Cari lettori, abbiamo il piacere di ospitare in questo spazio virtuale le parole di un inviato delle Nazioni Unite, Massimiliano Tozzi. Intrecceremo il nostro diario di bordo con le impressioni dei suoi viaggi in giro per il mondo, e in particolare in America Latina, continuando a seguire, insieme a questo nuovo compagno di viaggio, l’inesauribile anelito a spostare ancora un po’ più in là i confini del nostro essere nel mondo. (L. F.)

LAGGIÙ

(versione in italiano)

La luce della candela brilla e tremola al soffio gentile del vento, illumina il vecchio tavolo di legno e proietta l’ombra di una pila di libri sul pavimento di terra e polvere. Le coperte, disordinate ed esauste, riposano su un materasso gettato nell’angolo più scuro della piccola stanza; la porta, sottile, balbetta sotto i duri colpi della notte gelida che, padrona del tempo e dello spazio, lascia da parte l’incanto della sua bellezza e mostra tutta la sua prepotenza.

Il vulcano, dio e unico padrone di questi luoghi, impone la sua presenza. Con forza, esplode in una risata di terrore che tuona per tutta la valle e sputa la rabbia repressa di migliaia di anni in nubi di polvere grigia e onde di cenere. Nel frattempo, la luce bianca di una luna gigante cuce nella tela di questa notte nera come la paura brillanti fiocchi di speranza.

In questa notte da brivido la terra soffre e suda: rossi fiori di quinoa urlano la propria esistenza per la prima volta e inondano di passione i campi che, con infinita dolcezza, la mano callosa dell’uomo ha saputo accarezzare. Nella piccola stanza, dietro la porta sottile, alla flebile luce di una candela tremolante, Pacha Mama bagna le guance bruciate della sua figlia preziosa e ne riempie di aria fresca i polmoni. La sostiene nel momento più duro e bello della sua breve esistenza, rende proprio il suo pianto, se ne prende cura e protegge il segreto delle sue paure, pettina i suoi lunghi capelli neri e abbraccia i suoi fianchi sottili. Insieme, le due donne spingono, trascinano la routine del presente verso il limite infinito dell’incanto che risiede nel domani. Il fuoco del camino riscalda le preghiere dei presenti ed eleva il loro dolce canto verso le stelle: lo spirito di tutta la comunità invoca con forza le misteriose e immortali volontà su cui poggia la perfezione della natura. In questa notte da brivido, un nuovo essere apre i suoi occhi al mondo. In questa notte da brivido, il miracolo della vita sale con prepotenza sullo scenario. In questa notte da brivido la terra muore e resuscita.

“Tornerò, te lo prometto. E tutto sarà meraviglioso, te lo prometto”. Quel giorno, il vento infame, senza alcun rispetto, cancellava in mulini di polvere le orme che le sue scarpe rotte lasciavano sulla terra. Un sorriso pieno di speranza in viso e una valigia vuota nella mano. Un poncho rosso come il fiore di quinoa sulle spalle e una ruga di illusione in fronte. Una lacrima d’amore sulla guancia e l’odore forte della terra tatuato sulla pelle. La dignità dei suoi avi, la forza dei suoi dèi, l’incanto delle sue montagne, la saggezza delle sue mani e l’orgoglio del suo vulcano riempivano la sua vecchia valigia. Quel giorno, le sue gambe forti tremarono. Quel giorno i suoi occhi neri lasciarono cadere un miscuglio di acqua e sale. Quel giorno il vulcano tacque.

“Tornerò, te lo prometto. E tutto sarà meraviglioso, te lo prometto. Meraviglioso… per te, per me e per il tenero germoglio di rossa quinoa che riposa nel tuo ventre”. Il tempo si fermò per qualche istante: gli sguardi si incrociarono, le bocche si trovarono, le dita si accarezzarono. I sentimenti esplosero in una nuvola di passione.

Laggiù dove il sole si corica e la luna si sveglia, laggiù dove il giorno muore per lasciar nascere la notte, laggiù dove ciò che si conosce si confonde col mistero e svanisce, laggiù dove non s’ode il grido del dio vulcano, laggiù dove i coyote sbriciolano i sogni, li fanno a pezzi e se ne nutrono, laggiù dove i muri gettano ombra sulla disperazione e la miseria, laggiù la sua sagoma lentamente scomparì.

Molte volte il vulcano gridò, molte volte il fiore della quinoa dipinse di rosso i campi, molte volte la luna rincorse il sole, molte volte i suoi occhi neri investigarono quel laggiù misterioso.

“Ritornerò, te lo prometto”.

Sono figlio del sogno di un uomo che ebbe il coraggio di cercare oltre le linee tracciate da accordi internazionali. Sono figlio del diritto umano a migrare e sono figlio di una società che dimostrò la forza di accogliere tra le sue braccia uno “straniero”. Ho avuto la fortuna di contribuire alle attività realizzate da una rete di associazioni che lavorano in difesa delle persone in situazione di mobilità umana in una delle province – Chimborazo – di maggiore emigrazione dell’Ecuador.

 

Dedico il mio impegno a ogni uomo e ad ogni donna che non hanno potuto né potranno riascoltare la voce del loro vulcano, dedico il mio impegno a ogni uomo e ad ogni donna che non hanno potuto né potranno accarezzare il loro fiore di quinoa, dedico il mio impegno a tutti coloro i quali, durante la ricerca di un domani migliore, hanno visto il proprio corpo mortale ingoiato dall’ignoranza di un laggiù misterioso. A loro dedico il mio impegno perchè hanno avuto e hanno il coraggio di sognare e vedere oltre i limiti stabiliti. A loro dedico il mio impegno perchè usano le proprie gambe e rispettano il valore delle proprie radici. A loro dedico il mio sforzo perché hanno lottato e lottano per il rispetto del diritto fondamentale alla mobilità. A ciascuno di questi eroi dedico il mio impegno, perchè il loro sacrificio non è stato e mai sarà vano.

