Albertine Sarrazin, la piccola esclusa in un mondo di regole ferree e di turbolenti interessati

Albertine Damien, nota con il cognome da nubile Sarrazin, nasce ad Algeri il 17 settembre del 1937. La data di nascita nel giorno di Sant’Alberto sembra essere tra le poche certezze di questa straordinaria scrittrice, sventurata nella vita quanto dotata di un talento impareggiabile. Subito dopo la nascita, Albertine, viene abbandonata in un brefotrofio. Registrata dal Bureau de Assistance di Algeri, è adottata dal tenente colonnello medico Amédée Maurice Antoine Renoux, originario di Lione, e sua moglie Thérèse Françoise Théodore Gantelme-Allègre, insieme, decidono di dare un nuovo nome alla piccola Albertine: si chiamerà Anne-Marie. I due genitori adottivi sono già anziani e hanno una vita grigia anche se agiata; il padre è un uomo dal carattere autoritario prossimo alla pensione. Solo di recente, la tesi che Albertine fosse figlia di una spagnola quindicenne e di un uomo di origini algerine, così come confidato a Thérèse dal direttore della struttura che la accolse, risulterebbe essere falsa. Attuali e autorevoli biografi dichiarano di aver avuto conoscenza da Julien Sarrazin, marito di Albertine, che, in realtà, Albertine fosse figlia proprio di Amédée protagonista dello stupro di una donna di servizio di soli quindici anni e di averla costretta a partorire presso la struttura sanitaria. Sempre secondo la testimonianza di Julien, Albertine non verrà mai a conoscenza di questa orribile storia che vide protagonista il padre. Già alla scuola primaria, Albertine si distingue per le sue doti creative, disegna e si esibisce attraverso acquerelli e poesie, notevole è la sua predisposizione per la musica sublimata dallo studio del violino. Il padre Amédée dal 1941 è in pensione e decide di lasciare l’Algeria in cerca di serenità, trasferendosi ad Aix-en-Provence. Nella vita di Albertine, invece, non mancano gli orchi, tanto che, a soli dieci anni, viene stuprata da uno zio quarantenne mentre è in vacanza. Albertine è appena adolescente quando scopre di essere una figlia adottiva: durante un litigio con il padre viene offesa con espressioni di disprezzo e l’uomo le fa capire di non essere sua figlia naturale. Ferita, sensibile e introversa, Albertine dà segni di intollerabile insubordinazione agli occhi del signor Renoux che al contrario, da buon militare dell’esercito, mal digerisce le instabilità della figlia. La sensibilità epidermica di Albertine viene considerata come un elemento destabilizzante nella vita dei signori Renoux. Il disagio di Albertine ora è tangibile, un disastro che provoca nella bambina violente reazioni e forti oppositività nei confronti della famiglia; cominciano i primi allontanamenti da casa, fughe di pochi giorni e situazioni di insopportabile quanto legittimo disagio. Dopo la visita di uno psicologo contattato dalla famiglia, il padre adottivo di Albertine, contro il parere del consulente del giudice del Tribunale per i minori di Marsiglia, si avvale del diritto di correzione paterna e la giovane viene rinchiusa in un istituto e scortata da agenti. Ha solo quindici anni quando subisce un vero e proprio internamento presso la struttura del Buon Pastore di Marsiglia. Ѐ il 1952. Ora Albertine è un’altra persona, le è stata ancora una volta sconvolta l’identità: il suo nuovo nome è Anick. Qualcuno vorrebbe piegare la forte personalità della futura scrittrice con il cambiamento del nome e imponendole un’uniforme. La giovane è controllata in modo asfissiante, nonostante ciò, spesso, resta da sola con i libri di Rimbaud, il suo riferimento spirituale, poetico e umano. Il riformatorio è la soluzione peggiore, diseducativa e violenta per una personalità sensibile come quella di Albertine. Deve trascorrerci sei anni, almeno fino ai ventuno, cioè al raggiungimento della maggiore età. La giovane approfitta di un’uscita scolastica e fugge con l’autostop direzione Parigi.

Albertine a passeggio per Parigi.

