I resort e la felicità

Mi trovo qui, nella hall di un resort cubano, in attesa di mia moglie Silvia. Di fronte a me sfilano persone in pantaloncini o costume, col drink in mano, ma anche camerieri e personale addetto alle pulizie. Osservo una giovane donna che sta svuotando un posacenere; porta con sé un carrello in cui raccoglie la sporcizia lasciata dai turisti. La guardo e mi chiedo chi, tra noi clienti e lei, sia più felice. Io credo lei.

Lei, infatti, è qui per un fine: forse i suoi figli potranno studiare grazie al suo lavoro, e lei stessa potrà beneficiare un giorno della sua fatica di oggi. La sua felicità deve ancora venire, e lei non sa precisamente quale forma questa felicità assumerà. Invece, noi, che siamo qui come turisti, stiamo vivendo ora quello che crediamo debba essere la nostra felicità, per la quale stiamo spendendo i nostri soldi e il nostro tempo.

Tutto, qui, è costruito e organizzato per soddisfare i clienti in ogni modo. Eppure, non si ha la certezza che i turisti siano davvero felici. Anche qui si sentono le coppie litigare, nonostante in strutture come questa ogni cosa sia facile e pensata per allontanare da noi qualsiasi preoccupazione di ordine pratico. Anche qui si vedono persone alienarsi davanti ai telefonini, sebbene ci siano mille attività da poter svolgere, tutte volte alla socializzazione tra i clienti, organizzate da agguerritissimi team di animatori.

Le persone che tengono lo sguardo fisso allo schermo, o che si fanno selfie in mille posizioni, sono, a ben vedere, davvero molte, e questo sembra paradossale, proprio qui, dove, tra l’altro, la connessione ad internet costa due CUC (più o meno due euro) all’ora. Anche la direzione stessa dell’albergo assicura che la linea è lenta ed inaffidabile, certificandolo nero su bianco nella brochure esplicativa data ai turisti all’ingresso della struttura, in modo da declinare ogni responsabilità. Noi, in realtà, non siamo da meno degli altri: anche noi abbiamo chiesto la tesserina per navigare, ma ci hanno risposto che la connessione non va; eppure vediamo molte persone che si ostinano ad armeggiare coi cellulari: gli sguardi frustrati, le dita implacabili, rabdomanti tecnologici che vagano per la hall cercando un punto in cui il telefono prenda.

A differenza di come ci sentivamo a L’Avana, qui al resort non ci sembra di essere in pericolo, qui non ti verrebbe da pensare che qualcuno possa rubarti il portafogli o la borsa. Questa sensazione, tuttavia, non deriva dalla fiducia nella bontà delle persone, quanto piuttosto dalla consapevolezza che qui nel resort nulla è essenziale. In questo tempio dell’all inclusive, nemmeno bere o mangiare sono azioni essenziali, ma dettate dal dovere o dalla noia, figuriamoci quindi se qualcuno possa rubarci qualcosa per fame o necessità!

Gli sguardi dei clienti sono difficilmente interpretabili. Alcuni sono francamente annoiati, specialmente i più giovani. Altri si guardano attorno alla ricerca di qualcosa da fare che non abbiamo già fatto, chiedendosi se abbiano approfittato a sufficienza dei pasti gratuiti e dell’open bar aperto ventiquattro ore al giorno, anch’esso gratuito.

I più soddisfatti sono quelli che sembrano venuti qui solo per poterlo raccontare: gironzolano senza meta per la hall dell’albergo, con un cocktail in mano, o facendo la spola tra la hall e l’ufficio che vende le tessere per la connessione ad internet. Tutto, pur di poter condividere subito le immagini del proprio viaggio con qualcuno.

Anche per loro, come per la donna delle pulizie di poco fa, la felicità, non è né qui né ora.

I resort e la socialità

Sono in questo resort da tre giorni, e non mi è ancora capitato di scambiare parola con nessuno. Credo che questo dipenda dal fatto che, molto semplicemente, non ne ho bisogno. Qui non si avverte necessità di chiedere qualcosa a persone che non siano dipendenti dell’hotel. Se chiedessi un’informazione a un avventore come me, sono certo che la cosa gli parrebbe strana, poiché il personale a cui chiedere è talmente numeroso e disponibile, da non rendere necessario rivolgersi ad altri. Lo stesso varrebbe qualora avessi bisogno, poniamo il caso, di un accendino: non lo chiederei a un avventore, ma al personale, perché mi parrebbe più naturale così.

Al buffet, mentre stavo servendomi delle patatine fritte, una cliente, apparentemente rivolgendosi a me, ha chiesto informazioni s’una pietanza. Io le ho risposto, ma poco dopo mia moglie mi ha fatto notare che, in realtà, la donna aveva rivolto la sua domanda a un cameriere, che si trovava proprio dietro di me, e di cui non mi ero accorto. Subito mi sono sentito fuori luogo.

In posti come questo, l’interazione tra le persone, in ultima analisi, non è necessaria, e per questo è vista come non opportuna, e semplicemente non ha luogo. Questo ci muove a una riflessione: forse che i rapporti interpersonali nascano solo sotto la spinta della necessità?

I resort, dicevamo, non danno la felicità, ma forse possono essere buoni laboratori filosofici.

Foto di Silvia Falcinelli.