Pubblichiamo di seguito una selezione di testi, a cura di Claudio Orlandi, estratti da L’acqua tende alle rive di Rossella Or e un estratto dalla postfazione di Carlo Bordini.
Vi ricordiamo che oggi giovedì 28 novembre, alle ore 18, si terrà a Roma presso la libreria Empiria (Via Baccina, 79) la prima presentazione del volume. Interverranno, con l’autrice, Cetta Petrollo, Carlo Bordini, Beppe Sebaste e Giorgio Patrizi.

Rossella Or, L’acqua tende alle rive. Poesie 2011-2017. Ed Zona, Rossocorpolingua, collana diretta da Cetta Petrollo.

 

 

Be in

 

Ho dormito in una spiaggia piena di sabbia

vuota, guardavo da vicino un porto vuoto, e un motivo

sonoro ricorrente, modulava nell’ordine le nuvole

nei volti, dei voli le parole, come la grafica

delle migrazioni stagionali, nell’aria folle

il sospetto di diverse volontà assassine,

nell’ordine del tempo, le distanze e nel ginocchio

dell’amore, la sua schiena sfidava la montagna

che le più bianche gambe ignare nel sentiero,

conduceva alla cima, lassù del vapore, della cenere

della sabbia rovente del primo mattino, e una larvale

confessione, catapulta fatale la fine dell’azzurrità

e una discesa fino alla fine della luce alle case piatte minori

raccoglievano le forze, le carezze della sabbia incontrate

nelle pause del sole, e di mandorle spezzettate alla fame

fame, alla fame di nuovo, altro azzurro a morire

nella carne stellare, un definirsi dei profili cerca

la misura più contratta del definirsi, una misura

del passaggio al presente, che può solo affondare nel desiderio

Le sponde marine assorbono un contrasto senza memoria,

lasciano alle stesse sponde, l’improbabilità del contorno

che segue come le rive, la presenza dell’amore che non si consuma

selvatica offerta di frutto reciso al buio, del fuoco improvvisato

della dimora brillava come stupito delle stelle l’infinito

cadente nella memoria delle stelle nell’acquaio di Bach

Che alla lettera vocale del suo fianco, annulla le distanze

modulari, accorre in tempo vocale a coniugare

il possibile be in

 

Per Saffo


Le onde roche s’infrangono sull’isola

sulle rocce, all’ombra dei millenni

compagna che percorre a piedi nudi

le distanze verdi, e guida i cori

delle grida delle giovani al profeta

della luna piena testimone,

nella sua finale stagione, alla sussurrata

fine dei canti, lambita dall’orlo

dell’acqua, per ora immobile delle caviglie

guarda al passato, un ramo di corallo nelle ciocche

dei capelli, trattenute nel seno dei ricordi

il profilo della notte deserta, la cetra

dei toni spenti, lungo il più lungo pomeriggio

dell’altro uomo, che voltato di schiena

non si volge al suo ultimo richiamo,

e inondata la sua tunica pesante

d’acqua di sale, la riporta al largo

la flessibile parola, la composizione parola

sui resti, scagliata all’alba

della sua morte, annegamento

 

Nel lago delle figlie


Nell’amarezza del lago, il dorso delle figlie

sposta l’asse dal centro del mirino,

il loro carico d’istanti di precisione,

e delle gare, la linea sulla frazione oltrepassata

del traguardo, tutte le cellule nella corrente

del chiaroscuro, al confronto parlato

che la notte nell’aria converte,

al confronto con le nebulose dei vinti

la notte non terrena, e senza un turno

cede le parole consentite.

Solo il tempo di spegnere il fuoco

sul disordine simbolico, le garze sulle cose

senza nome, del sangue senza nome nell’acqua piovana

la pozzanghera dell’unico giocattolo.

L’immaginazione finita nelle lanterne,

la povertà affluente al fiume, con la giacca

sull’erba, solo il tempo di slegare

un passo nella corrente, solo il tempo

 

Commiato

Per Simone


Nell’ora finita nel loro palazzo

di penitenza singolare, le bottiglie rotolano

vuote, nel centro lontano della notte

E nell’aria di resina, la sua solitudine

di profilo, con una metà in ombra e l’altra metà

in luce, così sono illuminati i pianeti

lento, lasciava che i suoi soli passi

lo allontanassero da questa notte oh del corpo

umano, sospesa su scale di corda, di foglie

sospesa sull’acqua azzurra del ponte dei sospiri

singolare vittima del cuore della penombra

Il lutto, è un cibo a base di sole, zucchero

e polvere, che annega nella scienza del mare

nell’acqua sporca, la moda muore giovane

poi si disorienta nella strada di ritorno,

e dal mare, tutte le onde e le lune respinte da Lesbo

l’amaro che raggiunse la sua stanza in fondo,

l’amaro del suo ricordo più pulito

questo momento non è morto, si nascose

solo, dentro la custodia del vetraio.

