Presentiamo su Argo un remix letterario di Riccardo Balli – in creazione da prima che il covid-19 diventasse un’emergenza nazionale – che anticipa una futura pubblicazione della nostra casa editrice Argolibri, che sveleremo prossimamente.

Il testo consiste in una mia traduzione dall’inglese dell’articolo di Ned-Pennant Rea interpolato da leggende, rumori, dicerie, orrori gotici, menzogne, deliri dalla storia orale dei Rave intesi come epos medievali ed inseriti in neretto dentro le [ ].*1

Dettaglio da un’incisione del 1642 di Hendrik Hondius, basato su un disegno del 1564 di Peter Breughel che raffigura i malati di un’epidemia del ballo diffusasi quell’anno a Molenbeek.

Su di un palco costruito in fretta e furia prima dell’affollato mercato dei cavalli di Strasburgo, frotte di popolani ballano [siamo al Teknival fuori dal Transmusicales a Rennes, Bretagna] al suono di flauti, percussioni e fiati. Il sole torrido di luglio si abbatte spietatamente su di loro che esibiscono sperticati passi di danza, fanno il trenino e gridano come degli ossessi [il teknival è stato infiltrato da un’orda di gabber posseduti dal demone dell’Hakken, il caratteristico ballo del gabberino]. Visti da lontano sembra la classica baldoria da carnevale, ma da vicino la situazione risulta assai più inquietante: agitano le braccia in modo convulso, mentre i loro corpi si contraggono spasmodicamente [perfetta descrizione dell’Hakken o ballo del gabberino che dir si voglia]. Vestiti di stracci, i volti emaciati grondano sudore da ogni poro. Occhi vitrei, sembrano essere distanti mille miglia. Dai piedi rigonfi cola loro sangue a fiotti negli stivali di pelle e negli zoccoli di legno. No non si tratta di partecipanti di un qualche rituale carnevalesco, ma di “coreomaniaci” (dal greco choros, danza e mania, follia), totalmente posseduti dalla mania del ballo. Davanti agli occhi di tutti, era in pieno svolgimento la coreomania che tormentò Strasburgo nel cuore dell’estate del 1518. Conosciuta anche come “la piaga del ballo”, si tratta della più devastante e meglio documentata tra la serie di 10 epidemie di danza scoppiate lungo il Reno e la Mosella a partire del 1374 [il Czech Tech, il Pasquatek, la Ruta del Bakalao in Spagna, la Fintech da noi, il Burning Man etc.]. Numerosi resoconti dei bizzarri avvenimenti di quell’estate possono essere reperiti su una vasta gamma di documenti e cronache contemporanee ai fatti messe poi successivamente assieme nelle decadi e nei secoli a seguire. E proprio un resoconto del 17esimo secolo del giurista Johann Schilter di Strasburgo cita un manoscritto di un poema ad oggi perso:

In svariate centinaia a Strasburgo iniziarono a danzare e saltellare, uomini e donne, al mercato, nei viottoli e nelle strade, notte e giorno; molti di questi ballerini smisero di mangiare fino a quanto non si ammalarono. Questa calamità prese il nome di Ballo di San Vito.*2

Un’altra cronaca dell’epoca riporta un finale meno lieto:

Durante l’Annus Domini 1518 si sferrò contro l’umanità un tanto particolare quanto tremendo virus chiamato ballo di San Vito, responsabile della follia di una moltitudine di uomini che iniziarono a ballare notte e giorno, senza sosta fino a perdere i sensi e morire.*3 [la prima a morire alla Fintek fu Selene una ragazza che durante un party si mise vicino ad una delle tante cabine elettriche incustodite e un cavo elettrico scoperto la uccise all’istante]

