Pubblichiamo un esperimento di narrativa sociologica, La vecchia vien di notte, scritto dall’Opificio Sociologico, la cui idea è quella di partire da alcune suggestioni teoriche e riferimenti bibliografici per poi creare un testo puramente narrativo che sia influenzato da questi riferimenti

 

Due. Sbucavano tenacemente ogni settimana sulla punta del suo mento. Grossi, neri e rigidi come due piccole spine conficcate nella carne. Quando se ne accorgeva era colta da uno strano imbarazzo. Non aveva mai avuto problemi di peli, nemmeno da giovane. È sempre stata una donna senza sforzarsi di doverlo dimostrare e senza seguire particolari standard estetici. Da quando c’era stata la pandemia qualcosa però era cambiato. Anche se avanti con gli anni le si era ricoperto il viso di bolle gonfie di pus, specie lungo la linea delle aderenze della mascherina chirurgica ed aveva preso a formarsi una peluria scura sul labbro superiore.

Ivan sentì il ticchettio sul selciato scuro dal suo angolo di cartoni. Nella nebbiolina fra sonno e veglia che ormai contraddistingueva le sue notti, non lo capì immediatamente. Fosse stato appena un po’ più sveglio avrebbe subito ricondotto quel rumore intermittente alla sua origine, alle scarpette blu foderate di nappina, alle gambe varicose che ci si annodavano sopra, alla figura grassoccia e cadente che muoveva quei passetti rapidi sulle pietre bagnate. Ma era stata una giornata lunga, a rovistare intorno ai resti del vecchio campus universitario in cerca di qualcosa che fosse ancora possibile barattare. Non era andata molto bene. Qualche gancio di ombrello non del tutto arrugginito, schegge di vetro buone per farci gli specchietti, poco altro. Eppure era stato estenuante, anche alla luce del sole era costretto a guardarsi sempre le spalle, a muoversi con cautela per non affondare nei pozzetti neri scoperchiati, nelle piccole faglie fangose scavate dai cinghiali, eccetera, eccetera. Tac, toc, tac, toc. Un’eco leggera, il senso di avvicinamento, l’improvviso lampo di sangue alle tempie, negli occhi, a spingere forte dalle pareti dello stomaco, tirarsi in piedi completamente lucido nella notte fredda e male illuminata, scappare, scappare. Toc, tac, toctac, toctac.

Li aveva visti arrivare da lontano, già in fondo alla strada che sbucava fuori dal parco. Sgattaiolavano fuori sempre più spesso, resi intraprendenti da un’evidente mancanza di controllo del quartiere. Le ricordava gli anni brulicanti della movida, quando prima del virus i corpi giovani si ammucchiavano sulla riva del fiume per ridere e bere, danzando leggeri fra le loro incertezze. Era stata anche lei una di loro, certo, ma poi il festino era finito, e la responsabilità aveva asciugato i suoi occhi. Le aveva asciugato anche altro, rifletteva, mentre preparava le piccole sfere metalliche, allineandole ai suoi piedi. le labbre grinzose macchiavano di rossetto il cannello della sbarretta cava che teneva in bocca. Un vecchio tubo di scarico, levigato e ripulito, su cui aveva attaccato perline e piumette per ricordarsi sempre da dove veniva. La perfezione del tiro, pensò, quel vecchio romanzo balordo su un cecchino libanese, il dito che si stringe con serenità sul grilletto prima di vedere la faccia dei suoi nemici esplodere a un chilometro di distanza. Un brivido di piacere, l’emozione sempre uguale alla prima volta, mentre dalle finestre intorno altre come lei iniziavano a affacciarsi. Ognuna aveva un’espressione diversa, chi di gioia chi già annoiata. Ma quella era la notte, la notte riconquistata dei balconi sonnambuli da cui le biglie già iniziavano a sibilare. Il primo a cadere fu un ragazzetto, una dozzina di anni al massimo. Quei vigliacchi mandavano avanti i più piccoli per intenerirle, forse. Degenerati. Accasciati nella sporcizia e nel sangue, la prima ondata brulicante già si contorceva sul selciato fra vetri rotti e macchine sventrate. La Lina del terzo piano, algida come sempre, faceva cadere già l’olio riscaldato, senza scomporsi la piega di un soffio. I raggi dei lampioni lanciavano aloni bluastri sulla sua bigiotteria in un gioco di rifrazioni. Era la loro festa, era come Natale. Anche stanotte la notte era loro.

