Ventimiglia, Aprile 2011

La sera si è calmata a Ventimiglia. Dopo che l’ultimo treno è partito per la Francia non se ne vedono più di ragazzi fermi sui binari della stazione, che si agitano intorno ai vagoni in partenza con lo stesso vorticare sbatacchiato di falene attorno a una fonte di luce. Ci sono solo alcuni uomini che camminano lungo i binari e scompaiono come  apparizioni appena distogli da loro lo sguardo. Nella sala centrale della stazione i bar e le edicole sono chiusi. Il tabellone delle partenze segna i  nomi dei pochi treni notturni di passaggio, a volte ci si dimentica che di notte passano treni  carichi di viaggiatori addormentati. Oltre l’ingresso marmoreo della stazione con le sue tozze arcate allineate, il piazzale si apre illuminato dai lampioni, sgorga acqua da una grande fontana circolare. C’è anche gente intorno, seduta sui bordi della vasca. Stanno di spalle, sono tunisini, indossano giacche di jeans. C’è qualche bar aperto, una gelateria, l’albergo. Riconosco i contorni rarefatti della città di mare, del luogo di confine rinchiuso nel suo crepuscolo purgatoriale, fra la piccolezza della rassegnazione e la promessa di un attraversamento.

Torno all’interno della stazione e mentre mi giro nell’atrio centrale, vedo, all’angolo, l’ingresso di un grande androne illuminato, semi sbarrato da una saracinesca a scorrimento laterale. Guardo dentro, oltre la griglia metallica della saracinesca, e vedo persone sedute su sedie di plastica fra le pareti di cartongesso. Altre stanno raggomitolate verso il fondo di quella profonda stanza, sono fagotti allineati che dormono sul pavimento, buttati sopra a dei cartoni.  Fra chi è disteso e chi è seduto e chi cammina ciondolando ci saranno una cinquantina di persone.   È come se fossero usciti dallo stesso calco che aveva impresso la forma sfibrata e torta di stanchezza ai corpi ammucchiati sulle banchine di Lampedusa. Solo che questi appaiono stralunati da un ulteriore grado di sonno, di pesantezza. Dentro, la luce è forte, l’androne è lungo come un corridoio, qualcuno alza la testa per guardarmi. Abbozzo le prime frasi e mi siedo anche io su una seggiola di plastica bianca in mezzo a tre o quattro ragazzi che smettono di chiacchierare fra loro e arrestano per accogliermi con sorrisi levigati dalla stanchezza. Poi riprendono a discutere, ce l’hanno con  Sarkozy, lo schifano come si disprezza qualsiasi manifestazione del potere ostile: “L’Italia ci ha accolto, mi dicono, la Francia ci caccia via. Sarkozy è razzista, è bastardo”.  Fra ieri e oggi in due o tre hanno provato a salire sul treno verso Nizza o Cannes ma sono stati cacciati indietro. La polizia li ha presi e li ha rimandati al confine, ribattuti nel cesto dell’Italia come fossero gattini sollevati per la collottola da un veterinario che gestisce meccanicamente i suoi pazienti.

Alcuni dormienti stesi per terra allungano il volto da sotto i plaid per vedere chi è arrivato. In poco tempo si è creato un piccolo circolo attorno a me, e voci riempiono il vuoto della sera e la luce piove dalle lampadine sul soffitto. C’è chi parla un po’ in francese, un po’ in italiano, iniziano a raccontare del loro viaggio, come è andata, cosa cercano nel fondo di tutte quelle migliaia di chilometri per mare e poi per terra. Altri stanno zitti e guardano. Mountassar, un ragazzetto che avrà sì e no 19 anni, viene da Kasserine. Resta esterrefatto quando gli dico che ci sono stato. Mi mostra un documento che gli ha rilasciato la Questura di Ventimiglia. C’è scritto che il 24 aprile potrà passare a ritirare il permesso di soggiorno temporaneo. Parla poco il francese, ma riesco a capire quel che mi domanda: “Quando avrò questo documento, finalmente sarò libero di arrivare in Francia, vero?”, cerco di spiegargli che ancora non si sa. Non capisce cosa è successo, gli hanno detto che con quel documento potrà viaggiare per l’Europa ma poi invece oltre Ventimiglia li ributtano indietro. In ogni caso il suo viaggio deve continuare. Ha già attraversato caserme, campi di accoglienza, è passato attraverso una matassa di volti e strade nuove che gli stanno dentro la testa compressi. Il paesaggio metro dopo metro è trasfigurato attorno a lui, dai vicoli sabbiosi e scalcinati di Kasserine, poi la lucentezza del mare, il paesaggio verde e arzigogolato, armonioso e sudicio dell’Italia, fino alla attesa al confine di Ventimiglia.

