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La passeggiata | Racconto di Alice Di Stefano

Era da tanto che chiedevo a mio marito di fare una passeggiata insieme. Non andavamo più molto d’accordo, ultimamente, e lui in genere preferiva andarsene in giro per conto suo, stando via anche pomeriggi interi, specie nei week end. Quel giorno, invece, mi propose di andare nel parco sotto casa dove, diceva, era stato spesso a meditare e ascoltare musica. Aveva cominciato a frequentarlo da qualche mese anche se io avevo sempre sospettato che fosse solo una scusa, quella del parco, e che in realtà Giacomo si vedesse di nascosto con la sua ex in un posto segreto seppure vicino.
Abitiamo a Roma, a circa tre chilometri da Piazza del Popolo che poi sarebbero poco più di venti minuti a piedi, se si taglia per Ponte Milvio. Provai a dirgli, quindi, di puntare verso il centro, che la passeggiata sarebbe stata piacevole lo stesso, ma l’idea del parco ormai era incrollabile e mio marito aveva già recuperato il bastone che usava nascondere in giardino nei giorni feriali quando ognuno di noi se ne andava in ufficio per poi rivedersi la sera.
Dopo cinque minuti di strada, imboccammo l’ingresso del parco, un posto selvaggio, come avevo sempre immaginato, con l’erba alta e il fango nelle parti più sabbiose di terra. Lì, un grande prato portava a una zona piena di alberi vicino a un fosso in cui scorreva un ruscello tra solchi pieni di sassi. Mio marito si infilò esperto tra la fitta vegetazione in prossimità dell’acqua, facendosi largo tra le piante col bastone: rami spinosi mi frustavano le braccia quasi aizzati dal suo passaggio. Pregai Giacomo di rallentare finché non arrivammo a una sorta di ponticello formato da lastre di ferro arrugginite. Attraversammo il guado e per poco non finii dritta nell’acqua per via delle tavole sconnesse, instabili e scivolose.
Man mano che avanzavamo nel sentiero, attorno a noi si alzavano cespugli pieni di rovi. Lì, intravidi anche un boschetto di graminacee, alte, con le punte come grosse spighe dalle estremità piumate, ma il terreno era bagnato per via delle piogge che in quei giorni avevano flagellato Roma e i miei piedi affondavano nella melma bagnandomi le scarpe.
Il luogo era fiabesco, una fiaba strana, e anche un po’ ostile se non fosse stato per quel cielo senza nuvole, con il sole che splendeva fiero nel primo pomeriggio di un giorno invernale. Poi, sentieri che si moltiplicavano, anfratti segreti, piccole costruzioni in rovina ai margini della via fino a uno spiazzo assolato con una panchina messa lì da chissà chi, chissà quando. Seduti a riposarci, la mia testa sulla sua spalla, noi, nel silenzio della campagna.
Continuiamo il nostro giro e arriviamo in un grande vallone con dei profondi canyon colorati scavati nel terreno spaccato dal sole. Tutt’intorno, orme di animali. Orme strane, unghiate. Cinghiali dice mio marito, passati di qua da poco, tre giorni al massimo. Ma siamo a Roma, dico io, mi sembra strano. Certo, di cinghiali in città si parla sempre ma sembrano più che altro leggende metropolitane, storie create ad arte.
Saliamo, ci arrampichiamo e io ho già il fiatone. Su, in cima, ci fermiamo in una radura assolata con vista sui colli di Roma. Siamo al centro del parco, che ora appare immenso, e non c’è nessuno, siamo solo noi. Con fare esperto, Giacomo mi guida verso un boschetto e da lì inizia la discesa: la strada è un po’ ripida e sembra di stare in montagna. Tronchi d’albero caduti durante il temporale ci tagliano la strada, ci sono grossi rami da scavalcare, ostacoli da superare. Prove, mi dico, prove di resistenza, come nel matrimonio, penso, guardando mio marito da dietro, dove mi lascia sempre, anche in città, camminandomi immancabilmente davanti.
Avanziamo piano, sono stanca, ma presto di fronte a noi si apre un prato con al centro un grosso masso. Giacomo mi porta lì, a contemplare il panorama e, una volta seduti, avvia sull’iPhone la sinfonia n. 3 di Mahler, ultimo movimento.
La musica riempie l’aria e rimaniamo in ascolto per tanto, forse troppo tempo. Inizia a imbrunire e qualche nuvola in cielo preannuncia un nuovo temporale. Attorno a noi è tutto scuro, sempre più scuro. Dopo un po’, un altro masso, giù, in fondo al verde oramai quasi nero, è come se si spostasse. Mi bruciano gli occhi, è gennaio in fondo, fa freddo, e io mi stropiccio un po’ per vederci meglio. Il masso si è mosso: si è mosso, ne sono certa. Adesso è molto più vicino a noi anche se ancora distante. Giacomo tace e guarda l’orizzonte nella direzione di quella forma nuova e, sembra, conosciuta e io per la prima volta mi rendo conto che ha un lato mistico che non conoscevo e anche un lato selvaggio che lo fa quasi fondere con la natura.
Il masso si muove, si avvicina, e poi eccolo, il cinghiale. Sono spaventata, non riesco neanche a urlare, a dire una parola. Giacomo invece è tranquillo e si gira verso l’animale. È una femmina, dice, la conosco, viene sempre qui. E guarda la bestia, le sorride, e in effetti sembra che loro due si conoscano da tempo.
Era il luogo dell’appuntamento questo, e io mi sento improvvisamente un’intrusa, o forse una nuova amica, in questo spazio per iniziati inaccessibile ai più.
L’oscurità avanza e mille piccoli occhi ci attorniano, stando ai bordi di un cerchio immaginario. Lei, la cinghialessa, sta ferma vicino a noi ad ascoltare Mahler. Dico andiamo e non succede niente. Dico dai, mentre si avvicinano i mille piccoli occhi: lo vedo che sono innocui però sarà meglio andare, mi dico…
Man mano che la sinfonia si avvia alla conclusione, ci incamminiamo sul sentiero del ritorno, vigili ma sereni, superando la massa misteriosa di occhi e quel grosso cinghiale femmina. Alla fine, ai margini del bosco, prima di sottrarsi alla vista di lei, mio marito si volta, la guarda e le sorride e io so che si tratta di una promessa. Si sono capiti e lui tornerà presto. Tornerà a trovarla un’altra volta, da solo però, e resterà fino alla fine del brano, nell’oscurità della notte che scende, a guardare sorgere la luna insieme, al cospetto di una grande platea di cinghiali.
L’amore, spesso, non ha bisogno di carezze.

         

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