Con non ha nulla: un libro scolastico e uno spazzolino da denti. Comincia a prostituirsi mentre raggiunge Parigi. E si unisce a una compagna, Emilienne Gueguen, già evasa dall’istituto-prigione del Buon Pastore; qui, Emilienne e Albertine, sono accomunate da uno stesso destino, quello di aver vissuto un’adolescenza problematica, di aver subito violenze e di non aver mai avuto comprensione. La fuga delle due compagne rappresenta una deliberata repulsione contro ogni forma oppressiva e stabilisce fra di loro una sincera quanto solidale amicizia. Emilienne, tuttavia, fugge da un altro riformatorio a cui viene assegnata, nel dipartimento Meurthe-et-Moselle: questo non le impedisce la fuga e il puntuale rendez-vous, come da accordi, in Place de la Concorde ai piedi del famoso obelisco, a mezzanotte del primo novembre del 1953. La polizia è alla ricerca delle due minorenni e le loro vite si dipanano fra prostituzione e furti, ma l’arresto è inevitabile e rocambolesco: arriva puntuale dopo una rapina finita nel sangue. Emilienne ha una pistola calibro 6,35 che Albertine-Anne-Marie-Annick aveva pensato bene di rubare a suo padre: la puntano contro la signorina Claude Chausson, titolare di un negozio di merceria Les Robes de Claude, in rue Mac-Mahon numero 16, con la richiesta di denaro; nella confusione del momento parte un colpo e la donna viene gravemente ferita a una spalla. Le due compagne fuggono, ma la polizia è sulle loro tracce. Fuggono con qualche abito trafugato dal negozio e la signorina Chausson, vittima dello sparo, riesce a descrivere in ospedale i connotati delle due minorenni, molto diverse nel fisico: Emilienne è altissima e Albertine nemmeno un metro e cinquanta centimetri. Intanto, è la buon costume che durante una retata le individua e le arresta in Boulevard Saint-Michel. Gli agenti della Brigade criminelle (BC) conducono Albertine ed Emilienne all’ospedale Marmottan di Parigi per la ricognizione al cospetto della donna ferita che non esita a riconoscerle narrando con dovizia di particolari l’accaduto. Condotte nel carcere di Fresnes, sezione femminile, rimarranno in attesa del processo che si celebrerà due anni dopo, il 21 novembre del 1955. La Corte d’Assise minorile della Senna le punisce duramente, con sette anni di prigione per Albertine e cinque a Emilienne, nonostante le due compagne non siano neppure maggiorenni. Ma perché questa differenza di pena, tanto più che era stata Emilienne a esplodere il colpo di pistola? I giudici riportarono nella sentenza la motivazione: le due compagne avevano avuto ruoli diversi ma la pericolosità sociale di Albertine veniva considerata superiore a quella della sua amica. Per il collegio giudicante Albertine ha evidentemente una personalità prevalente e manipolatrice, mentre Emilienne è percepita come un’esecutrice materiale di ordini impartiti dall’amica, in una posizione ai limiti della totale dipendenza. Emilienne sconterà soltanto tre dei cinque anni di reclusione; Albertine la pena di sette anni per intero. La condanna definitiva del 12 gennaio 1956 sancisce per la futura scrittrice la detenzione presso la prigione-scuola di Doullens, nel dipartimento della Somme. In quel frangente, a insaputa della giovane, il padre adottivo ottiene la sentenza dal tribunale civile di Aix-en-Provence che revoca l’adozione e Anne-Marie Renoux torna ad essere Albertine Damien. Albertine saprà soltanto qualche giorno prima del matrimonio, grazie alla richiesta di documenti per le nozze, che l’adozione è stata revocata e che lei era già da tempo nuovamente Albertine Damien.

