Pubblichiamo il racconto La fine del mondo di Vittorio Parpaglioni Barbieri con una nota introduttiva di Gabriele Gallina

“Non cercare l’essenza dietro al fenomeno, il fenomeno è l’essenza”
(Goethe, Massime e riflessioni.)

 

L’indubitabile fatto che l’essere si dia nell’apparenza, non deve tuttavia far dimenticare l’ovvia quanto fondamentale constatazione che, cionondimeno, di apparenza si tratti. Se è vero che la vita, eterno fluire, ha la tendenza a esplicarsi in forme, tra le due (la vita e le sue forme), il conflitto pare inevitabile. Quanto più la forma tende al riposo in sé stessa, tanto più s’irrigidisce. Quanto più la vita scorre, tanto più usura e logora sé medesima nelle sue cristallizzazioni. In altre parole, risulta corretto affermare che la rigida certezza delle forme si consumi nell’implacabile fluire della vita, allo stesso modo in cui il perenne movimento di questa dilegui nella verità medusea del cristallizzato.

Non spetta alla letteratura cogliere il contenuto di verità di ciò che essa veicola. Essa (la letteratura) è costitutivamente immanente al tessuto dell’apparenza: ogni verità che ritiene di conquistare e nella quale talvolta può persino illudersi di trovar ristoro, non è che falsa coscienza vincolata ai dettami storici che la determinano. La letteratura non può che restituire plasticamente e fintamente quella finzione che è la vita in società. Questo il suo limite genetico.

Eppure, dacché la natura dell’uomo si esprime storicamente, è con la storia che bisogna fare i conti, ad ogni livello e in tutte le sue forme. Così, niente meglio della letteratura può farsi carico di questo arduo – e spesso ingrato – compito. Immateriale rete capace di catturare lasciando liberi, sforzo di dire l’indicibile, essa compie il proprio dovere allorché riesce a render tangibile il silenzio che si agita nel fenomeno rappresentato. Ciò accade poiché nella letteratura si sfilaccia ogni netta demarcazione – che li vedrebbe invece come irrimediabilmente contrapposti –, tra il concettuale e l’estetico, tanto che in essa l’uno non cessa di smentire l’altro meno di quanto non ne rappresenti, al contempo, la più autentica delle attestazioni. Non si tratta unicamente di una tensione che intercorre tra due poli, la quale pure va preservata come tale, bensì della rara occasione di incontrare anche solo l’ultimo alito di una svaporante alterità.

Per quanto umiliante e riprovevole sia ciò che viene narrato, o forse proprio per questo, nondimeno occorre dar voce a quello che nell’umiliazione e nel vergognoso è in cerca di suono. Nelle società odierne, l’individuo è vieppiù sprofondato nell’insignificanza: quel che non gli è ancora stato alienato viene a sua volta – si vorrebbe dire – condannato a trovare realizzazione e appagamento nell’angusto ambito delle cosiddette relazioni amorose. Sarà allora certamente vero, almeno per coloro che appartengono a quest’epoca, che l’inestinguibile aspirazione dell’uomo alla felicità, seppur in questa sua stazione sporcata da pretese e possesso, lo inchiodi al desiderio dell’altro.

Ed è qui che la letteratura – e solamente essa – può consegnare, sia pure o – al contrario – inevitabilmente in modo oscuro, alla comprensione, una fondamentale verità storica: se viene meno lei, l’alterità, siamo noi stessi a venir meno. Altrimenti, davvero non si è capito niente.

(Gabriele Gallina)

 

Francis Picabia, Adam et Eve, olio su tela, collezione privata, 1931

 

La fine del mondo

di Vittorio Parpaglioni Barbieri

 