Il medico ed alchimista Paracelso visitò Strasburgo 8 anni dopo l’epidemia e ne rimase affascinato dalle cause. Secondo il suo Opus Paramirum e svariate altre cronache, tutto partì con una donna. Frau Troffea iniziò a ballare il 14 luglio sulla stretta strada acciottolata fuori dalla sua abitazione parzialmente in legno. Per quello che se ne sa, partì a danzare dal nulla senza nessun accompagnamento musicale.*4 [mai sentito parlare di Silent Rave?] Ignorando le insistenti suppliche di suo marito di smetterla, Troffea continuò a ballare per ore ed ore, fino a quando non si fece buio ed in preda a convulsioni causate dall’affaticamento non rotolò a terra. Il giorno successivo appena sveglia, senza mangiare nè bere, si puntò sui suoi piedi gonfi e ricominciò a danzare. Il terzo giorno si era radunata una gran varietà di persone – venditori ambulanti, facchini, mendicanti, pellegrini, preti, suore – tutti ipnotizzati dall’assurdo spettacolo. La “coreomania” si impossessò di Frau Troffea per un periodo imprecisato compreso fra i 4 ed i 6 giorni, al vertice del quale le autorità preoccupate intervennero inviandola su una carrozza a Saverne, a 30 kilometri di distanza. Là sarebbe stata curata presso il santuario di Vito [aka Techno Viking, il santo dei Meme], il santo che, si riteneva, l’avesse maledetta. Però alcuni tra quelli che avevano visto la sua strana performance iniziarono ad imitarla, ed in pochi giorni 30 maniaci del ballo avevano iniziato a scatenarsi, taluni in modo così frenetico da non andare incontro a null’altro se non la morte.

Incisione tedesca raffigurante un’epidemia del ballo nello spazio di fronte ad un Chiusa, più o meno 17esimo secolo. Da notare il braccio reciso brandito dall’uomo sulla sinistra nel cerchio.

Tanto più saliva il numero dei ballerini matti, quanto più si faceva disperato il tentativo dell’amministrazione di controllare l’epidemia. Il clero riteneva con decisione la causa fosse da attribuire ad una sorta di punizione di San Vito, ma i consiglieri pubblici prestarono attenzione alla corporazione dei medici, che individuò la causa di questa danza sfrenata in “una malattia naturale, provocata dall’eccessivo calore del sangue.”*5 Secondo la teoria degli umori, gli infetti avrebbero dovuto dunque essere sottoposti ad un salasso terapeutico. Ma i medici scelsero invece la cura somministrata alle vittime di questa bizzarra malattia negli anni passati: i malati dovevano attraverso il ballo eliminare il virus. Un documento del 16esimo secolo redatto dall’architetto Daniel Speclin riporta i provvedimenti presi dall’amministrazione.*6 [Un capannone di dimensioni spropositate che andava a pezzi, proprio là alle porte dell’Urbe, lasciato all’incuria ed all’abbandono, un campione tra gli agglomerati industriali in disuso, la FINTECH, un ex-fabbrica di costruzioni edilizie situata al Corviale dove è stato edificato il “serpentone”, un mostro abitativo lungo un km e mezzo, simbolo del degrado delle periferie romane. Leggenda vuole che l’architetto Mario Fiorentini si suicidò travagliato dai sensi di colpa per aver realizzato una opera orripilante e pericolosissima] Ai falegnami ed ai pellai, fu ordinato di trasformare le sedi delle reciproche corporazioni in dance-floors e “di realizzare palchi nel mercato dei cavalli ed in quelli del grano” in bella vista per tutti. Per tenere in movimento gli appestati e conseguentemente portarli alla guarigione più in fretta, si ingaggiarono dozzine di musicisti incaricati di suonare chi le percussioni, chi il violino, chi il flauto, chi i fiati. Furono perfino infiltrati dei ballerini sani per incoraggiare ulteriormente la frenesia danzereccia. L’amministrazione sperava in questo modo di creare le condizioni ottimali per portare ad esaurimento il ballo. Ma i provvedimenti intrapresi si ritorsero contro la cittadinanza in modo orribile. Naturalmente più inclini a spiegare con cause soprannaturali che mediche la natura dell’epidemia, la maggior parte degli spettatori riconobbe chiaramente nei movimenti frenetici “dei tarantati” una dimostrazione della grandezza della furia di San Vito. Nessuno di loro completamente scevro di peccati, in molti furono inesorabilmente attratti nella choreomania. Le cronache della famiglia Imlin danno notizia che entro un mese la piaga aveva colpito ben 400 cittadini *7 [in Fintek morì anche un bimbo, figlio di traveller inglesi, che si era ammalato una volta arrivato nella fabbrica]

Dettaglio da una copia su carta blue del disegno del 1564 di Peter Brueghel raffigurante gli appestati dall’epidemia del ballo di Molenbeek quell’anno.