Dopo alcuni anni, grazie anche al successo avuto da Albertine Sarrazin dopo la pubblicazione dell’Astragalo, Emilienne decide di incontrarla ma non riceve subito una risposta. Lei sollecita un incontro con missive e una certa insistenza. Sarà Julien a convincere Albertine di programmare un incontro a Parigi. Albertine deve richiedere una deroga all’interdizione subita, come pena accessoria, di non potersi recare nella capitale: il permesso viene concesso dal Ministero dell’Interno. L’incontro avverrà a Parigi in compagnia dei propri mariti. Il rapporto comunque non sembra essere quello ferreo dell’adolescenza: per alcuni biografi della scrittrice transalpina fra le due si era addirittura consumata una liason saffica nel soggiorno parigino. Qualcosa nel rapporto delle due amiche si è inesorabilmente rotto. In un suo scritto, Albertine dirà: Ebbene, quando vado a casa sua mi sento come se recitassi in teatro. Ha un marito, tre bambini, una casa, della grana, è diventata magra e incredibilmente chic, parla come se avesse frequentato corsi di dizione […], aveva questa voce nel ’53, lo so, ma non la riconosco. Emilienne è stata soprattutto uno dei personaggi del meraviglioso romanzo di Albertine, La via traversa. Ѐ Liliane il nome della protagonista a cui la scrittrice assegna un ruolo nel suo romanzo, guarda caso lo stesso del documento falso esibito durante il controllo della polizia prima di essere arrestata: Liliane Fiaut, di anni ventiquattro. Albertine invece era Ginette Guiloiseau, di anni ventuno. La vita di Emilienne non era stata facile: una madre con gravi disturbi psichici e un padre palombaro, sempre al lavoro e poco attento alle inquietudini di una figlia che, impossessatasi di un po’ di denaro trafugato in casa, era fuggita a Parigi per vivere la propria vita di incoscienza e sfrontatezza. Ha tredici anni quando a Parigi comincia la sua storia d’amore con uno studente: la relazione si protrae per quasi un mese prima di essere arrestata dalla polizia. I giudici la affidano alle attenzioni di un centro di rieducazione per minorenni difficili, il Chevilly-Laure da cui puntualmente evade innumerevoli volte prima di giungere, appunto, al Buon Pastore di Marsiglia.

Ampiamente decurtata la pena, Emilienne esce di carcere dove l’attende un religioso che invaghitosi di lei si spoglia dell’abito talare e comincia una relazione da cui nasceranno tre figli.

Nel mese di luglio del 1955, presso il liceo di Michelet de Vanves, Albertine Sarrazin sostiene con successo le baccalauréat in filosofia, nonostante una serie di detenzioni e scarcerazioni: La libertà e il carcere sono per me come due vestiti portati in alternanza. Ѐ a questo punto che comincia la vita di scrittrice e il successo di Albertine che, già da tempo, progettava l’ennesima fuga dal carcere. Puntualmente Albertine evade e si lancia dal muro di cinta del carcere alto oltre dieci metri: si frattura il piede sinistro nonostante il colpo fosse attutito dai cespugli sottostanti. Infatti, il volo dall’alto, nonostante la leggerezza del corpo di una donna di 1,47 m., provoca la rottura di un ossicino del tarso del piede utile a camminare: l’astragalo.

Albertine con il piede ingessato.

