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La luna e i calanchi. Resistere, nel cuore della terra | di Rossella Renzi

E poiché non avevano potuto esprimersi con la violenza,
né col diritto, si espressero con l’arte.

Carlo Levi
 

Rientrata da poche ore dal mio viaggio ad Aliano, in Lucania, per partecipare al festival La luna e i calanchi, decido che voglio lasciare una traccia di questa esperienza nella terra dell’esilio: terra che ha lasciato in me un segno e ora l’inchiostro preme forte tra i polpastrelli.

Ad Aliano fu esiliato Carlo Levi nel 1935, il Prefetto scelse questo paese in quanto considerato sicuro, inaccessibile a causa della mancanza di vie di comunicazioni. Levi rimase straordinariamente colpito dalla realtà meridionale: da questa pena nacque il capolavoro che ha celebrato creature e luoghi straordinari della Lucania; qui nacque Cristo si è fermato a Eboli.

Quando si giunge ad Aliano, si è avvolti subito da una strana sensazione, di lontananza, di silenzio, di qualcosa di incontaminato e distante, nella storia e nella geografia.
È quasi impossibile raccontare con le parole il paesaggio lunare dei calanchi che circonda il paesino. Lo si può forse solo guardare e da esso si può essere guardati: senza rendersene conto si entra a far parte di quello scenario fatto di striature, sfumature, onde di terra argillosa, ulivi, nuvole e orizzonti bassi, sterminati. Uno scenario che toglie il respiro.

Aliano in questi giorni (22-26 agosto 2018) è brulicante di persone, ragazzi, bambini, donne, uomini di ogni età, cani… tutti intervenuti per una festa senza limiti anagrafici, di orario, di forme artistiche. Una festa di musica, danza, teatro, spettacolo: a volte sfrenata ma spesso composta e silenziosa, attenta, rispettosa della parola, dei suoni, dei gesti che tra le pietre delle case – molte disabitate – vengono offerti senza risparmio.
È questo La luna e i calanchi, il festival inventato da Franco Arminio – fondatore del movimento della paesologia- giunto alla sua quinta edizione, che ogni anno non smette di sorprendere con la sua magia e la capacità di lasciare un segno in chi arriva in questo luogo sperduto.

Aliano è un posto scomodo, lontano da ogni cosa, con pochissimi mezzi di trasporto che collegano il paese con altri centri. Occorre arrangiarsi, darsi da fare con amici, conoscenti, sconosciuti. Nel piccolo centro c’è un minuscolo ufficio informazioni e accanto all’ingresso una bacheca dove le persone scrivono il loro annuncio per trovare un passaggio, per tornare a casa: messaggi scritti a penna, tipo “vado verso Napoli, Bari, Milano”, e poi un numero di telefono. Ci si incontra, ci si accorda, si trascorre il tempo insieme, e poi il viaggio: si riparte, con un nuovo segno che si porta dentro.

Quello che colpisce, oltre alla bellezza del luogo e al suo paesaggio toccante, è la situazione che si respira: è il semplice fatto di trovarsi insieme ad ascoltare una voce, una musica, un dibattito… conversare con la persona seduta accanto, a cena alla Locanda con gli occhi, sui gradini della Piazzetta Pane e vino, in mezzo ai calanchi durante una passeggiata epica, che fa muovere centinaia di persone tra quei templi naturali; rilievi irregolari che cambiano forma con la pioggia, uno scenario mai uguale a se stesso.

Ci si trova lì per celebrare la bellezza: di Aliano, della natura, degli alberi, dell’arte, dell’essere umani insieme. Le persone intervenute sono la testimonianza di una volontà di esserci che giunge da ogni parte d’Italia. Un’Italia così sofferente in queste ore, in questi giorni, flagellata dalla volgarità e dalla bruttezza, dalla mancanza di humanitas – proprio quella che ci insegna Terenzio «la volontà di comprendere le ragioni dell’altro, di sentire la sua pena come pena di tutti: l’uomo non è più un nemico, un avversario da ingannare con mille ingegnose astuzie, ma un altro uomo da comprendere e aiutare ». E grazie ai momenti che ci fanno sentire ancora bene, grazie al fascino dei luoghi, delle voci, dei silenzi, emerge forte una volontà di resistere, di contrastare quella disumanità dilagante.

Esserci con La luna e i calanchi significa resistere, resistere dal cuore della terra che è la Lucania. Al termine di quella passeggiata epica, per salutare tutte le persone presenti e per celebrare i calanchi che ci hanno accolto, Franco Arminio dirige un coro straordinario che comprende tutte le voci di chi ha deciso di arrivare fin qui, per cantare insieme ancora una volta quell’inno alla libertà intitolato Bella ciao.

 

         

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