C’è un altro che si chiama Mohamed, avrà più o meno la mia età e inizia a dire che cinque giorni fa i gendarmi l’hanno fermato oltre confine, a Menton, e l’hanno portato al Centro per migranti di Nizza dove è rimasto per tre giorni. Poi la polizia francese l’ha consegnato alle autorità italiane e in questura si sono accorti che Mohammed era già stato espulso dall’Italia nel 2008. Allora gli hanno dato un altro nuovo decreto di espulsione. Mohamed ora dovrebbe andarsene dall’Italia, ma lui ride. “Aspetto mio cugino dalla Francia. Mi caricherà in macchina e arriverò a Parigi di nascosto. Sono un ragazzo, voglio lavorare, mi piace divertirmi un po’. Perché vogliono fermarmi?”.  Un altro che è ancora quasi un bambino dal corpo tarchiato e muscoloso  mi spiega che ha finito i soldi: “Non so come continuare il mio viaggio. Mi bastano anche cinque euro, per mangiare. Non ho più nulla, non posso andare né avanti né indietro”. Gli altri vengono da Sousse, da Gabes. Cercano informazioni. Molti di loro stanno aspettando il permesso temporaneo dalla questura di Ventimiglia. Uno dice: “Io non li vedo da sempre, i miei parenti che stanno lassù. Li ho visti solo in qualche foto. Sono partiti tanto tempo fa, stanno al nord. Ma loro mi accoglieranno. La nostra famiglia potrà riunirsi ancora, solo che in un’altra nazione, in un’altra terra che non ho visto mai, lontano da casa”.

Gira voce che fuori dei volontari stiano distribuendo caffè caldo. Alcuni si alzano e vanno a mettersi in fila. Altri sulle sedie o buttati per terra, continuano a raccontarsi storie. Le loro voci creano una unica narrazione del grande viaggio che stanno vivendo. Il loro racconto è una girandola di suoni, di immagini restituite per lampi, dettagli, parole incomprensibili che si perdono, evaporano via nell’androne appena escono dalle loro labbra screpolate per l’insonnia prolungata e la polvere respirata negli angoli più bui dei treni. Un volontario passa a chiamare i tunisini per il caffè e si ferma e mi spiega che la grande stanza cubica dove ci troviamo era un tempo non lontano l’ex dogana col confine francese. La parete di fondo una volta era aperta e la gente passava oltre per i controlli, poi col trattato di Shengen l’hanno murata perché la dogana ha smesso di esistere. Una volta lungo il corridoio, dove ora c’è una serie di corpi distesi che dormono, file e file di Italiani andavano in Francia. Penso che se gratto i muri potrei trovare in forma di fossili le impronte delle loro mani, dei loro piedi, dei nasi di quella gente accalcata verso un lavoro, un salario oltre frontiera. Oggi, ma solo oggi per l’emergenza, l’androne è stato riaperto e ci fanno dormire i tunisini che sono rimasti intrappolati nei lembi della frontiera, nei corni del labirinto, che si spingono con tutte le ossa verso il sogno di una esistenza materiale meno aspra, fatta di qualche soldo in più, di qualche promessa. Li lascio alla loro nottata di sonno e di veglia, nella stazione dove il silenzio è interrotto solo dalla loro voci arabe, dai loro passi. Me ne vado nella mia pensione a dormire, fuori, sulla piazza, c’è la fontana che gorgoglia e si sente l’odore della salsedine.

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(Brano tratto da “Harraga”, romanzo in via di stesura)

Foto di Marco Benedettelli