Ѐ la notte del venerdì santo, il 19 aprile del 1957: Dio era morto, poi sono passato io, ironizzerà il futuro marito di Albertine, Julien Sarrazin. Zoppicando e trascinandosi sulla strada più vicina, un automobilista sconosciuto la vede e la soccorre: è Julien, un delinquente comune con precedenti penali abbastanza gravi che esce ed entra dalla prigione con una certa frequenza. Ѐ l’incontro d’amore, il colpo di fulmine, sicuramente l’unico, fra Albertine e un uomo. Un uomo che finalmente si prende cura di lei, che paga corrotti e furfanti per proteggerla e tenerla in latitanza per sfuggire alla caccia della polizia. Forse Albertine è disorientata per l’aiuto ricevuto, lei che non conosce la solidarietà del prossimo, semmai sfruttamento, violenza e abbandono. Questa volta riconosce un’esperienza nuova, diversa dalle altre pur maturate in carcere con nuove amiche di cella che avrebbe voluto raggiungere dopo la fuga: Ho messo un piede, bloccato, nella vita di una canaglia, e tutto mi sorprende, tutto mi intriga [] . Lei stessa narra di questo incontro incredibile in un mondo, quello della criminalità e della prostituzione, dove è essenziale il vantaggio immediato e la convenienza senza la certezza del raggiungimento dell’obiettivo: Non cercavo più di capire: avrei camminato molto presto e molto presto sarei ripartita verso i sogni lasciati in cima al muro, serbando di quelle settimane solo un ricordo di mistero e di ineffabile tenerezza, una condizione che non avrei mai potuto descrivere. In fondo, Julien è una sorta di salvatore apparso dal nulla anche se talvolta appare inafferrabile come deve esserlo per via della sua vita da braccato. Albertine conosce bene le dinamiche di questo mondo terribile, logorante, devastante. Il loro rapporto è qualcosa di più di una semplice relazione di sentimenti amorosi, fra loro vi è una straordinaria solidarietà. Julien sposa Albertine il 7 febbraio del 1959 e questo rappresenterà il definitivo punto fermo della pur breve esistenza della donna che, da ora in poi, sarà soltanto Albertine Sarrazin: assumendo il cognome di Julien. I due si sposano ad Amiens, è una cerimonia fulminea nei tempi perché Albertine usufruisce di un permesso a tempo limitatissimo davanti all’ufficiale di stato civile, dopo la fuga e la latitanza dalla prigione di Doullens. L’Astragalo più ancora degli altri romanzi è autobiografico e non vi sono biografie migliori per Albertine Sarrazin. Personaggi più o meno squallidi e piccoli eroi si interscambiano nella vita convulsa di questa piccola donna dagli occhi incantevoli e fiammeggianti. Julien è il personaggio principale che magistralmente Albertine relega sullo sfondo dei suoi racconti e gli assegna una posizione immanente e talvolta immateriale in ogni rigo del suo splendido libro. Finalmente Albertine ha una famiglia o qualcosa di simile, lei che è vissuta da subito nel disincanto di uno stupro domestico e di un padre padrone, di istituti o finte scuole che in realtà erano delle vere e proprie prigioni. Julien la porta a casa della sorella, fa di tutto affinché possa di nuovo camminare, aiutandola come se lui stesso fosse una badante. In casa con la sorella di Julien, viene sistemata in cameretta con i due bambini piccoli in un letto da bambino grandicello, poi nell’abitazione di due strani individui, Pierre e Nini dove l’ospitalità è solo passeggera e interessata.

Sarrazin e Albertine.

Albertine finisce a casa di Annie, in un girovagare quasi frenetico e alla ricerca di una serenità che il destino non le riserverà mai: la donna è una ex prostituta sposata con uno scassinatore già in carcere e Nanouche, una figlia piccola a cui badare: Annie e io: due donne, prive d’amore e di splendore: io non posso, lei non vuole più. Tutto il giorno siamo fianco a fianco, legate dall’affinità dei gesti, dei pasti […]; le nostre sedie sono l’una di fronte all’altra e io sono mancina, ci riflettiamo. Albertine fa in tempo a riprendersi, ormai può camminare da sola, giusto per ricominciare a prostituirsi perché Julien si è fatto arrestare per uno dei suoi furti e non c’è nessuno che la sostenga. Ancora un incontro particolare su un marciapiede: Albertine incrocia Maurice Bouvier, Jean dell’Astralago e lo zio ne La via traversa. Maurice è un meccanico e soprattutto un uomo buono che si innamora di lei e che le dimostrerà sempre affetto disinteressato e sostegno fidato.

In prigione Albertine scrive due romanzi successivamente pubblicati a pochi giorni di distanza grazie all’intuizione di Jean-Jacques Pauvert, un editore parigino. Tuttavia, è la psichiatra del carcere Christiane Gogois-Myquel a scoprire per prima il talento di Albertine, davvero una clamorosa scrittrice di cui nessuno conosce l’esistenza tanto da proporre i suoi scritti alla Maison d’edition Pauvert. Il successo sarà davvero incredibile e nel 1966, per il romanzo La Cavale, vince un prestigiosissimo premio letterario francese: il Premio della Quattro Giurie. La vita sembra sorridere ai due fuggitivi che di tempo insieme ne passano ben poco: a fasi alterne sono in carcere. Albertine e poi Julien o addirittura tutt’e due insieme nello stesso circondario: la giovane sconterà più di otto anni di prigione sui ventinove vissuti. Dal 9 agosto del 1966, Albertine sarà finalmente libera senza rientrarvi più.

