sabato di giugno, intorno a quel luogo sacro, gestito dalla Parrocchia di Peccioli e simbolo di una comunità del passato ormai dispersa nel territorio circostante. Per l’organizzazione della festa è molto attiva anche la Misericordia di Fabbrica, altra frazione del Comune di Peccioli, in barba alla proverbiale rivalità fra le città toscane, tipica anche dei borghi più piccoli.

Quest’anno la festa è particolarmente sentita, perché nella chiesa di San Giorgio, sulla controfacciata sopra il portone d’ingresso, è stata collocata la copia della “Madonna dell’Umiltà” del Beato Angelico, donata alla comunità di Cedri nel 1791 dalla famiglia fiorentina degli Alessandri, feudataria del piccolo borgo. In prima fila siedono il sindaco di Peccioli, il direttore del Museo Nazionale di San Matteo, la direttrice della Soprintendenza e la direttrice della Fondazione di Peccioli per l’arte, la cultura e la solidarietà, più altre personalità locali e regionali. Un posto d’onore è stato riservato anche al giovane autore dell’opera che è tornata ad occupare la sua posizione originale.

“E se oggi la nostra comunità, può tornare ad ammirare la bellissima espressione di questa vergine Maria” esclama il vescovo nella sua omelia “posizionata proprio dove fu, per oltre centocinquant’anni, l’originale, lo dobbiamo senz’altro all’impegno e alla lungimiranza del Sindaco di Peccioli… all’attenta opera di supervisione del Museo Nazionale e della Soprintendenza… e a questo bravo giovine che ha realizzato la copia… Ma prego, giovine, venga… venga un attimo qui.”
Mi alzo, imbarazzato, e percorro i passi che mi separano dall’altare. “Ecco il nostro artista… Facciamogli un applauso!”
Mentre tutti battono le mani, mi inchino ripetutamente in segno di ringraziamento. “E lei, caro ragazzo, si chiama, si chiama?” mi chiede il vescovo avvicinandomi il microfono alla bocca.
“Matteo Alessandri!” esclamo sorridendo.
“Ma bene, bene… che coincidenza! Un Alessandri donò a Cedri l’opera originale, un altro Alessandri, oggi, gli dona una bella copia! Bene, bene… ora torni pure ad accomodarsi.”
Me ne torno al mio posto continuando a sorridere e ringraziare con la testa mentre tutti mi guardano con ammirazione. Prima di sedermi, rivolgo uno sguardo alla “Madonna dell’Umiltà”. Quella originale, del Beato Angelico. La mia copia, ora, è esposta al museo Nazionale San Matteo. È una vita che aspettavo questo momento. Restituire un dono dei miei avi a coloro cui fu destinato.
Sì, quella di oggi è davvero la festa del ritorno.

         

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