Lo ricordava bene quel momento. Le cose stavano cambiando abbastanza in fretta, nel giro di pochi giorni la città aveva preso a svuotarsi e non era certo perché le persone non uscivano più di casa. Le persone se ne erano andate in massa. Avevano caricato i bauli delle loro auto a più non posso, avevano raggiunto le periferie. Gli enormi muraglioni di palazzi densi di finestre e balconi avevano assunto un grigiore uniforme che una volta veniva mitigato dal disgustoso individualismo familiare che portava ad appendere cianfrusaglie chincaglierie multicolore all’esterno dei loro appartamenti.
Le sure erano rimaste salde ai loro avamposti e non avrebbero barattato la città con nulla al mondo. La confortante penombra dell’abusivismo edilizio e lo schiocco del tacco sul selciato che non lasciava spazio alla terra era il loro habitat naturale.
Marzia era nata in campagna. Un paesino sulle montagne dove l’elettricità era arrivata negli anni 60 e da cui era fuggita fingendo interesse per un uomo che aveva chiesto la sua mano al padre e che aveva promesso di portarla a vivere in città.

Steso sulla schiena, non riusciva a smettere di sbavare. Aprire gli occhi gli costò una certa fatica, il corpo tutto schiacciato e tumefatto. Provò a alzarsi in ginocchio, per esplorare la sua condizione in mezzo alla vaga nebbia in mezzo agli occhi. Non riuscì. Qualcosa lo teneva steso sulla schiena, contro le mattonelle fredde. Mise a fuoco la poltrona, le calzette di nylon, la sottana a fiori. Il ghigno dipinto sul viso della vecchia signora, le labbra schiacciate dal rossetto, il trucco troppo pesante sulla faccia cadente. Un accrocchio di cattiveria e mascara. La vecchia si alzò, dandogli le spalle, trafficando oltre il suo campo visivo. Quando tornò in vista teneva in mano una scodella fumante, il volto ancora deformato dal ghigno. Fu lì che capì di avere perso. La broda, la broda schifosa iniziò a scorrergli lungo la mascella serrata, scottandogli la pelle, facendogli emergere le bolle sulle labbra.

 

Illustrazione di Chiara Donati

 

Il fuoco divorava la corona d’alloro rinsecchita che era appoggiata sulla base di Amedeo sesto. Le vecchie, sfrenate, intorno danzavano. Le ombre allungate sui palazzi gli donavano un lusso inedito. Era il giorno quinto da quando avevano conquistato la città.

L’erba non tagliata le aveva sempre dato noia, anche nel mondo prima. Una volta, nel 2021, era quasi riuscita a far scivolare un sindaco su questa storia. Gli aveva aizzato contro decine di gruppi facebook su una frase un po’ incauta sul verde urbano, aveva ancora l’articolo della Stampa che ne parlava nel cassettino dei documenti importanti. Poi quello era stato eletto lo stesso e vabbè, ormai siamo qui. Spinse ancora un po’ il tosaerba. Per fortuna che c’era lei a prendersi cura del grande giardino ora. Decise di ignorare ancora per un po’ gli sbuffi e i lamenti del motore, i suoi accessi di tosse mentre l’erba e il fango si mischiavano ai suoi denti aguzzi. Intonò un motivetto allegro, primaverile. Falciare il prato ancora bagnato dalla rugiada era veramente una delle poche cose in grado di riconnetterla alla natura, pensò.

