In occasione del 75° anniversario della Liberazione, ricordiamo le donne partigiane, le dimenticate dalla storia, il cui ruolo fu fondamentale nella vittoria contro il nazifascismo ma anche per la loro emancipazione nella società italiana.

Quella di custodire tracce come testimonianze della storia è sempre stata una pratica di popoli, gruppi o entità oppresse e discriminate: l’unica possibilità di vivificare la memoria è quella di rievocarla, magari magnificando gesti di assoluta grandezza, spesso relegati negli scrigni del silenzio. La rievocazione del ricordo infatti, come vero e proprio processo psicologico, culturale e storico, nel caso delle donne combattenti nella liberazione dal nazifascismo è il necessario compito di una narrazione legittima e veritiera, di avvenimenti che non si possono cancellare, e su cui meditare nel nostro presente.
Come non citare Marguerite Yourcenar quando ben definisce questa nostra naturale pratica di sopprimere il ricordo: «la memoria degli uomini è simile a quei viaggiatori stanchi che si sbarazzano ad ogni tappa di qualche inutile bagaglio».

Come si evince dalle fonti testuali, dopo la Liberazione, non vi fu molta attenzione da parte degli uomini nel riconoscere il ruolo fondamentale delle proprie compagne, nelle drammatiche fasi delle battaglie e degli avvenimenti politici che ne seguirono. Molte donne impavide e animate da un profondo spirito di libertà non si fecero neanche avanti per ricevere i riconoscimenti che avrebbero meritato, né medaglie, né cariche.

In questo senso si può citare la storia di Tersilia Fenoglio, una staffetta partigiana che ha vissuto parte della sua vita facendo l’insegnante in una scuola elementare. Nel maggio del 1945 Tersilia non poté neanche partecipare alla sfilata della Resistenza a Torino. La partigiana Maria Rovano invece, alla domanda del perché si dessero i gradi solo agli altri, si sentì rispondere: «ma tu sei donna!» In un documento, molto significativo del Comando della I Divisione Garibaldi “Piemonte”, del 16 settembre 1944, in merito ad alcune delle direttive per la costituzione di organismi popolari, si affermava che «nei limiti delle possibilità, e sempre che vi siano i requisiti adatti, un elemento femminile può essere ammesso a far parte di detto organismo». Il ruolo delle donne nella Liberazione è stato (ed è tuttora) celebrato come funzione secondaria e meno importante: quello di staffette partigiane. Una negazione dunque, un ridimensionamento inaccettabile se si pensa alle giovani torturate e stuprate, fucilate o trucidate fra immani sofferenze, quando la violenza veniva usata come arma di deterrenza a futura memoria. Senza tralasciare il loro impegno nella cura dei feriti, l’attività nella pericolosa propaganda antifascista, la capillare raccolta di risorse di ogni tipo: alimentari, denaro, armamenti; l’assistenza nel Soccorso Rosso alle famiglie dei combattenti, che non avevano la possibilità di sostenersi.
Nel ricordo del sacrificio delle donne partigiane un’altra figura di riferimento è quella di Nelia Benissone, che aveva pianificato assalti ai docks, organizzato addestramenti militari, il lancio di granate e molotov contro i convogli dei tedeschi e il disarmo di militanti fascisti. Nelia fu finalmente messa a capo del suo settore d’azione nel 1945 ma, con il ruolo di soldato semplice riconosciuto da una specifica Commissione.

 

 

Nella vasta opera di narrazione dell’epopea di quegli anni non vi è nessuna rilettura o tentativo di occultare la memoria di queste donne ma, molto spesso, lo sforzo che si riconosce al loro sacrificio è di tipo commemorativo: una sorta di omaggio intriso di celebrazione formale che le inquadra come l’esempio di una categoria indifferenziata di volenterose. È il risultato di una storiografia che si basava (che si basa?) su una visione rispondente agli schemi autoritari del patriarcato, come un retaggio quasi inconscio. Così, nella lettura di fatti storici pare non vi sia stato il superamento dei modelli di subalternità radicati in un sistema di rigido controllo sociale. La gerarchia piramidale del potere, la non consapevolezza dell’uguaglianza nei rapporti di genere persiste proprio in quegli spazi dove il valore della libertà e dell’eguaglianza dovrebbe essere riferimento fondante e irrinunciabile.

