Le favole dove stanno?

Ce n’è una in ogni cosa:

nel legno, nel tavolino,

nel bicchiere, nella rosa.

La favola sta lì dentro

da tanto tempo

e non parla:

è una bella addormentata

e bisogna svegliarla.

Ma se un principe, o un poeta,

a baciarla non verrà

un bimbo la sua favola

invano aspetterà.

Così scriveva Gianni Rodari nella poesia La bella addormentata, contenuta nella raccolta I cinque libri.
Nel 1899, alla soglia del nuovo secolo, Lyman Frank Baum, scrittore americano fra i più amati dai bambini di ogni tempo, la trovò in un cassetto. Nei cassetti, si sa, sono custodite molte cose, dalle più inutili alle più preziose: dai calzini, insomma, ai sogni. Di certo i cassetti sono il regno del caos, o, usando una parola cara a Joyce, il re indiscusso di ogni caos creativo, del chaosmos: il caos generatore di mondi. Baum nel suo cassetto ci trovò il meraviglioso mondo di Oz. Per essere più precisi, lo trovò nel secondo cassetto dello schedario in cui custodiva in ordine alfabetico i documenti importanti. In quel maggio fin du siècle l’ammiraglio George Dewey sbarcava nella Baia di Manila, riportando la vittoria decisiva dell’esercito americano nella guerra ispano-americana. Lo stesso mese diede i natali a Dorothy e ai suoi meravigliosi compagni di viaggio. Baum cominciò a scrivere una storia chiamata La Città di Smeraldo. Tutte le sere, prima di andare a dormire, i bambini del quartiere di Chicago dove lo scrittore abitava insieme alla moglie Maud e ai suoi quattro figli si ritrovavano a casa Baum per ascoltare le ultime avventure della bambina del Kansas e dei suoi compagni di viaggio. L’autore ascoltava le loro domande e non lasciava mai un bambino senza la sua risposta, appuntava le loro osservazioni, i loro dubbi, i consigli, i suggerimenti sulla storia e sui personaggi, andando via via componendo quello che può definirsi un libro a due mani e tantissime manine. Una sera una ragazzina gli chiese in quale regione si trovasse la Città di Smeraldo. Lo scrittore, preso alla sprovvista, cominciò a guardarsi attorno, nella stanza. Diede una scorsa ai titoli dei giornali che riportavano la notizia della Baia di Manila, poi posò lo sguardo sul tavolo e sulle sedie, infine notò lo schedario, all’angolo, con i suoi due cassetti, il primo con l’etichetta A-N e il secondo con l’etichetta O-Z: Il Meraviglioso Mago di An non gli sembrò granché, come titolo; molto meglio Il Meraviglioso Mago di Oz.
E così nacque il romanzo che rivoluzionò la letteratura per l’infanzia americana.

Mago di Oz Il meraviglioso mago di Oz Dorothy Oz Spaventapasseri cuore coraggio
Title plate della prima edizione de The Wonderful Wizard of Oz ()

Fino a quel momento i libri che leggevano i bambini e i ragazzi d’America venivano da oltre oceano, dall’Inghilterra – vedi Alice nel Paese delle Meraviglie o i romanzi di Charles Dickens –, o da paesi lontanissimi ed esotici, come Le mille e una notte. Non esistevano libri per l’infanzia americani. Inoltre, dalle storie che leggevano, i bambini dovevano trarre insegnamenti morali e linguistici: la prosa letteraria, che prediligeva registri alti, doveva servire da esempio per imparare a scrivere e a parlare un inglese corretto.

