La parte di Malvasia di Gilda Policastro ⥀ Un fragile trojan nel sistema letterario italiano

Gerardo Iandoli recensisce La parte di Malvasia di Gilda Policastro, «un romanzo di cui si apprezza più l’operazione che l’opera»

 

Non si può comprendere l’ultimo romanzo di Gilda Policastro, La parte di Malvasia, se non partendo dal suo paratesto. Il libro appare, ad aprile 2021, avvolto da una fascetta gialla, dove Maurizio de Giovanni presenta così il romanzo: «Un’altra sfumatura del nero, per una scrittura affilata e acuta come un coltello nel cuore». Il colore della fascetta, la firma di De Giovanni, noto giallista, l’accenno al «nero» inducono il possibile acquirente a inscrivere il libro, ancor prima della lettura, all’interno della macrocategoria della narrativa investigativa, in cui bisogna risolvere un delitto. Aprendo leggermente il libro, ma restando nei pressi della copertina, si legge in una ripiegatura della stessa: 

Nel susseguirsi di testimonianze e ipotesi, indagatori e indagati prendono a confondersi. Il giallo della morte diventa il grigio delle esistenze di individui mortificati nelle loro ambizioni e svelati nelle loro nature contraddittorie ed elastiche, nella capacità di provare sentimenti opposti e di compiere azioni impensabili. Come nella tragedia greca, l’umano supera se stesso nell’estremo, ma nella tragedia moderna si muore senza un motivo e senza un colpevole. 

Si resta abbastanza perplessi di fronte a questo passaggio: l’intero libro viene spiegato, distruggendo qualsiasi forma di suspense. Un giallo che viene venduto con un manuale di istruzioni, addirittura con soluzione in bella vista. Tanta è la sfiducia nelle capacità intellettive del lettore? Perché si dovrebbe acquistare un prodotto che si presenta così, quasi come uno scherzo irritante, come un giallo già risolto? Intorno a queste domande ruoterà la presente recensione.
Ogni narrazione si fonda sulla tensione tra dati espressi e dati mancanti: nel caso del romanzo, a ogni pagina il lettore acquisisce nuovi dettagli, ma allo stesso tempo il testo pone nuovi quesiti, percepiti come dei buchi informativi da colmare. I dati mancanti dovrebbero spingere il lettore a continuare a leggere: negli studi narratologici, la curiosità indica il desiderio di scoprire cosa sia successo, la suspense quello di sapere cosa accadrà. La curiosità si rivolge al passato, la suspense al futuro. Per tale motivo, si può considerare il giallo come il testo della curiosità per eccellenza: l’inchiesta non è nient’altro che la storia di come viene ricostruita una storia, andando indietro nel tempo fino a quando non vengono riempiti, più o meno, tutti i buchi informativi. All’inizio di La parte di Malvasia, il lettore ottiene quelli che sono gli unici dati abbastanza chiari: la trama inizia con il ritrovamento del corpo di una donna, identificata col nome di Malvasia (p. 18). Il caso viene affidato al commissario Arena e all’esperto informatico Gippo (p. 19).
La struttura base di un delitto è la seguente: c’è una vittima, qualcuno che l’ha uccisa e un terzo che cerca di ricostruire le vicende per poter dare un’identità precisa a questo qualcuno. L’investigatore è colui che cerca e processa le informazioni, la vittima colei che le rilascia, il colpevole il dato mancante principale. In sostanza, si è di fronte a tre ruoli, e ogni personaggio ne ricopre almeno uno (tralasciandone di secondari come quello dell’aiutante o del depistatore). Può capitare che ci siano più individui che ricoprano lo stesso ruolo: ad esempio, possono esserci due investigatori o più carnefici. Ciononostante, il testo inscrive i vari individui in specifici ruoli, soprattutto nel finale, quando i vari dubbi verranno sciolti.
Al contrario, La parte di Malvasia rende difficile l’identificazione degli individui e di conseguenza capire quale sia il loro ruolo. Anzi: il romanzo impedisce di discernere la differenza stessa tra cosa sia un individuo e cosa sia un ruolo. Questo appare evidente sin dal titolo: il nome proprio di persona, che dovrebbe indicare un individuo, in realtà indica una parte, un ruolo, una maschera da teatro. Per orientarsi nel romanzo, quindi, la struttura triadica vittima-carnefice-investigatore tipica del giallo non sembra essere significativa. Per trovare degli elementi che diano un certo ordine alle informazioni nel testo, potrebbe essere opportuno fare riferimento a due passaggi testuali presenti ne La parte di Malvasia: sono due citazioni, scritte in corsivo e segnalate nei Ringraziamenti, con i dovuti riferimenti.
La prima citazione è ripresa da un articolo sul femminicidio:

Nonostante le numerose iniziative e campagne di sensibilizzazione in materia di violenza sulle donne, il triste fenomeno continua a mietere innocenti vittime, soprattutto tra le mura domestiche. Perché a commettere le peggiori efferatezze non sono sconosciuti, come viene automatico pensare, ma fidanzati, mariti, conviventi di ogni estrazione sociale, uomini spesso insospettabili che al riparo da sguardi esterni si trasformano in mostri, in grado di annullare fisicamente e psicologicamente le loro compagne (p. 28).