Io e lei parliamo spesso di come il mondo sia un inferno.
Lei beve gin tonic, io un caffè con un cucchiaino di zucchero. Seduti intorno al tavolo della mia cucina. Ho le gambe accavallate e sorseggio. Ogni tanto la guardo e sto dritto con la schiena. Un lampadario che ho ereditato da mia madre ci illumina i volti pendendo dall’alto. «È una luce calda come potrebbe esserci all’inferno» mi dice lei guardandolo.
Irene ha appena compiuto ventisei anni. È il suo compleanno. Io mi sento vecchio. Sono un vecchio in confronto. «Però i morti sono così freddi» dice.
«Chissà perché associamo il calore all’inferno. Se me lo immagino dovrebbe essere un posto freddo come i morti, e vuoto, come un ospedale… con quelle luci lì. E tutti rannicchiati a cercare di farsi calore a vicenda, come nei treni che portavano ad Auschwitz».
Le sorrido.
«Dovrebbe essere così».
«Questo mondo è un inferno».
Finisco di bere il caffè. Mi alzo e metto la tazzina nel lavandino. Apro l’acqua e vedo che i grumi della frittata che ho mangiato a pranzo sono incastrati nello scolo. Con un dito cerco di disperderli. Mi giro verso di lei. Guarda fuori dalla finestra e beve il suo gin tonic. Si veste come una prostituta dell’Est. L’ho sempre pensato. Ha ancora addosso il cappello marrone scuro che le ho regalato oggi. Era molto contenta quando l’ha visto. Mi ha detto che è stato l’unico regalo che ha ricevuto. Guarda fuori dalla finestra.
«Quando pensi sia stata l’ultima volta che ho visto tua madre?» le chiedo. Lei si volta, rapida. Mi guarda.
«Non ne ho idea».
«Sei anni».
«Sei?»
«Già».

«È tanto».

Apro il frigo. Prendo dei dolci che ho comprato. Li metto sul tavolo e scarto la confezione che li copre.
«Grazie».
Mi rimetto a sedere.
«Sai, io so quando il mondo è diventato un inferno. Dieci anni fa. Esattamente dieci anni fa. Oggi è il decimo anniversario. Coincide col tuo compleanno».
«E perché?»
«Perché il tuo compleanno?»
«No, perché è diventato un inferno».
Tiro un lungo sospiro. Voglio che me lo chieda di nuovo. Più forte stavolta. Più curiosa, più attenta. E invece mi guarda. Continua a guardarmi con i suoi occhioni verdi. Mi guarda fisso. Maledetta.
«Non lo so perché, ma so come, e so cosa stavo facendo. All’epoca lavoravo per un’agenzia che vendeva costumi. Ero sposato con tua madre. Eravamo sposati da qualche mese. Mi ricordo che i giorni erano lunghissimi. Passavo ore e ore in ufficio e uscivo solo quando era buio. Era sempre buio per me. Tua madre se ne stava spesso a casa. A volte si vedeva con le amiche e quando rincasavo le vedevo lì, sul divano, tutte prese a chiacchierare, a giocare a carte e fumare. Era una stagione brutta per noi. Il mio lavoro mi rendeva triste e non riuscivo a renderla felice. Ero adulto e mi sentivo un vecchio o un bambino. Non ero mai nelle mie scarpe. Forse a te questo non capita. Ogni tanto tua madre mi parlava anche di te, ma poco. Sai che ha sempre avuto paura di parlare di voi.
All’epoca girava una leggenda metropolitana, come ne girano tutti gli anni. Beh, la leggenda era sempre la solita: la fine del mondo. In quell’occasione una dispersione di dati informatici avrebbe causato l’esplosione di diverse bombe atomiche in giro per il mondo. Niente di nuovo sul fronte delle leggende. Nessuno ci badava, ovviamente. Io meno degli altri.
Come dicevo, le mie giornate passavano tutte uguali. La notte mi sdraiavo sul letto, stanchissimo, accanto a tua madre. Lei spesso già dormiva. Io mi mettevo in posizione fetale dandole le spalle. Ogni tanto mi sembrava che lei mi accarezzasse i capelli, ma non saprei.
Tua madre, Irene, lo saprai, mi sposò solo perché tuo padre l’aveva lasciata. Io l’amavo tanto. L’ho sempre amata tanto, anche quando stava con tuo padre a dire la verità. Ma lei no. Mi ha sempre visto come un amico. Ma i veri amici si fanno avanti nel momento del bisogno. Ed eccomi lì, rannicchiato a darle le spalle la notte, nel nostro letto matrimoniale, con l’odore delle sue sigarette per tutta la stanza.
Ricordo bene quel periodo. Ricordo che pensavo sempre a lei e al fatto che non mi amava. A volte mi sembrava che mi amasse, grazie a dei piccoli gesti, la mattina magari. Una colazione più abbondante delle altre, più curata; lei che si vestiva in un certo modo; delle parole più dolci. E per me quelle erano giornate bellissime.
Poi, appena dopo quei primi mesi d’incertezza, no, non ci pensavo più. Qualcosa era cambiato. L’inferno. Il mondo era diventato un inferno. E io l’amavo, sì, certo, ma non ci pensavo più a lei. Non mi interessava più se mi amasse o meno.