La vita e il destino sembrano aver esaurito l’accanimento nei confronti di questi due giovani in perenne fuga. Purtroppo Albertine ha una salute abbastanza fragile, deve sottoporsi a interventi chirurgici e varie ospedalizzazioni in un calvario che durerà almeno tre anni. Julien finalmente esce di galera e i due vanno a vivere dal meccanico Maurice in un cascinale che abbisogna di manutenzione, chiamato Le Serret. Maurice l’aveva comprato nelle Cévennes e Albertine lo chiamerà La Tanière: Julien paga l’affitto e si prodiga nella sua sostanziale ricostruzione, non senza l’aiuto di un operaio e di Maurice stesso. Tutto raccontato autobiograficamente da Albertine ne La via traversa, come sa fare solo lei. Dal luglio 1965 però, i due si trasferiscono a Montpellier, in un appartamento questa volta sito nel quartiere popolare chiamato Le Petit Bard. Due anni dopo, ancora un nuovo trasferimento in aperta campagna, fra la natura un po’ selvaggia della Linguadoca vicino a Les Matelles, comunque a pochi chilometri da Montpellier. Non è l’ultimo spostamento perché grazie ai guadagni delle sue pubblicazioni e ai diritti d’autore, Albertine può acquistare una casa tutta sua, ai piedi del Pic-Saint-Loup: ancora solitari e più lontani dalle città. Questa volta propendono per un rudere che Julien si danna per rimettere a posto, perché il loro desiderio è di rimanere lontani dal brusio, dalle conoscenze, dal mondo. Questa volta Albertine con il solito sarcasmo chiama la sua casa con giardino l’Oratoire, sostituendolo all’originario La Plaine, ma la sua salute peggiora inesorabilmente.

Ѐ nel 1965, in un radioso aprile, che arrivano finalmente buone notizie. L’editore Pauvert decide di pubblicare nello stesso tempo due romanzi di Albertine e di versare un contributo mensile fino all’arrivo dei diritti d’autore. Ѐ una buona intuizione per il signor Pauvert ma soprattutto per i milioni di lettori: L’Astragale viene tradotto in diciassette lingue e tutti possono godere la letteratura originale e realistica di questa meravigliosa scrittrice. Gli anni di prigione e il lavoro sul marciapiede hanno indebolito Albertine, subisce una nuova operazione a questo incredibile ossicino del piede per una ricaduta e poi le arrivano forti dolori addominali per via di una infezione ai reni. Il 10 luglio del 1967 la situazione si fa insostenibile e ad Albertine viene consigliato di operarsi. Le cronache narrano di una donna che entra in sala operatoria canticchiando ma, ancora una volta, un destino: i medici consegneranno il corpo senza vita di Albertine che non si risveglia dall’anestesia. Julien è distrutto, sconfitto, non ha la forza di parlare. Alla clinica Saint-Roch di Montpellier non se lo spiegano, ma Julien comincia una lunga causa giudiziaria contro i medici colpevoli di negligenza. Julien vincerà la causa e riceverà un esiguo risarcimento per la morte della moglie. L’eroe, così lo chiamava Albertine, non si fermerà mai in questa incessante opera di riconoscimento della moglie Albertine organizzando instancabilmente mostre, biografie, interviste. Cerca solo di mantenere vivo il ricordo della giovane moglie, sfortunata quanto geniale prodigio della letteratura francese. Circa vent’anni dopo Albertine, anche Julien muore a causa di un tumore al cervello, era il 1991.

L’opera di Albertine Sarrazin è stata oggetto di film: L’Astragale nel 1968, per la regia di Guy Casaril, interpretato da Marlène Jobert, Horst Buchholz e da Magali Noël, Claude Génia, Georges Géret; La Cavale nel 1971, per la regia di Michel Mitrani, con Juliet Berto, Jean-Claude Bouillon e Catherine Rouvel. I due film non sono mai stati distribuiti in Italia.