Il primo a segnare una decisiva inversione di rotta nella letteratura per l’infanzia (e non solo) era stato, quindici anni prima, Mark Twain, che scrisse Le avventure di Huckleberry Finn (uscito nel 1884 in Inghilterra e nel 1885 negli Stati Uniti), il seguito ideale del precedente Le avventure di Tom Sawyer: il romanzo, secondo Hemingway, da cui nacque la letteratura americana moderna. Di certo il primo romanzo in cui la lingua parlata, la lingua della strada, le formi colloquiali e dialettali dell’oralità irrompono con tutta la loro potenza nella pagina scritta. Twain fu il primo a non considerare il linguaggio dei bambini e dei ragazzi come una versione inferiore ed embrionale del proprio. Scrive Steiner a tal proposito in Dopo Babele:

Le trascrizioni dell’idioma segreto e pubblico dell’infanzia offerte da Mark Twain raggiungono una profondità assai maggiore. Una capacità di penetrazione ricettiva anima la trascrizione dei discorsi di Huck Finn e Tom Sawyer. La loro abilità linguistica, con le espressioni rituali di insulto e di affratellamento e gli espedienti allusivi, è complessa come quella della retorica adulta. Ma ri-crea precisamente i modi infantili.

Insomma, per la prima volta nella letteratura occidentale, il territorio linguistico dell’infanzia viene descritto senza essere distrutto. Ed è curioso e sorprendente pensare come la letteratura americana sia nata da un romanzo per l’infanzia e dalla sua lingua rivoluzionaria.
Alla sua pubblicazione, però, il romanzo picaresco di Twain scatenò le ire dei benpensanti: volgare, rozzo, irriverente, crudo, grezzo, semiosceno sono soltanto alcuni degli aggettivi usati dai recensori. Tra questi Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne, che in una lettera indirizzata allo scrittore espresse senza mezzi termini il suo parere assolutamente negativo sulla sua opera: “Ho provato a leggere il suo ultimo romanzo, Le avventure di Huckleberry Finn, ma ho trovato i personaggi e i fatti ivi narrati così bassi, così banali, così volgari e così osceni che glielo dico chiaro e tondo, signor Twain: se proprio non riesce a farsi venire in mente niente di meglio per i nostri ragazzi, farebbe meglio a smettere di scrivere”. Eppure Twain e Alcott qualcosa in comune ce l’hanno, anche se quest’ultima, di fronte a una simile dichiarazione, come minimo storcerebbe il naso: il rispetto e l’audacia con cui entrambi trattarono la lingua dell’infanzia, una lingua che aveva una sua propria dignità, una lingua a tutti gli effetti, che non doveva essere migliorata, corretta o ridicolizzata. Amy, la più piccola delle sorelle March, si atteggia a gran dama e utilizza paroloni difficili, termini desueti e rari che non sa pronunciare – è soprannominata dall’autrice stessa Miss Malaprop, “Miss Baglio”, regina dei malapropismi –, fa errori di punteggiatura e ortografia. Così Jo, il maschiaccio di casa, che non si fa scrupolo a usare la lingua irriverente e sboccata dei ragazzi della strada, slang words che fanno accapponare la pelle a Amy e alla maggiore Meg, e che odia i paroloni vuoti che non significano nulla ma servono solo a darsi delle arie – molto meglio quelle belle parole forti, irriverenti che significano qualcosa e sono capaci di creare mondi, di spingere l’asticella della lingua un po’ più in là, oltre i confini dell’ovvio. Le sorelle March, pur nella loro irriducibile diversità rispetto ai personaggi creati da Mark Twain, usano la lingua viva dell’oralità, una lingua reale, non confezionata, non addomesticata dalla penna dell’autore. Una lingua cui questi scrittori attingono a piene mani. Senza deriderla perché goffa e imperfetta, senza correggerla perché sbagliata, senza domarla perché di cattivo esempio, senza migliorarla perché troppo semplice, troppo infantile.

Frank Baum viene da qui. Dal bambino affetto da angina pectoris che non può correre e arrampicarsi sugli alberi come i suoi compagni e passa le giornate in compagnia degli amici immaginari dei libri che legge e divora per ammazzare la noia. Dalle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen, dai cassetti senza fondo della sua fantasia. Il meraviglioso mago di Oz è la sua rivincita sui finali tragici di queste fiabe, sulla morale impartita a suon di spaventi e mostri e angosce. Se “i cercatori di morale” Twain li mette al bando, Baum li tormenta facendogli il solletico sotto i piedi finché il loro cipiglio non si scioglie in gioia e il broncio non esplode in riso. Lo dichiara lui stesso nell’introduzione al romanzo:

L’educazione moderna prevede l’insegnamento morale; quindi il bambino di oggi, nei racconti fantastici che legge, cerca solo ed esclusivamente divertimento e svago e fa volentieri a meno di tutti quegli episodi spaventosi. A partire da questo presupposto, la storia del Meraviglioso mago di Oz è stata scritta soltanto per far divertire i bambini dei nostri giorni. Aspira a essere una favola dei tempi moderni, che mantiene intatte la meraviglia e la gioia e lascia fuori l’angoscia e gli incubi.