 

Il fiorista


Solo dei simboli fatti a mano,

nel ciclo di una stagione eventuale

la somma dei momenti, del suo difficile sì

per la sesta vita, che un talismano

dimorava avanti tutti gli aspetti abbandonati,

dei papaveri che il fiorista schiaccia tra i fogli

un’orazione per la pazienza civile, costante

nel pensiero costante, una natura del nervosismo

orale, terrestre, se non corale delle notti

che ha legato i minuti, alle fontane di vetro soffiato

nel recinto di questo giorno magnetico canto,

che lega le mani di corallo alla schiena,

nel suo tono senza fuoco, invernale,

Che assicurava l’ultimo resto del suo tulle,

all’afa che si disfa nell’acqua della primavera

nel dormiveglia replay, circondato dalle parche

nell’acqua piovana di una stagione al piano alto

delle biblioteche, un’ombra rincasata dai recinti

in seno muliebre, lontana, separata in questo

dal falso negativo, positivo del suo sosia

domanda sillabata per una pace nel deserto

l’incondizionato al parlarsi fa sue le veci.

 

Il surrealismo dolce di Rossella Or

Un estratto dalla postfazione di Carlo Bordini.

 

Rossella Orecchio, in arte Or, nasce come attrice. E’ stata protagonista dell’avanguardia teatrale romana degli anni ’70; ha lavorato con Memè Perlini, Simone Carella, Giuliano Vasilicò, Giorgio Barberi Corsetti, Leo De Berardinis, Mario Prosperi, ottenendo un immediato e notevole successo, e ha successivamente iniziato una serie di lavori in proprio di rara intensità, con recupero della parola, di cui ha curato, anche, testo e regia. Di lei ha scritto qualche anno fa il critico teatrale Nico Garrone, a proposito di un suo spettacolo: “Rossella, se venisse a patti con il galateo della rappresentazione, sarebbe una straordinaria Figliastra, o la delirante Contessa dei Giganti della Montagna. Ma ieri sera ci ha fatto pensare, o sognare, a qualcosa di più: ad un immaginario incontro nell’aldilà tra i fantasmi di Eleonora Duse e di Antonin Artaud.”

Non va dimenticatala sua attività come attrice cinematografica; tra l’altro è stata protagonista perfetta del film “Estate romana”, l’ultimo film underground di Matteo Garrone.

La rottura del mondo incantato dell’avanguardia teatrale degli anni ’70, che ha provocato molti drammi e detriti, l’ha portata successivamente a un isolamento punteggiato di spettacoli poveri ma sempre di grande intensità; quello che voglio sottolineare in questa sede è che da questo isolamento è nato un continuo lavoro di scrittura di cui questo libro rappresenta soltanto la punta di un iceberg.

Come nelle isole si trovano animali e piante che non si trovano altrove, Rossella, essendo rimasta isolata per tanto tempo, ha un linguaggio assolutamente originale che non ha nulla a che vedere col poetese di qualunque tipo. Nonostante il suo isolamento (o forse proprio per questo) è una voce originale e profonda della poesia femminile italiana contemporanea; femminile in senso descrittivo, non limitativo, giacché la poesia femminile ha, nel quadro della poesia contemporanea italiana, un livello spesso più elevato di quello della poesia maschile.

Rossella ha un linguaggio alto. E’ una pronipote del surrealismo che predilige però un tono classico. Questo intreccio paradossale è il suo fascino, che determina anche il tono malinconico-drammatico che caratterizza le sue poesie. Nulla in lei è realistico, o è psicologismo, tutto è sogno. Un sogno surreale ma pieno di coscienza. Bisogna marcare delle differenze. Non esiste mai in lei né il gioco, né la comicità, né la satira. Il sarcasmo feroce del movimento surrealista le è estraneo. La satira prende di mira una realtà che si vuole irridere; Rossella non irride, per lei non c’è una realtà da irridere, perché l’unica realtà è il suo mondo, il mondo che abita.