Questa sera, alle ore 18.30, tornano i dialoghi con il professore di storia romana Giovanni Brizzi per la rassegna dal titolo L’impero colpisce ancora?. Una serie di incontri e dialoghi per comprendere e discutere il significato di imperialismo, a partire dal concetto di imperium

 

Di seguito trovate il link alla trasmissione di stasera, il video del primo dialogo sull’imperium e la sua trascrizione. Per chi volesse, la trasmissione verrà mandata in streaming anche sul nostro canale Twitch (https://www.twitch.tv/argonline)

 

 


L’impero colpisce ancora?

 

 

L’impero colpisce ancora? Punto interrogativo. Quando pensiamo alla figura dell’imperatore pensiamo al senatore Palpatine, o a Dart Fener. L’impero è sempre qualcosa di nero, di fosco, di anti-libertario, ha un tipo di connotazione che – diciamo le cose come stanno – si collega molto più al termine imperialismo, che è un termine assolutamente e soltanto moderno. La prima comparsa di questo termine è nel titolo di un’opera di John A. Hobson, Imperialism: A Study, che viene scritta sotto l’impressione della guerra anglo-boera nel 1902. Prima questo termine non esiste. I primi a trattare dell’imperialismo romano e a cercare della categorie per definirlo sono due grandissimi studiosi: uno storico economico, M.I. Rostovtzeff, e uno storico italiano, F. De Sanctis, entrambi di matrice cristiana, quindi lontanissimi. Questa definizione procede poi con l’immagine di Roma come räuber stadt, come ‘stato predone’, che ha influenzato a lungo certi modelli, fino ad arrivare a certi paralleli del tutto insensati come i deliranti giudizi di Simon Weil di cui parla Giuseppe Zecchini, i quali paragonano Roma al nazismo – mentre molte delle categorie del nazismo sono proprio l’opposto della realtà romana, a cominciare dalla concezione razziale. Si arriva poi al mondo marxista e alla variante economica dell’imperialismo, e infine a E. Badian, che con il suo famoso libro sull’imperialismo romano comincia a cercare delle differenze. Io ho una mia idea sull’imperialismo romano. Zecchini, in un suo eccellente lavoro recente, L’imperialismo romano: un mito storiografico?, arriva addirittura a mettere in discussione la nozione di imperialismo per quanto riguarda Roma. Io non arrivo a tanto, ma sono su certe linee.

 

I. Imperium: un concetto storiografico

Vorrei parlare del termine da cui imperialismo deriva, ovvero impero. Perché impero, imperium, ha infinite accezioni. Non credo che riuscirò a darvele tutte nel corso di una sola lezione. Che cos’è l’imperium? Cos’è sul piano del diritto? Sul piano del diritto è la prerogativa che hanno coloro che bene o male incarnano lo Stato romano, siano i re delle origini, siano i magistrati dell’epoca repubblicana. Naturalmente per il re l’imperium è una facoltà vitalizia, dura quanto dura il re, fino alla sua morte. L’imperium per il magistrato repubblicano, visto l’odio maturato con la caduta della monarchia, è una prerogativa che può in qualche caso essere prorogata, ma che viene limitata da due garanzie istituzionali, cioè l’annualità e la collegialità. L’imperium è, diciamo così, sempre sottoposto al veto del collega – o al veto, all’interno di certi limiti, del tribuno della plebe – ed è sottoposto al fatto che il potere è annuale. Laddove non c’è collegialità – cioè dove c’è un magistrato unico –, e si può dare questo caso con il dittatore, la durata del mandato è però minore: il dittatore dura in carica sei mesi, almeno di norma, o fino a che non abbia espletato il compito per cui si è deciso di nominarlo. Comunque non oltre sei mesi, almeno alle origini della Repubblica. Quindi è un potere che, a differenza della potestas, che riguarda la sfera civile, investe l’ambito militare. L’imperium è la facoltà di comandare gli eserciti, ma è anche molto di più: è la facoltà di comandare gli eserciti in guerra. Tanto è vero che gli stessi limiti che in età repubblicana riguardano l’imperium, con il re non esistono. In età repubblicana esiste una linea sacra, all’interno della quale rimane il tribuno della plebe, cioè colui che in sostanza assicura una certa forma di protezione dalla legge bellica, dalla legge di guerra, che invece è quella normale dell’imperium. Si distingue l’imperium tra imperium militiae e imperium domi. L’imperium domi è sottoposto al veto del tribuno della plebe, all’intercessio, e alla facoltà che il tribuno della plebe ha in determinate circostanze di procedere all’arresto del console. L’imperium domi è contrassegnato dal fatto che il cittadino può appellarsi al popolo – è la provocatio ad popolum, in presenza a una condanna delle più gravi, come una condanna a morte – e questo fatto fa sì che il console o il pretore, quindi i magistrati di rango più alto, non abbiano nei fasci – che sono il simbolo del potere politico del console o del pretore o del magistrato – le scuri. Essi, cioè, non possono applicare la condanna al di fuori della città, al di là di un miglio dal pomerium ovvero, più o meno, dal solco primigenio, un miglio dalle porte di Roma, dove comincia l’imperium militiae. Lì i tribuni della plebe non possono andare, perché devono rimanere all’interno della città. L’urbs è un’isola all’interno della quale non possono essere introdotte truppe.

