È l’alba. Metà di Novembre. Il sole si leva a fatica sui vicoli ripidi e stretti di Montmartre. Qualche timido raggio si insinua tra i fumi e le nebbie coriacee, residui di una notte consacrata al vizio. I lampioni ancora accesi sulle grandinate che salgono verso la chiesa del Sacré Cœur, il passo incerto di Vincent che ha riaccompagnato anche l’ultima delle sue donne e si accinge al meritato riposo, mentre le briciole del suo croissant, ancora fumanti, si posano come fiocchi di neve sul porfido.

È la terza notte di fila che il mio vicino si riduce in questo stato. Anche stamane ci siamo incrociati sul portone d’ingresso e ci siamo salutati con il solito bivio di sguardi. Adesso starà smaltendo la sbornia, tra le sue lenzuola sudice. Mi è capitato di intravedere la sua stanza una volta sola, grazie a Dio, dal pianerottolo. Era tardi. Non so con chi fosse di preciso. Cioè non so se le ragazze fossero due, o tre, o quattro e francamente non lo voglio sapere.

Sono sempre di fretta. Anche questa mattina, dopo lo spiacevole incontro, ho richiuso il portone alle mie spalle e mi sono lasciato inghiottire, correndo giù per le scale mobili, dalla feroce linea quattro, che taglia Parigi a metà come una mela, da Nord a Sud, dal Monte dei Martiri al Monte dei Topi.

Nella metropolitana la luce al neon vanifica il tempo e le stagioni. La temperatura, calda e umida, è pressoché costante, dodici mesi l’anno, ma si fa più opprimente d’inverno, per il contrasto con l’aria in superficie. I vagoni sono già saturi di anidride fin dalle prime luci dell’alba. Luci al neon, appunto. Gli sguardi si attraversano senza incontrarsi e le mani si evitano sul corrimano centrale, simile a un palo per la lapdance, lungo e viscido, che regola il flusso dei passeggeri.

La mia fermata è Châtelet, il cuore suburbano di Parigi. Nove linee di metro che sulla mappa formano un intarsio di stelle filanti colorate, ma che nella realtà danno vita a un gigantesco labirinto, un groviglio di cunicoli immondi, fatti di scale mobili e tapis-roulant, perennemente affollati. Un formicaio di uomini del sottosuolo. Per fortuna non devo cambiare linea e appena si aprono le porte del mio vagone di coda, imbocco direttamente la via d’uscita. È un rituale che affronto sempre con una certa soddisfazione, l’uscita dalla metro. Mi lascio alle spalle quella folla formicolante risalendo le scale due alla volta e giunto in superficie mi fermo un istante tirando un lungo sospiro, che spesso sfocia in un poderoso sbadiglio.

Stranamente ero in anticipo, e la mia sosta è durata qualche secondo più del previsto. Il tempo di ripensare a quell’idiota di Vincent e di lanciare uno sguardo perplesso alla tour Saint-Jacques, impacchettata in un restauro interminabile, prima di imboccare il vicolo che porta sul quai Branlette, l’argine della Senna. Il vicolo era ancora in ombra, ma già dopo i primi passi pregustavo lo spettacolo del sole sorgente dietro le torri dell’antico palazzo reale, le tonde torri della Conciergerie. E proprio quando stavo per affacciarmi sul quai, ecco che un pungente odore di urina mi ha assalito all’improvviso, facendomi per un attimo barcollare come se fossi stato anch’io ebbro di vino. D’istinto, ho accelerato il passo, mi sono messo a correre, ho attraversato la strada in diagonale, senza voltarmi, spiando le auto ferme al semaforo, con la coda dell’occhio. Mi sono ritrovato in un attimo sul pont-au-change, che attraversa la Senna, verso l’Île de la Cité.

Rallentando, riprendevo fiato chinando un poco la testa, quando all’improvviso, sull’asfalto, è apparsa un’ombra gigantesca, dai contorni non ben definiti, che mi sovrastava completamente. Alzato lo sguardo, sono rimasto paralizzato dal terrore: un essere enorme, mostruoso, un uccello di proporzioni gigantesche, scendeva in picchiata proprio su di me. Era un grifone, lo avevo riconosciuto, quella specie di incrocio tra un’aquila e un leone che si nutre volentieri di esseri umani. Ma per fortuna oggi mi ha risparmiato, ghermendo solo una vecchia affacciata al balcone, e adesso sono qui nel mio ufficio, che aspetto la pausa caffè.