Forse è per questo che “la pura delizia” e “l’aria da panetteria”, per dirla con Ray Bradbury, del libro di Oz furono inizialmente accolte con grande freddezza da editori perplessi, educatori inflessibili, maestre un po’ acide e genitori preoccupati – altro che aria da panetteria! Una delle spiegazioni a questa ostilità diffusa è certamente da ascriversi allo stile troppo semplice e piano, e quindi considerato poco letterario, dell’opera e alla mancanza di una chiara morale, di un messaggio pedagogico. Lo psicoanalista Justin Call ha messo in luce come i processi logici presenti nel libro siano simili al modo di pensare dei bambini: una forma di pensiero dominata dai desideri, dalla paura e da un’immaginazione di tipo visivo; un pensiero “magico” che non tiene conto delle categorie di spazio e tempo, dei nessi di causa-effetto o della logica. I personaggi parlano e ragionano secondo schemi infantili: di qui le ripetizioni, le incertezze, i veri e propri ritornelli, come quello di Dorothy, che di fronte a ogni ostacolo continua a chiedere, imperterrita, “E adesso come facciamo?”. O i desideri dei protagonisti della storia, ripetuti sempre uguali fino a diventare dei veri e propri tormentoni: “Voglio tornare nel Kansas” per Dorothy, “Voglio un cervello” per lo Spaventapasseri, “Voglio un cuore” per il Boscaiolo di latta, “Voglio il coraggio” per il Leone Codardo.

Un fotogramma tratto da “The Wizard of Oz” (Fleming, 1939).

 

Di contro all’accoglienza fredda e ostile degli adulti, i bambini si innamorarono all’istante dei personaggi e della storia di Il meraviglioso mago di Oz, tanto da iniziare subito, e con una certa insistenza, a chiedere al suo autore di scrivere altri libri ambientati a Oz: a una bambina di nome Dorothy che aveva affrontato un lungo viaggio per andarlo a trovare promise che alla millesima letterina del millesimo bambino che gli chiedeva di dare un seguito alle avventure della bambina del Kansas lui lo avrebbe fatto. E così fu: scrisse in tutto quindici libri ambientati nella terra di Oz.
Da quel lontano 1900 a oggi The Wonderful Wizard of Oz è stato letto da oltre dieci milioni di persone. È uno dei quindici libri più venduti in America. Con più di dieci milioni di copie vendute e ventidue traduzioni in altre lingue (tra cui il Tamil e il serbo-croato) e, con i suoi quasi 120 anni, resta uno dei libri più apprezzati dai bambini di ogni tempo e di ogni paese, confermandosi “la fiaba americana più famosa e amata”, come ha scritto Martin Gardner nell’introduzione a una delle ultime edizioni americane.