 

II. Imperium: un concetto metafisico

Ho definito l’imperium, l’impero di Roma, ovvero l’insieme dei domini su cui si estende il controllo dello Stato, prima della Roma urbana, poi via via della Roma che diventa potenza mediterranea, e infine dell’Impero, quello che noi chiamiamo Impero, vero e proprio. Ma adesso parleremo di imperium come di un concetto che è quasi metafisico. In alcuni miei libri ho detto che l’impero è il rapporto tra un popolo e i suoi dèi attraverso le figure che lo governano. L’imperium è cioè una struttura di potere che si fonda su un principio etico importantissimo. Quindi, vedete, è diversissimo dal concetto che noi diamo oggi a questa nozione, perché l’imperium non esclude la res publica, cioè ‘la cosa di tutti’. L’imperium ne è una manifestazione: un popolo, attraverso i voti nei comizi, investe di questo connotato coloro che la guidano e la guidano in un frangente, soprattutto, che è il frangente più delicato nella vita di uno Stato, cioè la guerra. L’imperium, la capacità che ha un magistrato di comandare in guerra, si lega ad un fatto: il re o il magistrato tiene l’imperium – vitalizio per il re, annuale per il magistrato – attraverso una lex curiata de imperio, in cui le co-viria, le curie, l’insieme dei viri, l’insieme cioè degli uomini che portano le armi, di coloro che prestano il loro servizio in nome della res publica, in nome della cosa di tutti, ma tiene un potere auspicato, cioè dopo che gli dèi hanno fornito il loro parere. Perché gli dèi? Esiste un rapporto che è un rapporto antichissimo. Io devo sprofondare talmente indietro nel tempo… Perché parliamo di una realtà che affiora da tutta una serie di sintomi che sono espressi nella letteratura latina, ma la letteratura latina – quella scritta – nasce nell’età di Pirro. La letteratura scritta nasce su imitazione del mondo greco, nasce con la traduzione dei poemi omerici a Roma, e i primi annalisti storici scrivono in greco. Dobbiamo tener presente questo! Non c’è niente prima di una certa data, se non una serie indizi che ci portano in una certa direzione. Dobbiamo immaginare una realtà nella quale la città ancora non esiste e nella quale la guerra è sacralizzata. Quando si parla dello ius gentium, si dice è il diritto internazionale. Sì, diventa il diritto internazionale, ma all’inizio è ‘il diritto delle gentes‘, cioè di quelle entità preurbane la cui fusione, attraverso un sinecismo che può essere spontaneo o può essere forzato, ha dato vita alla prima comunità di Roma. Attraverso la fusione di entità diverse, di queste gentes – sono le gentes di cui parla M. Pallottino, le gentes che fanno parte della primissima comunità di Roma, le gentes che vengono a riunirsi in una serie di legami e danno vita a questo sinecismo, che può essere spontaneo in qualche caso, o a più sinecismi, spontanei o forzati – è nata Roma. Il sinecismo forzato è il sinecismo con Albalonga. Albalonga viene sconfitta e qui dovremmo parlare del come viene sconfitta Albalonga, dei tre Orazi contro i tre Curiazi, ma ci torneremo. Questo evento fa parte dello ius gentium più antico: sono due gentes, Orazi e Curiazi, che si confrontano in nome di due entità che sono entità cittadine. La seconda, sconfitta, non viene distrutta, o perlomeno: la città, sempre che sia esistita, viene abbandonata, ma la sua popolazione viene assorbita da Roma. I Giulii vantano la loro origine da Albalonga, cioè vengono assorbiti. Il diritto, lo ius gentium arcaico, che non è diritto vero e proprio, ma è insieme di consuetudini, di usi, è un’etica alla cui base c’è l’imperium, un’etica che prevede quello che troviamo in tutte le realtà cavalleresche fino alla Prima guerra mondiale, fino agli assi dell’aviazione, fino al barone rosso contro Snoopy, fino al mondo cavalleresco, fino a El Cid, fino al re di Castiglia contro il re d’Aragona, fino all’Orlando furioso: tre cavalieri pagani contro tre cavalieri cristiani. Sono gli Orazi contro i Curiazi, un evento in cui c’è un principio legato all’imperium che è l’ordalia, cioè il giudizio di dio. L’imperium richiede che chi lo riveste prenda su di sé le sorti del popolo che rappresenta – per la vita o una tantum – perché rispetta alcuni principi fondamentali, che sono quelli che fanno la differenza al cospetto degli dèi. Ecco perché l’imperium è il segno del rapporto tra un popolo e i suoi dèi o, da un certo momento in poi, dei suoi valori, perché da un certo momento in poi, ma molto presto, c’è un valore che è un valore fondamentale, ed è il valore di fides.