 

ALLÁ

(original)

La luz de la vela brilla y parpadea al soplo gentil del viento, alumbra el viejo escritorio de madera y proyecta la sombra de una pila de libros sobre el piso de tierra y polvo. Las cobijas, desordenadas y exhaustas, descansan sobre un colchón botado en el rincón más obscuro del pequeño cuarto; la puerta, delgada, tartamudea bajo los duros golpes de la noche helada que, dueña del tiempo y del espacio, deja a un lado el encanto de su belleza y demuestra toda su fuerza.

El volcán, dios y único dueño de estos lugares, impone su presencia, explota en una risa de terror que truena por todo el valle y escupe la rabia guardada durante miles de años en olas de ceniza y nubes de polvo gris, mientras la luz blanca de una luna gigante graba en la tela de esta noche negra como el miedo brillantes palomitas de esperanza.

En esta noche de espanto la tierra sufre y suda: rojas flores de quinoa gritan su existencia por primera vez e inundan de pasión los campos que con ternura la dura mano del hombre ha sabido acariciar. En el pequeño cuarto, detrás de la puerta delgada, alumbrada por la flébil luz de una vela parpadeante, la Pacha Mama moja las mejillas quemadas de su hija preciosa y llena de aire fresco sus pulmones, la sostiene en el momento más duro y más hermoso de su breve existencia, cuida su llanto y protege el secreto de sus miedos, peina su largo pelo negro y abraza su cadera delgada; juntas, las dos mujeres empujan, arrastran la rutina del presente hacia el límite infinito del encanto que habita el mañana. El fuego de la chimenea calienta las plegarias de los presentes y eleva su dulce canto hacia las estrellas: el espíritu de toda la comunidad invoca con fuerza las misteriosas e inmortales voluntades que rigen la perfección de la naturaleza. En esta noche de espanto, un nuevo ser abre sus ojos al mundo. En esta noche de espanto, el milagro de la vida sube con prepotencia al escenario, en esta noche de espanto la tierra muere y resuscita.

“Regresaré, te lo prometo. Y todo será maravilloso, te lo prometo”. Aquel día, el viento infame, sin respeto, borraba en remolinos de polvo las huellas que sus zapatos rotos dejaban en la tierra. Una sonrisa llena de esperanza en el rostro y una maleta vacía en la mano. Un poncho rojo como la flor de la quinoa en los hombros y una arruga de ilusión en la frente. Una lagrima de amor en la mejilla y el olor fuerte de la tierra tatuado en la piel. La dignidad de sus ancestros, la fuerza de sus dioses, la belleza de sus montañas, la sabiduría de sus manos y el orgullo de su volcán llenaban su vieja maleta. Aquel día, sus piernas fuertes temblaron; aquel día sus ojos negros dejaron caer una mezcla de agua y sal; aquel día el volcán calló.

“Regresaré, te lo prometo. Y todo será maravilloso, te lo prometo. Maravilloso para ti, para mi y para la tierna semilla de roja quinoa que descansa en tu vientre”. El tiempo se detuvo unos instantes: las miradas se cruzaron, las bocas se encontraron, los dedos se acariciaron. Los sentimientos explotaron en una nube de pasión.

Allá donde el sol se acuesta y la luna despierta, allá donde el día muere para dejar que la noche nazca, allá donde lo conocido se pierde en el misterio, allá donde no se oye el grito del dios volcán, allá donde los coyotes hacen pedazos los sueños y se nutren de ellos, allá donde los muros echan sombra sobre la desesparación, allá fue donde su imagen lentamente desapareció.

Varias veces el volcán gritó, varias veces la flor de la quinoa pintó de rojo los campos, varias veces la luna jugó con el sol, varias veces sus ojos negros investigaron aquel allá misterioso.

“Regresaré, te lo prometo”.

Soy hijo de una historia de migración exitosa, soy hijo del sueño de un hombre que tuvo la valentía de buscar más allá de las lineas dibujadas por acuerdos internacionales. Soy hijo del derecho humano fundamental a migrar y soy hijo de una sociedad que demonstró la fuerza de acoger a un “extranjero” en sus brazos, dándole la oportunidad de desarrollar sus capacidades y profundizar sus conocimientos. Tengo la suerte de contribuir a las actividades implementadas por una red de asociaciones que trabajan en defensa de las personas en situación de movilidad humana en una de las provincias – Chimborazo- de mayor emigración del Ecuador.

 

Dedico mi esfuerzo a cada hombre y cada mujer que no pudo y no podrá volver a escuchar la voz de su volcán, dedico mi esfuerzo a cada hombre y cada mujer que no pudo y no podrá acariciar su flor de quinoa, dedico mi esfuerzo a todo aquel que, en búsqueda de un mañana mejor, ha visto su cuerpo mortal tragado por la ignorancia de un allá misterioso. A ellos dedico mi esfuerzo porque tuvieron y tienen la valentía de soñar y ver más allá de los límites establecidos, a ellos dedico mi esfuerzo porque usan sus piernas respetando el valor de sus raices, a ellos dedico mi esfuerzo porque lucharon y luchan por el respeto de su derecho fundamental a la movilidad. A cada uno de estos héroes dedico mi esfuerzo, porque su sacrificio no ha sido y nunca será en vano.

 

Massimiliano Tozzi