Riceviamo e pubblichiamo, da parte di Giulia Manzi, una lettrice di Argo, una recensione a La Spoon River dei migranti di Salvatore Romano

La Spoon River dei migranti. Un titolo che richiama – volontariamente – il capolavoro di Edgar Lee Masters, con cui Salvatore Romano condivide quella rabbia lucida, impietosa e oggettiva di chi, quotidianamente, ha esperienza diretta dei comportamenti umani.

Edita da Zona Contemporanea e uscita a novembre 2019, la silloge poetica dell’autore napoletano racconta gli stessi appetiti avidi che caratterizzano l’opera di Masters, ma essi non ricoprono più il ruolo di protagonisti intimi della raccolta, bensì sono la causa scatenante della scrittura asciutta, ragionata ed essenziale di un poeta moderno che, invece di concentrarsi sui carnefici, decide di mostrare lo stupore e l’incredulità delle vittime di fronte alla morte stessa. Entità questa che in Antologia di Spoon River si configura come livella e unica verità, nella cui impietosa certezza si sviscerano segreti, ingiurie e miserie degli abitanti della cittadina fluviale, mentre nella silloge di Romano assume connotati ingiusti, impietosi, e si trasfigura nella denuncia della società odierna e delle conseguenze dell’indifferenza.

Così, La Spoon River dei migranti si discosta dall’opera di Masters nel suo primo punto fondamentale: la morte è ignorante, non perché inconsapevole dello status sociale, dell’età o del sesso di chi abbraccia, bensì perché causata dall’ignoranza stessa dell’uomo. Il ruolo della livella è attribuito a un elemento ben più materico e terreno: il mare, dove nella seconda parte della silloge (Lapidi ed epigrammi sul fondo del mare) affondano migranti e scafisti.

È qui, e solo qui, che troviamo epigrafi anche di personaggi negativi messi a nudo di fronte al destino comune con le proprie vittime. Per il resto, Romano attraverso la morte canta la vita: gli epitaffi della prima parte (Lapidi ed epigrammi disseminati fuori dal villaggio distrutto) sono ricostruzioni dei protagonisti di momenti di gioia andati, della quotidianità di un’esistenza semplice e intensa, dell’innocenza perduta degli infanti e dell’amore dei giovani sposi che non vivranno la prima notte di nozze.

Entrambe le parti – una ambientata in un villaggio sconosciuto, l’altra durante un naufragio di una nave di scafisti – sono eredi di una Spoon River i cui confini si amplificano all’intero continente africano e al bacino del Mediterraneo, con una consapevole incertezza nella geolocalizzazione. Si perde il passaggio dal particolare (Spoon River) all’universale (il mondo), per tuffarsi nell’indeterminato e nelle storie di mille volti sconosciuti. Il lettore è così costretto a concentrarsi sul problema e non sulla plausibilità del luogo; non ci sono coordinate da cercare, nomi da rintracciare, perché i volti dei personaggi sono quelli di centinaia e centinaia di persone invisibili, a cui Salvatore Romano presta voce tramite un immaginario crudo e realistico.

In questo quadro, dove si susseguono nomi e vicende abilmente intrecciati tra loro, trova spazio un proemio quasi favolistico che riprende solo idealmente l’incipit dell’Antologia di Spoon River – La Collina. Lontano dalle rime e dalle forme poetiche libere che si susseguono nel resto dell’opera, Romano propone una descrizione del villaggio – primo luogo di non-riposo che appare – in prosa, con un ritmo ben scandito. Tramite un linguaggio e una sintassi tendenti alla semplificazione, il brano Chi raccoglierà i sudori della prima notte di nozze? sembra rivolgersi a un pubblico di bambini; ci si predispone così alla lettura di un racconto, non di una silloge poetica, e lo si fa con lo spirito innocente dell’infanzia, epurati dai pregiudizi dell’età adulta.

Tuttavia, l’illusione è breve: rapidamente il proemio si spoglia della patina fatata e il villaggio al chiaro di luna si mostra popolato da fantasmi. Il fantastico converge in orrore, reale e angosciante, e il furto della spensieratezza degli abitanti diviene ladrocinio della nostra, quando ci accorgiamo che sono solo ombre quelle che errano alla luce del satellite, nel tentativo di raccogliere i brandelli della loro coscienza.