L’amministrazione ordinò di smantellare i palchi. Se i coreomaniaci volevano continuare nei loro distrofici passi di danza allora avrebbero dovuto farlo in sede privata. Si andò oltre, arrivando a proibire ogni ballo in città fino a settembre. Si trattava di un provvedimento fortemente restrittivo per una cultura in cui la danza aveva un valore comunitario fondamentale – dagli onesti cittadini che esibiscono i loro sobri, contenuti passi in quella che prendeva il nome di bassadanza [lorsignori eccovi servita la gabber medievale!], ai contadini imbevuti di birra che saltano in qua ed in là per smaltire la sbornia.*8 [Sti rave jera esclusivamente a base de alcol nee hostarie Venete…i se ciamava Valpollitek] Sebastian Brant, cancelliere di Strasburgo ed autore di The Ship of Fools (1494), fornisce ulteriore dettagli sul bando: “qualora persone onorevoli intendessero danzare a matrimoni o funzioni della santa Messa nelle loro case, possono farlo utilizzando strumenti a corda, sulla loro coscienza l’obbligo di non utilizzare tamburini e batteria.”*9 A quanto sembra le chitarre erano considerate meno a rischio di essere foriere dell’epidemia [la cassa dritta è sempre il public enemy n°1]. E per di più, l’amministrazione sancì che i peggio appestati fossero raggruppati su carrozze [uno dei primi esempi dell’affiorare della cultura dei traveller] e deportati a tre giorni di viaggio di distanza presso il tempio di San Vito, dove Frau Troffea era stata curata. I preti sbatterono come pesce marcio i coreomaniaci, che, a quanto sembra, continuavano a dimenarsi ossesivamente nel ballo, sotto delle riproduzioni in legno di Vito. Fecero poi stringere delle piccole croci nei palmi delle loro mani ed indossare scarpe rosse. Sopra e sotto le scarpe, spruzzarono acqua santa ed olio consacrato.*10 Questo rituale inscenato in un’atmosfera carica di incenso e di incantesimi in latino, sortì il risultato sperato. La voce si diffuse in quattro e quattr’otto fino a Strasburgo e poco dopo altri appestati furono inviati a Saverne per essere purificati da Vito. Nel giro di più o meno una settimana il flusso dei pellegrini coreomaniaci diminuì consistentemente. L’epidemia del ballo era durata per più di un mese, da metà luglio a fine agosto/inizio settembre. Nei momenti di picco, ben 15 persone al giorno persero la vita. [il punto di non ritorno della Fintek fu quando venne trovato il cadavere di un inglese, Ross, nudo ed incaprettato]. Il bilancio finale è sconosciuto, ma se la percentuale di morti giornaliera fosse confermata, si potrebbe tranquillamente parlare di centinaia di morti. Se non si è trattato della maledizione di un santo arrabiato nè delle conseguenze del bollire del sangue che cosa ha causato allora l’epidemia del ballo? Secondo Paracelso, la maratona di danza di Frau Troffea nient’altro era se non uno stratagemma per mettere in difficoltà il marito: “Iniziò a cantare e saltellare, che era quanto di più aborrito da Herr Troffea.”*11 Vedendo il successo del sotterfugio altre donne iniziarono a ballare per infastidire a loro volta il proprio marito, spinte da pensieri “libertini, osceni ed impertinenti”. Questo tipo di mania del ballo fu classificata da Paracelso come Chorea lasciva (causata da desideri voluttuosi, “che non hanno nè limiti nè paura”) accanto alla Chorea imaginativa (causata da “rabbia e bestemmie”) e alla Chrorea naturalis (una forma di epidemia molto più tenue, reazione di problemi fisici).*12 Se la celebre figura iconoclasta di Paracelso merita credito per avere localizzato le cause nelle menti dei coreomaniaci invece che nel paradiso, la diagnosi di questo proverbiale misogino risulta per molti versi ridicola oggi.