Qui è riconoscibile il dualismo uomo/donna, secondo il tipico schema del maschilismo: l’uomo è la figura egemone, mentre la donna è quella subordinata. Lo spazio affettivo, della famiglia o della coppia, si trasforma in un luogo pericoloso, capace di dar vita, nell’uomo, a desideri di predominio e di controllo sulla donna. Paradossalmente, il male sembra essere innescato dall’amore.
La parte di Malvasia è diviso in capitoli, nei quali sono presenti delle narrazioni che non riescono a restituire un quadro unitario. Il gioco della tensione narrativa, quindi, agisce solo all’interno dei capitoli: infatti, i dati e i buchi informativi presenti in un capitolo il più delle volte non saranno più rilevanti per quelli successivi. A volte sono riconoscibili dei legami tra i capitoli, a volte le informazioni entrano in contraddizione tra di loro: la curiosità viene continuamente frustrata, almeno sul piano macrotestuale. Nei singoli capitoli, però, è riconoscibile una narrazione che abbia un senso, seppur molto debole: nell’impossibilità di definire in maniera netta i personaggi e i ruoli, almeno è osservabile la struttura principio maschile/principio femminile. La parte di Malvasia non si costruisce intorno agli individui, non si costruisce intorno ai ruoli, ma prende forma a partire dai generi sessuali. Anche in questo caso, i confini sono labili: ad esempio, in alcuni punti del testo compare Geppa al posto di Gippo, lasciando intendere addirittura che ci sia stato un cambio di sesso (p. 171). Nel testo si legge: «Ogni libro è una storia d’amore fallita, che offende qualcun altro» (p. 158). Alla luce di quanto visto, si può dire che l’intreccio, ne La parte di Malvasia, sia una sorta di macchina che produce e riproduce storie di amori falliti: l’Amore Fallito è una sorta di dio dei libri, un Geist che muove i personaggi come pedine. Quel che conta è la dinamica, non i corpi in movimento. La tensione narrativa del romanzo è una continua tensione sessuale, intesa come un continuo incontro/scontro tra individui, che produce trama per attrazione, indipendentemente dalla logica e dalla coerenza.
La seconda citazione è tratta dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi

Il veder morire una persona amata, è molto meno lacerante che il vederla deperire e trasformarsi nel corpo e nell’animo da malattia (o anche da altra cagione). Perché? Perché nel primo caso le illusioni restano, nel secondo svaniscono, e vi sono interamente annullate e strappate a viva forza (p. 177).

L’intreccio di La parte di Malvasia non dipende solo dai legami che si instaurano tra i personaggi, così come si è visto nella prima citazione. Nell’intreccio subentrano anche forze che trascendono i desideri e le volontà degli individui e, tra di esse, prima tra tutte c’è la morte. La morte può sopraggiungere in due modi: all’improvviso o molto lentamente. Nel primo caso, la morte appare come una sorpresa, come un elemento non coerente col resto della narrazione di vita; nel secondo, al contrario, la morte diviene solo l’ultimo stadio della narrazione della malattia. Qui si scontrano due concezioni della fine: la fine come momento di eccezione e la fine come naturale conseguenza. Il giallo è una struttura narrativa che ha a che fare principalmente con morti straordinarie, frutto di atti criminali e quindi fuori norma. Tuttavia, l’indagine cerca di inserire tale morte all’interno di uno schema logico, fatto di gesti, moventi, prove e confessioni: il giallo è un tentativo di ordinare il caos, di dare spiegazione al mostruoso. Per contro, ne La parte di Malvasia la morte della protagonista non trova spiegazione. Il romanzo in questione, anziché dare avvio a un viaggio a ritroso al fine di ricostruire una storia, fa fiorire una serie di storie: tutto ciò è evidente da un disegno presente alla fine del testo, in cui c’è un albero dove Malvasia rappresenta il tronco e tutti gli altri personaggi i rami e le foglie. Il delitto, anziché far guardare indietro, proietta tutto in avanti, come se dalla morte dovessero originarsi in maniera caotica, quasi come un cancro, numerose diramazioni narrative. E il cancro e la malattia in generale sono dei temi importanti per il romanzo: anziché l’investigazione, ne La parte di Malvasia è la malattia a dare alla narrazione uno schema coerente. La malattia ha una sua logica della morte e un suo corso, in cui, però, manca un movente: è una narrazione con una fine certa ma senza alcun fine. È un narrare per il narrare, senza alcun motivo.