 

III. Il valore di fides

Fides è un valore talmente importante che meriterebbe un corso monografico da solo. È la prima idealità, la prima nozione etica divinizzata presente sul Campidoglio. Qui ci sarebbe un sacello a fides messo sul Campidoglio da Numa Pompilio, cioè il fondatore della religione romana. Cos’è fides e perché è così importante in un mondo arcaico? In un mondo, cioè, di valori cavallereschi – non è una mia definizione, è una definizione di un grande giurista, credo E. Volterra. Io ho intitolato un mio vecchio lavoro La cavalleria dei Romani, perché è lo stesso principio che noi ritroviamo nel mondo cavalleresco medievale, con tutte le eccezioni, perché so benissimo che nel mondo cavalleresco medievale le regole sono differenti. Possiamo avere Maramaldo invece di Gano di Maganza, o Orlando, o Francesco Ferrucci, però il modello è quello. Fides a un certo momento è talmente importante che nel santuario più illustre di Roma saranno conservate le copie di tutti i trattati che Roma stipula con le popolazioni con cui viene in contatto, quindi formalmente sottoposte a fides, che è ‘il corretto comportamento’. La fides è un valore antichissimo, talmente antico da essere indoeuropeo. I Romani sono poi quelli che ne hanno fatto un uso straordinario. Fides è alla base del diritto, la più grande realizzazione che Roma abbia regalato al mondo. Una realizzazione che ne fa, nonostante le atrocità che può aver commesso, forse l’impero più grande che ci sia stato, l’impero nel senso metafisico del termine. Rispetto alla fides posso parlarvi del mito di Mucio Scevola, che, secondo la tradizione, entra travestito da Etrusco nel campo di Porsenna, che sta assediando Roma, e tenta di uccidere il re, ma pugnala per errore il suo tesoriere. A importare è quello che c’è nella simbologia di questo episodio. Poi pone la sua mano, che è rigorosamente la destra, a bruciare sul fuoco, e dice: “Vedi, tanti come me sono disposti a sopportare qualunque tormento”. Qui Livio ci vela la realtà: questa è la punizione di chi ha violato la fides, dovuta anche al nemico. C’è tutta una letteratura – citeremo il Cicerone del De officis, il Cicerone delle grandi opere di sistemazione di questo tipo di cultura, di questo tipo di realtà – ma diciamo che per adesso lui mette la mano sul fuoco e la consuma. Allora, è una simbologia che, intanto, è legata al mondo romano: Physici dicunt sacratas esse singulis numinibus singulas corporis partes ut dexteram fidei (‘I fisici dicono che ogni parte del corpo sia consacrata a una forza, come la destra alla fides‘). Qual è la mano che voi porgete quando stringete un rapporto? È la mano destra. La mano destra è il simbolo di un rapporto antichissimo precedente alle origini delle città, ed è talmente antico che la ritroviamo nella religione norrena. C’è uno straordinario episodio nel quale le divinità norrene sono molto preoccupate da una bestiola dal pessimo carattere e dalla forza spaventosa, così tentano di sterilizzarla, di renderla innocua. Si tratta di Fenrir, che nel crepuscolo degli dèi, nel Ragnarok, verrà ucciso da Viðarr. A Fenrir viene proposto un gioco: “Tu che sei così forte, lasciati legare! Poi ti libererai, dimostrandoci la tua forza”. Il dio fabbro, il dio artefice, cioè Tyr – chiamato da uno dei più grandi antropologi di ogni tempo, Georges Dumézil, il dio mancino – prende il filo magico e lega il lupo. Questi si lascia legare, ma non si fida, e dice a un certo punto a chi ha fatto il laccio che lo imprigiona di mettergli in bocca la mano destra. Ovviamente, quando si accorge dell’inganno, Fenrir si mangia la mano. Tyr è il dio mancino e Dumézil parla di mutilazione qualificante: bisognava farlo, è una fregatura che bisognava dare a quel mostro. Ma vi rendete conto di qual è la mano che la bocca della verità vi mangia se dite una bugia? È una tradizione che ha scavalcato i secoli. È una tradizione che rimane in tutta la storia romana arcaica. Alla fine di una guerra, i Romani fanno alcune cose che sono assolutamente automatiche dal loro punto di vista: chiedono la restituzione dei prigionieri e la consegna dei disertori. Per ucciderli? No, in origine no, ma per punirli con il taglio della mano destra, ovvero la mano con cui questi hanno violato la fides. La fides è alla base dell’imperium, perché il primo e più alto requisito a cui chi comanda l’esercito di Roma deve obbedire è il requisito della fides. Egli deve in sostanza rispettare la fides anche nei confronti dei nemici.

