Genere: Dramedy di animazione

Durata: 90 min.

Voci: David Thewlis, Jennifer Jason Leigh, Tom Noonan

Paese: USA

Anno: 2015

Charlie Kaufman è una penna così particolare che anche i film che portano la sua firma solo nella sceneggiatura, sebbene diretti da registi come Jonze, Gondry e Clooney – che stupì tutti col suo esordio alla regia, poi si capì perché – sembrano interamente farina del suo sacco. Bisogna dire che fin dalla prima sceneggiatura ha sempre seguito passo passo la trasposizione filmica dello script, ma al di là della sua presenza sul set come parte attiva, l’immaginario tutto mentale di Kaufman, allo stesso tempo complesso e toccante, spassoso e disperato, è a tal punto riconoscibile da essere un genere a sé.

Kaufman non smette d’indagare le amare conseguenze del solipsismo, sondandone con estrema efficacia simbolica anche gli aspetti patologici. Se il Caden Cotard del suo primo film da regista (interpretato da P. Seymour Hoffman – solo a seguito della morte dell’attore Synecdoche, New York poté essere visto in Italia, a distanza di ben sei anni dall’uscita americana) richiamava già dal nome la sindrome coniata dal neurologo francese Jules Cotard, un delirio di negazione secondo il quale il soggetto malato potrebbe convincersi di non esistere (l’antitesi del solipsismo, dove esiste solo il solipsista), in Anomalisa l’Hotel Fregoli dove Michael Stone deve tenere la sua conferenza rimanda alla Sindrome di Fregoli, da cui parrebbe affetto il protagonista: il guru della comunicazione vede in tutte le persone – uomini e donne – gli stessi identici tratti somatici. E non solo, tutti i personaggi, compresi moglie e figlio, parlano anche con la stessa voce. Kaufman è interessato al ritratto di folli affetti da una rara disfunzione o piuttosto ci sta parlando di una più vasta gamma di ossessioni/malattie – la paura della morte, la depressione della fine di una relazione, i fantasmi della memoria – con una sottigliezza che sconfina nella patologia? Scrive il critico Roberto Tallarita a proposito del primo lungometraggio di Kaufman: “Ci vogliono giorni e giorni per riprendersi da questo film”.

È da questa sofferta abilità che si sprigiona il pathos delle sue storie, l’emozione e il dolore con cui arrivano a turbare lo spettatore che non rifugge da questo tipo di immersione dentro se stesso. I suoi film più toccanti sono profonde esperienze intime, e la domanda filosofica che i suoi personaggi si pongono implicitamente – “Davvero gli altri sono reali quanto me?” (finanche al parossistico “Davvero io sono reale?”) – è una domanda centrale anche per altri scrittori contemporanei. In esergo a un suo lungo racconto, David Foster Wallace cita Anthony Burgess: “Dato che siamo tutti solipsisti, e tutti moriamo, il mondo muore con noi. Solo la letteratura molto mediocre mira all’apocalisse”. Per il prematuramente scomparso Wallace, come per Kaufman, l’apocalisse era una questione privata della massima importanza. Di un privato collettivo, come se il solipsismo fosse la condizione dell’uomo occidentale mediamente colto, una sensazione molto acuta, anche se inconsapevole, fino a ben oltre l’adolescenza – sempre Wallace, nel discorso al Kenyon College Questa è l’acqua la chiama ironicamente “modalità predefinita”, e suggerisce che sia nostro preciso impegno e dovere, crescendo, empatizzare col vissuto degli altri per sentirlo reale quanto il nostro.

Kaufman sembra però ammettere il fallimento di questo mirabile scopo nel sovrappiù dell’intelligenza ricorsiva, quasi che la capacità della mente di penetrare l’altrui sofferenza sia inficiata dalla necessità di dimostrarne le speculazioni, col pericolo di diventare prigionieri del proprio labirinto mentale. Nella finzione, il libro di Michael Stone per incrementare il profitto delle aziende di servizio clienti s’intitola How May I Help You Help Them? (Come posso aiutarti ad aiutarli?). Il cielo nuvoloso all’inizio di Anomalisa (gran premio della Giuria alla Mostra di Venezia 2015) dove compare l’aereo che trasporta Michael Stone a Cincinnati, è cerebrale come certi cieli descritti da DFW. Siamo dentro la mente del guru della comunicazione in crisi, la luce è solo un riverbero tenue tra le grigie nubi che gravano intorno.