Lei non parla mai, lei non dice mai niente. Quando c’è da prendere una decisione lo fa e basta; non ne fa parola, non ci pensa, nemmeno tra sé. Forse è proprio per la sua innata propensione all’azione, all’assenza totale di rimuginazione che i corpi esangui di giovani cadaveri ai suoi piedi le facevano lo stesso effetto di uno sceneggiato di seconda categoria. Ripugnata dallo spettacolo senza un briciolo di emozione.
Li aveva freddati con uno Sten in perfette condizioni. Un mitra dalla storia così romantica che l’aveva fatta innamorare delle armi da fuoco. Ne aveva comprati 8 dopo aver letto la storia dei partigiani e delle partigiane che li avevano ricevuti dal cielo, paracadutati dall’aviazione britannica per la resistenza.
Il suo arsenale comprendeva anche due pistole revolver senza grilletto e 117 munizioni. 115 adesso.

Una cosa soprattutto la infastidiva: da quando in città erano tornati i funghi, trovava sempre più spesso uno dei ragazzetti accasciato a terra, in preda agli spasmi. Imbecilli, pensava ogni volta, se non sapete scegliere quelli buoni che li raccogliete a fare. Questa volta però, c’era qualcosa di diverso. Il sole della mattina tratteggiò una piega strana sul viso di quella bambina scema, la faccia tutta impiastricciata di vomito, gli occhi semichiusi e il respiro affannoso. Faceva quasi, ci mise un momento a afferrare nelle pieghe del linguaggio quel termine in disuso: faceva quasi tenerezza. No, non tenerezza: come il desiderio di abbracciarla e cullarla, di dirle che tutto andrà bene, di sussurrare cose, sentendo il suo stomaco liquefarsi, sotto la stoffa leggera della camicietta rossa. Le dita ossute brancicarono il corpo della ragazzina, cercando di ricordare un meccanismo ancestrale, il processo di un abbraccio scomposto nelle sue fasi elementari eseguite in serie. Un piccolo scoppio di artrite, poi un movimento più fluido, un rapido ri-innervarsi della mano, del braccio. Il lento scoppio di un milione di aghi in petto. Accarezzare la faccia impiastricciata, senza per una volta curarsi della gonnellina appena stirata. Rimase così qualche minuto, fino a che anche quella non fu finita. Si alzò lentamente e tornò alla sua passeggiata mattutina, senza guardarsi indietro mai.

Caterina coltivava le sue rose sulla bocca dell’inferno, accanto al gigante. Aveva appena spostato i capelli intrisi di sudore dalla fronte e si era scostata per misurare la perfetta distanza tra la pianta appena innestata e gli arbusti già presenti. Quante volte aveva sognato di invadere gli spazi di quella città. Per un secondo ha sorriso e ha sperato che nessuna la stesse guardando. Lo sapeva, la credevano la debole del gruppo. Parlava solo di piante e di Topazio, il suo cane. Aveva sentito Marzia e Selvaggia parlare di lei qualche giorno prima, prima della presa della città. Gracchiavano sottovoce per non farsi sentire ma lei aveva capito benissimo una frase, la più importante: “La fioraia ancora non si è ancora strappata le calze”. Era lei la fioraia, era lei che ancora non si era strappata le calze. Il segno che c’era stato un combattimento e che centimetri quadrati di città erano stati conquistati sacrificando il nylon. Le portavano strappate di proposito, erano le uniche ferite che si lasciavano infliggere dagli zombie ormai ridotti in putrefazione.
Eppure senza di lei non avrebbero mai iniziato.
Se lo ricordava bene il pomeriggio del tea clandestino, quando raccontò a tutte, con la voce un po’ rotta. “Passo notti ad aspettare albe che ricordano Hiroshima, uomini che cercano pietà tra le rovine della civiltà”.
Le altre non erano d’accordo. Non avrebbero voluto conquistare gli spazi con la rivoluzione. E come nelle migliori storie, le moderate sono diventare sanguinarie.
La aspettavano al varco, Caterina pianta le rose e non ha ancora punto un uomo, nemmeno con una spina.

 


Riferimenti Bibliografici

Misserville, Giuliana. Donne e fantastico. Narrativa oltre i generi. Mimesis, 2020.

De Martino, Ernesto. Il mondo magico: prolegomeni a una storia del magismo. Bollati Boringhieri, 1997.

Sellars, Simon. Applied ballardianism: memoir from a parallel universe. Urbanomic, 2018.

AA. VV. Faster, Pussycat! Kill! Kill!, Zapruder n. 50, 2019.