 

Francis Picabia, Painting of Madame X, Oil on canvas, 81.3 × 64.8 cm (32 × 25 1/2 in.), collezione privata, 1927-1930

 

Vedevo la gente per strada come tante sagome grigie. Si accalcavano. L’uno sull’altro. Le persone erano cambiate, capisci? Il 4 ottobre del 2010 le persone sono cambiate. Non so perché. Ma so che lei non era più la stessa e io nemmeno, e nessuno lo era.
Il 4 ottobre del 2010 non è successo niente di particolare. Ma io sono sicuro sia quella la data. Sono sicuro perché ricordo che la mia macchina si fermò mentre tornavo dall’ufficio. C’era la pioggia, come stasera. Pioveva a dirotto e io non avevo un ombrello. Sono rimasto nell’auto, accostato sulla destra dello stradone a non fare niente. A guardare la pioggia attraverso il vetro ma in realtà non la guardavo. Sono rimasto così fino a tardi. Tua mamma non mi chiamò. Non si preoccupò per la cena o per sapere dov’ero. Sono rimasto lì. Ricordo che a un certo punto si fermò una macchina della polizia davanti a me. Scesero un uomo e una donna. Presero tutta la pioggia e questo mi stupì. Mi fecero aprire il finestrino e mi chiesero che stessi facendo.
Poi la notte tornai a casa. Tua mamma dormiva accovacciata. Dava le spalle alla porta della camera da letto. Io mi sono coricato vicino a lei senza guardarla o toccarla. Mi sono messo in posizione fetale e le ho dato le spalle».

Mi schiarisco la gola. Do un’occhiata al tavolo, poi la guardo.
Lei mi osserva. Sembra confusa. Aspetta qualcosa.
«Non capisco cosa c’entri tutto questo con il mondo che è un inferno» dice. Fa una faccia stranita e si versa altro gin.
«Non capisci?»
Mi fa “no” con la testa mentre beve. Per un attimo ho pensato che forse non c’entrava niente; che ero un povero vecchio che stava uscendo di testa. Poi ho detto: «Come fai a non capire? È così chiaro».
Siamo rimasti in silenzio. Lei si è tolta il cappello e lo ha posato sul tavolo. Ha guardato la finestra. Io anche. Fuori continuava a piovere.
«Il mondo non è un inferno per questo» ha detto. «Il mondo è un inferno perché le persone muoiono di fame, perché ci sono le guerre, gli imbrogli, i corrotti. Perché la gente muore in generale e perché nessuno sa darsi delle spiegazioni. Perché siamo tutti profondamente soli, come dicono molti film. Perché lo è e basta, e lo è sempre stato».
Allora mi sono alzato, stizzito. Ho poggiato le mani sui bordi del lavandino. Ho inspirato profondamente. Ho preso una sigaretta dal pacchetto sul tavolo e l’ho accesa.
«Tu non capisci niente, Irene».

 

*Immagine di copertina: Francis Picabia, Artemis, olio su tela, 89.2 x 116.8 cm, San Francisco, 1929

 


Vittorio Parpaglioni Barbieri è nato a Roma nel 1998. Nel 2018 ha pubblicato un reportage narrativo per la rivista “Midnight Magazine”. Suoi testi sono usciti su riviste online. È laureato in Lettere Moderne all’Università di Bologna. È redattore per la sezione poesia del lit-blog “Il Rifugio dell’Ircocervo”.