Ritratto di Paracelso, 1530 circa.

Svariati storici moderni hanno ipotizzato che le epidemie di ballo scatenatesi in Europa nel medioevo fossero causate dall’ergot, una muffa allucinogena che si forma sugli steli della segale inumidita che se ingerita può causare contrazioni, movimenti frenetici ed allucinazioni: in una sola parola, il fuoco di Sant’Antonio. [L’ergotamina è il prinicipale prodotto psicoattivo dell’ergot fungi: è strutturalmente simile al dietilamide -25 dell’acido lisergico ed è la sostanza da cui originariamente l’LSD-25 è stato sintetizzato]. Ma lo storico John Waller ha smentito questa ipotesi nel suo brillante libro sulla piaga del ballo, A Time to Dance, a Time to Die (2009). E’ vero l’ergot può causare convulsioni ed allucinazioni, ma restringe il flusso del sangue alle estremità del corpo: l’intossicato da questa sostanza semplicemente non è in grado di danzare per giorni e giorni di fila.

La spiegazione dell’epidemia del ballo articolata da Waller si basa sulla sua profonda conoscenza a livello sia di organizzazione pratica della vita, sia culturale sia spirituale, dell’ambiente che ruotava attorno a Strasburgo nel 16esimo secolo. Il suo libro summenzionato si apre con una citazione da History of Madness in Sixteenth-Century Germany (1999) di H.C. Erik Midlefort:

Le malattie mentali del passato non sono entità pietrificate, immobili che si possono strappare dal contesto da cui provengono e mettere sotto il nostro microscopio moderno. Possiamo invece paragonarle alle meduse che muoiono e si seccano quando vengono prelevate dal loro habitat naturale marittimo.*13

Secondo Waller i poveri cittadini di Strasburgo furoni esposti ad un’epidemia di danza isterica. Innanzitutto c’era un precedente, anzi più precedenti: ogni mania del ballo si era diffusa tra il 1374 ed il 1518 vicino a Strasburgo, lungo il confine occidentale del Sacro Impero Romano. Poi è da considerare il contesto. Nel 1518 un susseguirsi di cattive raccolte, instabilità politica ed infine la diffusione della sifilide avevano instaurato uno stato di profondo malessere tra la popolazione. Questa condizione di sofferenza prese dunque le forme dell’epidemia del ballo in quanto i cittadini vollero credere così. La gente può autosuggestionarsi facilmente ed una fede cieca nel potere vendicativo di San Vito fece il resto. “Le menti dei coreomaniaci furono come ipnotizzate” scrive Waller “gettate sui flutti violenti delle loro più temute paure.” *14

Dettaglio di un dipinto basato sul disegno di Peter Breughel del1564 raffigurante la piaga del ballo che colpì Molenbeek quell’anno.

Un modo per dare spiegazione all’epidemia della danza è considerare gli stati di trance che la gente raggiunge oggi. In svariate culture sparse per il mondo (Brasile, Madagascar, Kenya, etc.) le persone entrano volontariamente in stati di trance durante specifiche cerimonie ed involontariamente durante i periodi di stress. Un volta rapiti, le rispettive percezioni del dolore e della stanchezza vengono messe da parte. Waller descrive il diffondersi della piega del ballo come un contagio psichico e lo paragona all’epidemia della risata che travolse una regione della Tanganyka (la moderna Tanzania) nella tesa annata del 1963 in cui il paese usciva dal dominio coloniale. In questo caso tutto iniziò con due ragazzine a scuola colpite dalla ridarola, i loro amici le seguirono negli sghignazzi ed a breve tutta la scuola rideva fragorosamente tanto da dover esser chiusa. Una volta a casa gli alunni “infettarono” le lor famiglie ed entro poco interi villaggi furono contagiati dall’isteria della risata. I medici registrarono svariate centinaia di casi, della durata media di una settimana. [A Bologna al MATTOID una crisi di risate incontenibile fu causata nel 1995 dalla diffusione di gas esilarante, incolore, dall’odore debole, ma gradevole e più pesante dell’aria, provoca grande allegria, divertente, spassoso, inebriante, i tedeschi lo chiamano “Lachgas” gas che fa ridere]