Oz a scuola

Il meraviglioso mondo di Oz è soprattutto una fiaba liberatoria. L’ho potuto verificare nel corso delle 24 ore di laboratori che ho svolto nelle classi quarte e quinte delle elementari e nelle prime medie di alcuni paesi marchigiani, nella provincia di Fermo: Altidona, Campofilone, Monterubbiano, Pedaso. I laboratori fanno parte del progetto “La voce dell’altro: il traduttore in classe” (a sua volta progetto collaterale di BookMarchs – L’altra voce, festival dei libri e dei loro traduttori la cui ultima edizione si è tenuta in undici comuni tra la provincia di Fermo e di Ascoli Piceno a inizio settembre) e portano, per l’appunto, tra i banchi di scuola i traduttori letterari. I bambini leggono precedentemente con i docenti il libro proposto e, in un secondo momento, incontrano il traduttore, che racconta loro qualche aneddoto sulla vita dell’autore, alcuni aspetti del proprio lavoro, il perché di certe scelte traduttive, risponde alle loro domande, propone piccoli esercizi di traduzione. E, come nel racconto La freccia nera di Michele Mari che narra la storia di un bambino “salvato” dalla traduzione, ho scoperto, con mia grande sorpresa, quanto sia liberatorio per i bambini incontrare il mondo della traduzione, e storie come quelle del meraviglioso mago. In quasi tutte le classi ho trovato bambini che “abitavano” due lingue, perché stranieri di seconda generazione, o con un genitore italiano e l’altro di una diversa nazionalità, oppure figli di inglesi, tedeschi, svedesi che hanno deciso di venire a vivere nelle colline marchigiane. Soprattutto nei primi due casi all’inizio i bambini cercavano di dissimulare la loro provenienza geografica e linguistica italianizzando i loro nomi o inventandosene di nuovi, più “accettabili” e comprensibili. Un bambino albanese, ad esempio, ha detto di chiamarsi Luigi, mentre un suo compagno di origine tunisina ha “normalizzato” il suo nome, Ayman, in Adam. Io ho fatto finta di nulla e ho cominciato a raccontare chi è il traduttore, e del suo lavoro di mediazione culturale. Di cosa significhi l’incontro con l’altro, che resta straniero, estraneo, potenzialmente pericoloso, finché non lo conosciamo, di come sia importante accoglierlo rispettando la sua alterità e allo stesso tempo arrischiando, in questo incontro unico e irripetibile, anche la nostra identità. Di come questo incontro ci renda migliori, con un cervello più pronto, un cuore più grande, un maggiore coraggio, per dirla con Baum. Di quale enorme ricchezza abbia tra le mani chiunque si trovi, fin da piccolo, a vivere questa condizione di bilinguismo, questa atmosfera di incontro, di traduzione, di viaggio. E dopo un po’ si è verificato un piccolo miracolo: il bambino albanese ha alzato la mano dicendo fiero che in realtà lui si chiamava Luan, un’altra ragazzina ha dichiarato orgogliosa di saper parlare anche ucraino e un po’ di russo, un’altra di avere un “nome parlante” – proprio come i Munchkins, i Winkies e i Quadlings, i popoli delle terre dell’Est, dell’Ovest e del Nord descritte dallo scrittore americano –, un nome che significava “luce”, Nur. Ecco che di colpo la diversità è diventata ricchezza, motivo di orgoglio. È bastato aprire il cassetto “O-Z” dello schedario di Baum, oltrepassare le sabbie mobili del deserto che, da ogni lato, circondano la terra di Oz, ri-trovarsi nei personaggi di questa fiaba moderna, inforcare gli occhiali dalle lenti verde smeraldo della città governata dal grande e terribile Oz per vedersi finalmente con occhi diversi. E scoprire che le streghe cattive non sono poi così cattive, visto che quella dell’Est rimane schiacciata dalla casa di Dorothy all’inizio della storia e quella dell’Ovest viene neutralizzata da un secchiata d’acqua. Tutto qui. Già, perché il terrore e lo sgomento nel regno incantato di Oz durano soltanto un battito di ciglia. Basta mettersi comodi e lasciarsi scaldare dal sole perenne di questa terra che non conosce inverni, portarsi dietro “ventagli, creme contro le scottature solari”, come raccomanda Bradbury nella prefazione al libro, e godersi il viaggio, pensando solo a divertirsi.
Io te l’avevo detto che la morale non c’era!” ha esultato un bambino, dopo aver ascoltato la storia del libro, guardando la maestra con aria soddisfatta, e un po’ di sfida. Sì, Baum ci ha liberato anche da questo. Solo una cosa continua a chiedere ai suoi bambini amatissimi, dal 1900 all’eternità: intraprendete questo viaggio meraviglioso, crogiolatevi al sole d’agosto di queste terre estive, inforcate un bel paio di occhiali con le lenti verde smeraldo, indossate il vostro sorriso più largo e, soprattutto, divertitevi.

Stella Sacchini