Non ci sono cimiteri, nella scrittura di Salvatore Romano, né lapidi, né effigi, né luoghi che possano rammentare agli spiriti il proprio essere. Esiste solo l’angosciante presa di coscienza del decesso e degli interrogativi, a cui il poeta fornisce una macabra risposta:

«Chi? Chi mai canterà gli amori e i giochi?

Chi, con le parole, dirà di un bacio?

Chi raccoglierà i sudori della prima notte di nozze?

La polvere delle macerie e le pietre delle case smembrate scriveranno epigrammi e scolpiranno lapidi coi nomi della gente del villaggio.»

Lapidi ed epigrammi sul fondo del mare

La seconda parte del libro si apre con un incipit simile, ma molto più familiare. Salvatore Romano non cerca più di far leva sulla fanciullezza interiore, non vuole più dipingere un idillio compromesso. Tutt’altro, già dal titolo del secondo proemio il lettore si trova catapultato nell’attualità: La pacchia è finita è una macabra invocazione alla musa, una ripresa dei poemi epici classici che hanno visto eroi del calibro di Ulisse ed Enea attraversare il Mediterraneo e, dopo mille peripezie, attraccare indenni sulle coste di Itaca e del suolo italico. Le voci che si levano, imploranti di essere ascoltate, non sono quelle dei poeti che bramano l’intervento di una divinità apollinea, bensì dei non-eroi, coloro che hanno fallito il viaggio e su cui il mar si è richiuso. Non ci sono Ulisse, né Enea, né Argonauti valorosi: solo lamenti di chi vuole essere ricordato e si rivolge, così, al poeta come mezzo e, di conseguenza, al lettore come tramite per perpetrare la propria memoria .

«Oh tu che trai immagini e parole sospese nell’aria, ti prego, raccogli gli epigrammi abbandonati in queste acque fredde e senza luce e, scrivi sulla carta, i dolori e le pene di chi ha attraversato il mare».

Si apre così Lapidi ed epigrammi sul fondo del mare, con un’invocazione e un’accusa finale, rivolte non più al bambino, ma all’adulto indifferente di fronte alla morte altrui, a quello negazionista, a colui che, per indolenza e pigrizia, ha rinunciato all’essere umano. E ancora una volta, la conclusione del proemio riprende il titolo, con parole che hanno un senso d’accusa viscerale:

«Che si muoia di bomba o si muoia di fame la morte resta, e le sue urla disperate, se ancora puoi definirti umano, dovrebbero trapassarti l’anima indolente e pigra. Khalil, Badriya, Khaled, Abdul, Yasir lo scafista, Muayid, Suhayma, Radhiyaa, Zhaira, Aida, Haamid/Raya, tutti stipati e inscatolati come sardine. Omar, Nadir, Rayani, Halima e altri, tutti annegati in una traversata di piacere:

LA PACCHIA, LA PACCHIA È FINITA.»

È il mare il secondo luogo di non-riposo. Una distesa d’acqua salata che ricorda il limbo dantesco, dove le anime sono condannate a peregrinare. Se le poesie della prima parte, sebbene colme di nostalgia e dolore, mostravano la gioia della vita e il dramma della sua interruzione imprevista, i canti di Lapidi ed epigrammi sul fondo del mare sono caratterizzati dalla rabbia, dall’indignazione e dalla disperazione. Sono rari i rimpianti, molte le maledizioni, tante le speranze perdute e le promesse infrante. La morte è arrivata come uno spettro vendicativo, invocata da coloro che non vogliono “altri” nella propria terra, e come un’erinni impedisce ai fantasmi delle sue vittime di trovare pace.

È questa la vera parte di denuncia concreta del libro. È qui che con parole aguzze il poeta gioca con l’emotività del lettore e lo costringe a uscire dal disincanto della prima parte al villaggio. Frasi, modi di dire, affermazioni ricorrenti della quotidianità degli italiani sono plasmate e riutilizzate nel linguaggio dei naufraghi, consapevoli dei mandanti della Nera Signora.

Non ci sono canti finali di scolaresche che raggiungono gli spiriti dei genitori, non ci sono amanti che cercano di ritrovarsi; ci sono solo uomini e donne dispersi da e tra le onde e il sogno infranto di uno studente di letteratura italiana che non raggiungerà mai la patria adottiva. La fine della lettura non coincide con la fine dell’angoscia per il lettore, bensì con l’apertura di nuovi interrogativi, di tante domande e un senso di colpevolezza da cui è difficile liberarsi.

Giulia Manzi