A lungo a Roma non esiste un imperialismo. Il primo atto di imperialismo vero e proprio è quello in Sicilia, gli altri sono confronti rituali. Quella romana è una guerra ritualizzata, le conquiste di mercato verranno molto avanti e oltretutto non saranno mai il portato di un’aristocrazia, ma di ceti mercantili e realtà molto diverse. Anche la conquista della Sicilia è la prima fiamma imperialista, salvo poi ricadere in categorie completamente diverse. E anche in questo caso è una fiammata imperialista dettata non tanto dalla maggioranza del Senato, ma da alcuni ambiti di un’ala avanzata del Senato che ha le sue clientele nei gruppi mercantili dell’Italia meridionale, che magari non sono neanche cittadini in qualche caso.
Roma ha questo modello dell’imperium, ma non significa che lo abbia sempre rispettato. Molto presto, grazie a questo modello, raggiunge però una struttura che è superiore a tutte le strutture politiche del mondo di allora, e questo succede molto presto. Quando Roma affronta Cartagine, e la affronta in Sicilia, a un certo punto noi vediamo che tutte le comunità greche della Sicilia passano a fianco di Roma. Ci sarà un motivo. Nel momento in cui Roma affronta Cartagine, Cartagine è una polis, e rimane una polis – se qualcuno nasceva a Viserta, questo non sarebbe mai diventato cittadino di Cartagine. Roma questo concetto non ce l’ha: Roma apre e a un certo momento assorbe, attraverso il meccanismo che si intende soprattutto sulla guerra. Se facciamo una guerra senza regole, infatti, alla fine ci ammazziamo e ci detestiamo a vicenda, se invece facciamo una guerra di un certo tipo arriviamo a forme di integrazione. La visione che io propongo è una visione molto particolare: il problema dell’assorbimento delle popolazioni è un problema che comincia molto presto, ma è un problema che si risolve assorbendo i vertici attraverso il matrimonio, attraverso un’intesa che è un’intesa su una base comune, quello ius gentium, quel diritto delle gentes di cui io ho parlato fino all’origine e che consiste anche nel non massacrarsi a tradimento, nel non distruggere le popolazioni conquistate. Perfino il termine servus ha un significato molto chiaro e un’etimologia molto chiara. Il termine servus viene da servare, cioè dall’avere edulcorato una legge di guerra che prevedeva che si uccidessero tutti i vinti. Pensate a cosa fa Achille con i prigionieri troiani. La fides è la base di un’intesa comune che porta molto presto all’assorbimento di una certa Italia. Con l’altra Italia non funziona, perché l’Italia delle transumanze, l’Italia degli Appennini, ha una logica completamente diversa, dovrà essere assorbita a poco a poco, prima conquistata e poi assorbita. Però, nel caso dell’Italia degli Appennini non sono i Romani che vanno in salita, sono le popolazioni appenniniche che scendono in pianura, con le cosiddette primavere sacre, con le bande mercenarie. La guerra la portano in pianura le popolazioni delle montagne, perché naturalmente hanno più figli che terre, perché hanno dei problemi di sussistenza ed economia, ma questo non toglie che siano mine vaganti demografiche e rimarranno a margine. È un discorso molto lungo, bisogna vedere come la cosa si evolve, perché parliamo di centinaia di anni, non possiamo appiattire tutto il discorso nell’arco di poche cose e dare una visione generale. Bisogna che definiamo che cosa succede. Il bellum iustum, il iustum proelium, cioè la