All’Hotel Fregoli Michael Stone incontra la sconosciuta Lisa, l’unica voce distinguibile fuori dal coro. Lei è bruttina, ha una cicatrice sul volto che nasconde coi capelli (altro segno particolare che la contraddistingue), è inesperta – non ha una relazione anche solo sessuale da otto anni – ma Michael la trova adorabile. Kaufman e il coregista Duke Johnson realizzano un film in stop-motion solo per adulti (con pupazzi di plastilina, per intenderci; ci sono voluti due anni per ottenere da ogni frazione di secondo della storia una singola fotografia), in assenza del canonico pudore del film d’animazione: organi genitali e amplesso, paranoia e nevrosi – non ci vengono nascoste nemmeno le suture delle facce/espressioni intercambiabili, i dettagli e le sensazioni porose della luminosa estasi notturna, mentre assistiamo a quella che a tutti gli effetti sembra l’inizio di una storia d’amore. Ma la fregola all’Hotel Fregoli pare avere i minuti contati: il calore può disperdersi con la stessa rapidità con cui si sprigiona.

Oltre a metterci la pulce nelle orecchie che la percezione degli altri sia a nostro uso e consumo (non una novità, ma Kaufman sa spingersi fino al punto di non ritorno), la storia di Michael Stone suggerisce che si è abili manipolatori delle proprie istanze, le quali si creano o distruggono a seconda degli entusiasmi o delle idiosincrasie, i due “generi narrativi” prediletti nel raccontarsi a chi, laddove ne prendessimo per reale l’esistenza, dovrebbe assumersi l’ingrato compito di confermarci la singolarità della nostra. L’anomalia ci uniforma al di là del paradosso di questa stessa affermazione, come se le classificazioni patologiche che si usano per interpretare alcuni casi clinici si riferissero ad altri che i cosiddetti normali. La purezza, per Kaufman, sembra esistere solo in assenza di risentimento, nella capacità di prendere l’autoinganno per quello che è: un’affermazione di vitalità nella negazione dei propri limiti, uno smodato fabbisogno di “cose vere” che ci corrispondano. Ne Il ladro di orchidee Kaufman fa dire al gemello del protagonista, a proposito di un amore non consumato e messo in ridicolo: “Non importa se lei non mi amava. Era mio, quell’amore, lo possedevo. Questo l’ho deciso molto tempo fa. Tu sei ciò che ami, non ciò che ama te”.

Kaufman dichiara: “[…] sono convinto di essere uno scrittore migliore quando dormo e sogno, rispetto a quando sono sveglio: con la libertà dei miei sogni racconto storie pazzesche, che difficilmente potrei immaginare di giorno. Spesso, quando scrivo da sveglio, mi domando come rompere le catene della razionalità”. Le catene della razionalità, la prigione della mente: come lui anche il suo cinema si interroga su questo, dall’infinita spensieratezza della mente candida alle confessioni di una mente pericolosa, una parte del tutto è comunque la soggettività dell’Io, e la natura umana un sommario adattamento della personalità alle proprie proiezioni autoreferenziali. L’anomalia non è essere John Malkovich (ci siamo già fatti un giro nella “sua” testa), ma trovarsi in tutte queste soggettive pluralità*. Qualunque cosa voglia dire, trovarsi.

 

 

*Nda: questa frase e la precedente giocano con la trasposizione letterale dei titoli originali dei film di Charlie Kaufman anche solo come sceneggiatore: Essere John Malkovich (Being John Malkovich), regia di Spike Jonze (1999); Human Nature (Human Nature), regia di Michel Gondry (2001); Il ladro di orchidee (Adaptation.), regia di Spike Jonze (2002); Confessioni di una mente pericolosa (Confessions of a Dangerous Mind), regia di George Clooney (2002); Se mi lasci ti cancello (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), regia di Michel Gondry (2004); Synecdoche, New York, regia di Charlie Kaufman (2008); Anomalisa (2015).