 

 

Ora è possibile tornare alle parole presenti sulla piega della copertina: Policastro, con questo romanzo, ci mostra una profonda sfiducia nelle capacità dell’essere umano (contemporaneo o tout court?) di trovare una logica e un senso in ciò che accade. Non a caso, l’investigatore di questo non-giallo è un informatico: colui che dovrebbe avere più possibilità di ricavare un senso dalle informazioni, si perde in un profluvio di dati che non trovano una coerenza nell’intreccio. Una metafora del mondo di oggi, in cui la quantità di dati è tale da annichilire la nostra capacità di comprensione, anziché facilitarla. La conoscenza è nulla senza legami, ma questi sono in continua evoluzione, sono come serpi in un burrone che si muovono continuamente, scivolando l’una sull’altra, intrecciandosi, mordendosi, liberandosi senza fermarsi mai. 
Secondo Tzvetan Todorov, la trama nasce dall’introduzione di un elemento perturbatore all’interno di uno stato di quiete. Per Policastro, la narrativa è malattia, essa prende avvio dal momento in cui si diventa consapevoli che si dovrà morire: la malattia è il principio perturbatore della vita che rende narrabile anche il banale, poiché non più scontato. La morte, in quanto unica certezza e quindi la più banale delle banalità, rende eccezionale la vita, in tutte le sue manifestazioni.
In questo non-giallo le tracce non servono a ricostruire una morte, ma a testimoniare una vita. Walter Benjamin, nel suo noto saggio Il narratore, ha affermato che colui che muore acquista, proprio nel momento della morte, una certa autorità. Il senso è duplice: con la morte, l’individuo porta a compimento l’opera della sua vita, divenendone a tutti gli effetti l’autore; allo stesso tempo, acquista una certa importanza, poiché la fine lo ha trasformato in qualcosa di irripetibile e ormai perduto. Policastro, rinunciando alla struttura del giallo, mostra come la narrazione non debba essere un modo per imporre un ordine a ciò che è fuori norma, nel senso di fuori-legge, ma un continuo lasciare prove del fatto che si è stati in vita. In un passaggio del testo, il commissario Arena dice a Gippo:

Gippo tu pensi troppo […] e la vita se la pensi si inceppa, non va più. Tu devi sbloccare il caso, non fermarlo nei tuoi pensieri, uscirlo (p. 110).

La narrazione non è inscrivere i personaggi all’interno di uno schema, ma un disinscriverli dal silenzio della morte per descriverli nella loro vita, oltre ogni senso, logica, definizione, ruolo e, forse, anche nome.
Al di là di quanto visto, bisogna ammettere che si resta insoddisfatti alla fine di questa lettura. Prima di tutto, perché il passaggio della copertina citato all’inizio dell’articolo è la chiara prova di come non si abbia avuto il coraggio di rendere La parte di Malvasia una sorta di trojan con cui hackerare le librerie. La Nave di Teseo avrebbe potuto fare un’operazione meta-commerciale, oltre che meta-letteraria: il libro sarebbe stato venduto facendolo passare per quello che non è, così la destrutturazione del genere non solo sarebbe stata percepita in maniera più violenta, ma il testo avrebbe avuto anche una maggiore valenza critica, nel suo mostrare sfiducia in tutti i tentativi di trovare un ordine nelle cose. Ma qui non si fa in tempo a ingannare il lettore che subito gli si dà una pacca sulla spalla e gli si dice: «Ma no… sto scherzando!».
La parte di Malvasia racconta spaccati di vita quotidiana: Policastro ha una grande abilità nel registrare la chiacchiera, di restituirla nella sua viva voce, con uno stile che rievoca con grande maestria il linguaggio del sentito dire o della confidenza tra abitanti di quartiere. Il testo sembra mostrare una profonda sfiducia nelle capacità visionarie della letteratura, nella possibilità di costruire nuovi mondi: per Policastro così è (se vi pare) e non si può far altro che catturarlo sulla pagina, come se la letteratura dovesse essere una prova dell’insistente banalità che ci circonda, nonostante gli scaffali pieni di gialli che ci fanno affacciare su una vita dalle tonalità forti. L’autrice porta alle estreme conseguenze il gioco delle parti pirandelliano, dove non solo è impossibile dare una definizione univoca della realtà, ma delle interpretazioni stesse.
La parte di Malvasia è un testo intelligente, molto. Ha il pregio di non abusare della pazienza del lettore, poiché la sua lunghezza non è eccessiva. Ma è un romanzo di cui si apprezza più l’operazione che l’opera, poiché si viene catturati più dall’impalcatura di idee che dalla sostanza narrativa. Qui non c’è alcuna erotica dell’arte, ma un amore platonico: consigliato a chi non soffre d’amore, ma ama per poter, finalmente, soffrire.