guerra, è in questo ethos condiviso, che non è soltanto romano, ma che i Romani sfruttano meglio degli altri. La guerra è un black out, è l’interruzione di un normale circuito che bisogna bypassare mantenendo il rapporto con gli dèi, quindi bisogna avere una giusta causa. Non ho detto che lo mantengano sempre. Ad esempio, i Dieci comandamenti, chi è che li mantiene sempre? Però sono i Dieci comandamenti, una delle grandi legislazioni della storia. Le delibere dell’Onu vengono sempre mantenute? La violazione della fides i Romani la useranno, ma alle origini non è prevista, tanto è vero che quando mutuano dal greco il loro lessico militare e politico – i primi annalisti sono greci, traducono l’Iliade e l’Odissea, traducono Fabio Pittore – non traducono il termine στρατήγημα, ‘stratagemma’. Frontino scriverà gli Strategemata libri usando il termine greco, perché non ha il termine romano. L’uso di imboscate, tradimenti, uccisioni spietate, uccisione dei capi nemici, non è previsto. Lo impareranno: il mito di Scevola va proprio in quella direzione lì, ma le origini vietano di utilizzare certi mezzi. Impareranno, ma nel frattempo avranno costituito qualche cosa. Per esempio il metodo della civitas sine suffragio, perché in quest’ottica assorbono le aristocrazie di una serie di realtà che hanno in qualche caso sconfitto, in altri casi protetto militarmente, e le assorbono a livello di Senato. Abbiamo degli Etruschi, dei Campani, degli Umbri, dei Volsci, che siedono nel Senato di Roma. A partire da prima della fine del VI a.C., noi abbiamo quindi quella che il grande studioso Claude Nicolet ha chiamato una cittadinanza a due livelli. Prima di Nicolet ne ha parlato però Cicerone, per il quale ci sono due tipi di cittadinanza: la cittadinanza dell’anima, il paese dove siamo nati, e la cittadinanza del ius, del diritto, ovvero la cittadinanza romana, per la quale dobbiamo vivere e morire. Allora esiste una cittadinanza a due livelli per lungo tempo, finché tutta l’Italia non avrà la cittadinanza romana sine suffragio. A cosa serve la cittadinanza senza diritto di voto? Il problema da capire è che si vota solo a Roma. Ciò che la cittadinanza sine suffragio offre, lo offre non a tutte le popolazioni ma ai loro gruppi dirigenti, alle loro aristocrazie. Il notabile di Cerveteri, da un certo momento in avanti, sa che se vuole contare deve essere rappresentato all’interno del Senato di Roma. Il pescivendolo di Cerveteri non sa niente della doppia cittadinanza (questo è un mondo dove oltretutto anche l’alfabetizzazione era ridotta: parliamo di 2.600 anni fa). Se io sono il pescivendolo di Cerveteri vedo le cose come sono sempre andate: il governo è tenuto da alcune gentes, i magistrati sono sempre i lauchme, o i marones se sono italici, o dictatores se sono latini. Sono quelli che ci sono sempre stati. Il personaggio che conta sa che se vuole contare davvero, la sua gens deve arrivare a Roma, in genere attraverso il matrimonio. La civitas sine suffragio dà tre diritti: dà il conubium, il diritto di sposare una romana (che prima era una norma religiosa), il commercium, il diritto di acquisire la dote, e lo ius migrandi, il diritto di trasferirsi acquisendo la cittadinanza. Se io nasco a Biserta e mi trasferisco a Cartagine non sarò mai cittadino di Cartagine, lo stesso vale per Atene e per tutti. Nel caso di Cartagine o di Atene parliamo di polis, Roma è una civitas, cioè il cerchio aperto.