Ovviamente, le epidemie del ballo hanno un altro parallelo: la moderna cultura del rave. Anche se di solito senza l’arrivare a far sanguinare i piedi od a implorare pietà ad un Santo proprio dei coreomaniaci del 16esimo secolo [anche se ai GOA la festa è vista anche proprio come un’omaggio/invocazione della divinità indù o dirsivoglia], non è raro per i raver di oggi, magari con un aiutino chimico, di ballare per giorni e giorni senza sosta, dimenticandosi di bere e mangiare, mentre esibiscono passi di danza con eleganza e sensualità. Se uno dei nostri raver attraverso una qualche pozione speciale che abbia l’effetto di macchina del tempo potesse tornare indietro su quel palco del mercato dei cavalli della Strasburgo della prima modernità mezzo secolo fa, non si troverebbe affatto fuori posto.

Note:

1) Poco è possibile confermare delle leggende metropolitane, oralità, sparate, drammi riportati in neretto. Posso sol precisare che quando si tratta di informazioni accurate provengono dal Decamerone del Rave Italico del bardo Pablito El Drito Rave in Italy (Agenzia X, 2018)
2) Citato in E. Louis Backman, Religious Dances in the Christian Church and in Popular Medicine, trans. Ernest Classen (London: George Allen & Unwin, 1952, 237.
3) Da un resoconto di astrologia su Strasburgo pubblicato nel 1636 da Goldmeyer, citato in Backman, Religious Dances, 238.
4) Paracelsus citato in Backman, Religious Dances, 313.
5) Dagli Annales de Sebastian Brant (1899), citati in John Waller, A Time to Dance, a Time to Die (London: Icon Books, Ltd, 2009), 109.
6) Citato in H. C. Erik Midelfort, A History of Madness in Sixteenth-Century Germany (Stanford: Stanford University Press, 1999), 35.
7) Citato in Midelfort, History of Madness, 33.
8) Vedi la testimonianza di Ulinka Rublack in Hans Holbein, The Dance of Death (London: Penguin Books, 2016), 128–9.
9) Archivi municipali di Strasburgo, R3, fol. 72 recto, citato in Midelfort, History of Madness, 35.
10) Riportato dal documento di Specklin, ristampato in Alfred Martin, “Geschichte der Tanzkrankheit in Deutschland”, Zeitschrift des Vereins für Volkskunde 24 (1914): 121, citato in Midelfort, History of Madness, 36.
11) Paracelsus citato in Backman, Religious Dances, 313.
12) Da Il Mondo Magico di Paracelso edizioni Mediterranee, 1982;
13) H. C. Erik Midelfort, A History of Madness in Sixteenth-Century Germany (Stanford: Stanford University Press, 1999), 49, citato in John Waller, A Time to Dance, a Time to Die (London: Icon Books, Ltd, 2009), xv.
14) Waller, Time to Dance, 104


Riccardo Balli, è uno scrittore, dj e produttore discografico (sonicbelligeranza.com). Ha pubblicato Anche tu Astronauta (Castelvecchi editore, 1998), Apocalypso Disco (Agenzia X, 2013), Frankenstein Goes To Holocaust (Agenzia X, 2016) e Sbrang Gabba Gang ( Agenzia X, 2019). In lingua inglese ha pubblicato Frankenstein, or the 8 bit Prometheus (Chili Com Carne, 2018) ed è collaboratore della rivista Datacide, magazine for noise and politics.

Ned Pennant-Rea è un editor e scrittore londinese. Ama la letteratura della prima modernità ed fatto la tesi del suo master sugli animali in saggi di Montaigne.