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Lazzaro felice | di Alice Rohrwacher | recensione di Enrico Carli

Regia: Alice Rohrwacher
Genere: drammatico  
Durata: 130 min.
Cast: Adriano Tardiolo, Luca Chikovani, Alba Rohrwacher, Nicoletta Braschi, Natalino Balasso, Sergi López
Paese: Italia, Francia, Svizzera, Germania
Anno: 2018

Molti i nomi che sono stati fatti per accostarsi a Lazzaro felice. Pasolini, Citti, Olmi, De Sica. È un film che sa di vecchia Italia, non solo per la tematica contadina della mezzadria e l’attenzione agli umili, ma per il respiro registico, la poetica e gli intenti politici.

La figura di Lazzaro, il resuscitato dei vangeli perché caro a Dio, è quella di un giovane contadino buono come il pane, sfruttato e preso in giro dagli stessi parenti per la mitezza e disponibilità. Così candido da essere ingenuo, Lazzaro è una figura commovente; che sposti la vecchia nonna a richiesta o che venga chiamato da chiunque per svolgere mansioni pesanti o noiose, è gentile e parla poco, più che altro per dire “non fa niente” se qualcosa che spetta a tutti finisce prima di arrivare a lui. Lazzaro è così discreto che non entra in scena: viene chiamato in scena. Per prima cosa udiamo chiamare il suo nome, poi osserviamo qualcuno compiere un’azione e solo dopo vediamo chi ne risponde. L’esordiente Adriano Tardiolo ha il volto pulito e imberbe del giovanotto, il fisico robusto di un vero uomo di fatica, i movimenti di un Chaplin rallentato. Difficilmente giovinezza e bontà sono vicini come in questo caso.

L’idea della comunità isolata e fuori dal tempo, che ricorda The Village di M. Night Shyamalan, Alice Rohrwacher la pesca da un reale fatto di cronaca e crea così la comunità di mezzadri dell’Inviolata, podere della “marchesa delle sigarette” Alfonsina De Luna (Nicoletta Braschi). La regista scombina le carte temporali e geografiche, fornendo dettagli appartenenti a tempi e luoghi che ricordano sia l’Italia centrale che il nord Italia. Uscendo dalla località dell’Inviolata (i luoghi reali sono in provincia di Terni), ci si ritrova direttamente nella grande città mai menzionata – Torino? – anche se in tv passa tele-Lombardia. Stesso discorso per le auto anni ottanta e il cellulare anni novanta, decenni e luoghi sono scombinati, fuorvianti, e da contadini a gente di strada il passo è breve e il tempo relativo.

In questo racconto anarchico, in cui è sovvertita anche la morte, tra gli echi di tanto cinema neorealista ritroviamo anche il vento caro ad Almodovar, che scuote gli animi all’improvviso col suo respiro ansimante, che rivela e copre di silenzio l’inquietudine. Con le più che condivisibili parole della regista, Lazzaro felice è “la storia di una piccola santità senza miracoli, senza poteri o superpoteri, senza effetti speciali: la santità dello stare al mondo e di non pensare male di nessuno, ma semplicemente credere negli altri esseri umani. Racconta la possibilità della bontà, che gli uomini da sempre ignorano, ma che si ripresenta e li interroga come qualcosa che poteva essere e non abbiamo voluto”.

La croce della felicità assegnata a Lazzaro fin dal titolo è, non solo per analogia, quella del Sisifo felice di Camus: non importa che lo si veda per l’eternità portare il peso che gli è stato assegnato, la china perenne degli eventi non deve ingannare l’osservatore sensibile. Dice Camus che “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo” (da non intendersi inevitabilmente come volontà di arrivare, ma come percorso faticoso, in salita e dolorosamente ripetitivo). Come il Sisifo dello scrittore e filosofo francese, il Lazzaro di Alice Rohrwacher è fissato in una purezza d’intenti che odora di santità ma che è quanto di più umano si possa ambire, proprio come la felicità da chiunque agognata. Parafrasando Camus, bisogna immaginare Lazzaro felice.

Premiato a Cannes per la miglior sceneggiatura ex aequo con “Three Faces” di Jafar Panahi, scritta dalla regista Alice Rohrwacher, qui al suo terzo lungometraggio (dopo Corpo Celeste e Le meraviglie), girato in 70 mm perché tutto s’imprima meglio, l’autrice dimostra di avere un talento originale, tematiche ricorrenti e dunque urgenti. Un film tanto più riuscito se ripensato, con le sue virate improvvise come i colpi di vento che lo attraversano, e dove il finale non perfetto (se si considera la lenta andatura della stramba narrazione sembra un po’ meno strambo e più appiccicato a mo’ di parabola) non nuoce alla meraviglia di un racconto delicato e commovente, fuori dal tempo e dalle mode, che si consegna a un limbo di “inviolato” ed eterno stupore.

Alcune sequenze sono ormai entrate in un immaginario familiare cinematografico collettivo, dove al pasto consumato in silenzio o in allegria, che pure non manca mai, è subentrato il ritratto di una famiglia allargata resa unita dalle avversità più “meccaniche”, come per esempio quella di spingere insieme un furgoncino in panne (Little Miss Sunshine). In Lazzaro felice si va così verso il finale, spingendo, ricordando, ridendo e cercandosi finché è possibile. Molto bravo, oltre al perfettamente in parte Adriano Tardiolo, anche il giovane Luca Chikovani nel ruolo del marchesino Tancredi.

 

         

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