 

IV. Conclusioni

Roma verrà sconfitta tante volte militarmente. Il potere militare di Roma è una favola creata a posteriori. Porsenna la prende, i Galli la bruciano, i Volsci e gli Equi arrivano alle porte di Roma (poi c’è il mito di Coriolano che li ferma), i Sanniti vincono la Prima guerra sannitica e quasi vincono la Seconda e la Terza, Pirro vince tutte le battaglie campali tranne l’ultima, che pareggia, e Annibale ucciderà più di 200.000 abitanti della Penisola. La questione riguarda la struttura politica, che è una struttura che ha delle risorse che nessun’altra realtà del Mediterraneo ha. Se non capiamo la fides non capiamo come i Romani ci siano arrivati: essi ci arrivano attraverso un meccanismo politico, non un meccanismo militare. Il meccanismo militare, la grande potenza militare di Roma nasce dopo la Seconda guerra punica, dopo che un Cartaginese, uno dei più grandi comandanti di tutti i tempi, gli ha insegnato come si fa. A un certo momento i Romani sono più forti perché, anche laddove non sono arrivati, esistono i loro agganci con le aristocrazie. Volete paragonare i Romani con qualcosa? Una massoneria, al cui confronto la massoneria inglese del XIX secolo, la massoneria della Loggia America, non è nulla. Simón Bolívar fa parte della Loggia America, ma se spera di andare a sedere alla Camera dei pari sa che non ci arriverà mai. Tra i Romani, invece, Volumnio è console a Roma. I Romani hanno un processo, ma assorbono le aristocrazie e attraverso le aristocrazie gestiscono volta per volta i problemi locali. Se le cose poi non funzionano e loro la civitas sine suffragio l’hanno concessa in maniera intempestiva, allora succede che invece di aver il magistrato locale, arriva il prefectus del pretore urbano, che dice: “Ragazzi qui la ricreazione è finita, adesso il magistrato sono io e governo io”. Il problema è la saldatura di una serie di aristocrazie, per cui nel 295 a.C. Volumnio è console a Roma addirittura prima che la sua città sia stata conquistata. Perugia è al vertice di una lega antiromana e però viene via da quella lega, perché una parte preponderante della sua aristocrazia ha delle intese formidabili con l’aristocrazia romana, e c’è un Volumnio console a Roma quando Perugia, nel 296 a.C., sta apprestandosi a guidare la lega etrusca, collegata con una parte dei Sabini, con una parte degli Umbri, con i Sanniti e con i Galli, in quella che sarà la Battaglia delle Nazioni: solo che gli Etruschi vengono via.
Non c’è la forza militare, c’è una spregiudicata intensissima forza politica.