Per una panoramica più chiara sulle vicende del passato, è importante ricordare il numero ufficiale delle donne coinvolte nella guerra di Liberazione. L’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha fornito i numeri della Resistenza delle donne, che si riassume in decine di migliaia. Furono più di 35.000 nelle fila delle formazioni di combattenti, di cui 20.000 con funzioni di supporto. In totale, ci furono all’incirca 70.000 donne impegnate nei Gruppi di difesa. 512 le commissarie di guerra; 683 le donne fucilate o uccise in combattimento; 1750 ferite; 4633 torturate, stuprate e imprigionate nelle carceri fasciste; 1890 deportate in Germania. Alla luce di questi numeri, è piuttosto sconcertante il numero dei riconoscimenti attribuiti alle donne: 16 medaglie d’oro e 17 d’argento.

 

 

Durante la Resistenza le donne, che da sempre si erano dedicate a responsabilità sociali private, avevano scelto di esporsi in prima persona nella lotta per la libertà, ponendosi in una posizione di assoluta parità rispetto a incarichi e compiti considerati di prerogativa maschile. Inoltre, l’estrema eterogeneità dell’estrazione sociale e culturale delle donne liberatrici dal nazifascismo conferma la vocazione del genere alla ribellione, e afferma quella tensione morale che prescinde dal ruolo professionale o sociale. In un periodo storico in cui si fondano le moderne democrazie occidentali, le donne divengono soggetti storici visibili, superando con il loro attivismo i paradigmi relegati all’ambito familiare: ecco che il loro agire rappresenta il valore, l’idea, la possibilità della convivenza civica.

La presenza femminile nella Resistenza ha rappresentato un punto di rottura nell’intreccio fra il potere dell’uomo e la violenza dell’autorità, come modello sociale di controllo, e nella guerra come negazione della vita e della libertà. Ciò permise alle donne il riconoscimento di un ruolo nuovo e la possibilità di un attivismo che potesse muovere i primi passi verso un processo democratico che – molto, molto lentamente – doveva condurre alle pari opportunità. Per questi motivi, le attività delle liberatrici all’interno dei CNL e nelle giunte popolari hanno contribuito in termini di sensibilità politica e civile, in modo assolutamente originale, in ambiti solitamente determinati da decisioni maschili. Con i processi di liberazione nuove dinamiche hanno capovolto i modelli femminili consolidati dalla tradizione fascista, con quella retorica metafisica della patria e dello stato al di sopra di ogni individuo. La Resistenza è stata l’origine di un cammino di emancipazione, anche grazie al diritto di voto alle donne, conquistato nel 1946: un atto di fondazione e di consenso verso una nuova alleanza, sui principi, sui diritti e sui doveri.

 

 

Le donne della Resistenza aggiungevano alla storia di quei giorni un elemento in più di cui poco si discorre: il senso di fratellanza, o meglio – se si intende usare la lingua in modo appropriato e riconoscente – di sorellanza. Non vi era, in quel contesto, nulla del prototipo femminile seducente, se non l’afflato umano della persona tesa a condividere un unico ed estremo valore, mettendo a repentaglio la propria vita: la libertà.

Queste donne liberatrici, coscienti della scelta drammatica a cui andavano incontro, sapevano che la famiglia tradizionale doveva essere percepita come modello esemplare in seno a quel tipo di società: l’opzione antifascista capovolgeva il paradigma e consolidava il nuovo valore, la nuova visione, il nuovo mondo. Quanto questo cammino sia stato decisivo per le società attuali lo si comprende dalla forza interiore delle nostre liberatrici, chiamate all’ennesima prova di coraggio in una battaglia che poteva apparire impari.

Da quella lezione storica coltiviamo il senso di giustizia, il rifiuto del calcolo, la scelta di una fratellanza – o forse sorellanza?- fra gli esseri umani che solo le donne liberatrici hanno saputo concepire imbracciando l’artiglieria.

Per l’occasione, consigliamo la visione del documentario BANDITE di Alessia Proietti, dedicato proprio all’esperienza femminile nella Resistenza, il quale sarà disponibile in streaming gratuito su OpenDBB fino al 26 aprile.

Per la scrittura di questo articolo:
Cfr. Anna Maria Bruzzone – Rachele Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, prefazione di Anna Bravo, Bollati Boringhieri 2016 (pp. 314)