Il nostro poesia-festival La Punta della Lingua saluta Nanni Balestrini ospite dell’edizione 2018

Se ne va, con Nanni Balestrini, un pezzo importante della letteratura italiana del secondo 900. Era il più giovane del Gruppo 63 (di cui fu uno dei fondatori e non un precursore come scrive incautamente Repubblica dimostrando, una volta di più, la discrasia culturale tra giornalisti e titolisti) e se ne va per ultimo. Lo scorso anno la Punta della Lingua ebbe l’onore e il piacere di ospitarlo, finalmente, dopo che altre 2 volte era stato costretto a declinare il nostro invito: la prima per motivi di salute (di acciacchi ne aveva parecchi negli ultimi anni), la seconda per impegni a dOCUMENTA, la grande fiera d’arte di Kassel, dove era stato accolto per il suo lavoro come artista visivo. La sua militanza politica, insieme al rigore (e all’apparente rigidità) delle sue poetiche lo hanno reso (o almeno fatto percepire) come una figura fortemente divisiva, da osannare o detestare altrettanto acriticamente. Ancora oggi gran parte della poesia italiana delle ultime generazioni viene prodotta, con sovrano disprezzo per il concetto di evoluzione storica delle forme artistiche, come se Balestrini e la sua opera non fossero mai esistiti mentre, in alcuni degli ambiti più propensi alla sperimentazione, le sue poetiche di montaggio (vecchie ormai di settant’anni) sono ancora considerate l’ultima e definitiva novità, alla quale attenersi scrupolosamente fino al rischio del manierismo. Ma Balestrini, al netto delle straordinarie capacità organizzative che lo contraddistinguevano e che lo hanno portato instancabilmente a costruire gruppi, riviste, movimenti e iniziative culturali alla ricerca, talvolta affannosa, di riconoscere “i suoi”, era innanzitutto un poeta. Con molti meno paraocchi di quanto non si creda. Aveva amato molto Emily Dickinson, in gioventù, e Montale (e persino D’annunzio come ebbe a confessarci) per poi virare, dopo l’incontro con la poesia di Hans (Jean) Arp (qua 3 versi da lui tradotti che potrebbe anche aver scritto lui stesso: “Chi lascia operare il caso \ intreccerà vivi tessuti. \ Il caso ci libera dalla rete dell’insensatezza) verso le poetiche neo dada di cui è stato, in letteratura, il più importante rappresentante italiano. Anche se, diceva al riguardo dei suoi montaggi “il caso può essere fomentato”. Chi lo ha ritenuto, erroneamente, un gelido e cervellotico avanguardista, si stupirà nel sapere che a RicercaBo, qualche anno fa, un po’ stizzito nell’aver sentito per tre volte di seguito l’espressione “il messaggio della poesia”, intervenne per ribadire che la poesia non doveva trasmettere “messaggi” bensì “EMOZIONI”. Un’ultima notazione sul Balestrini “comico” (altra tonalità che sembra rimossa dalla maggior parte della poesia italiana “seria”, o presunta tale, di questi anni): Balestrini apprezzava, e anzi ricercava, il divertimento del pubblico spesso scegliendo i testi (guarda caso tra i suoi migliori) che potevano sortire tale effetto. Ricordiamolo così, allora, con un testo apparentemente innocuo interpretato dal comune amico (nostro e suo) Antonio Rezza. 

Di Luigi Socci, direttore artistico del poesia-festival La Punta della Lingua