Ovvero di chi vuole scrivere in prima persona piuttosto che mettere in piedi un teatro di marionette nel senso deleterio, nel senso di fiction. Queste parole difatti sorgono su macerie di personaggi d’invenzione, tratteggiati per ammiccare a comando. Si chiamava Nicolò Battello il protagonista che occupava queste righe con un bel discorso diretto, ambientato in una fauna urbana inventata di sana pianta. Basta, non mi va. Voglio scrivere ma mettere in piedi un teatro di marionette quando ho il materiale vivo e pulsante della vita, è una buffonata. Farò un calco della schiuma dei giorni alla maniera di Boris Vian, vedi te se considerarlo invenzione letteraria. I-o intanto preparo il gesso.

Voglio scrivere ma non sono disposto a tutto pur d’essere pubblicato: per quanto grande sia lo sforzo, non c’è nessuna novella in vista. Questo libro sarà composto col sangue, magari tiepido, cosa poi tutta da vedere sempre deciderai di lasciare via libera al flusso dei significati più venerei. Parole che ribadisco sono il calco reale di un cervello che è stato vivo. Volevo fingere Marco Battello fosse depresso per poi partire in suo soccorso, c’è solo un problema: non sono depresso! Piuttosto sono arrabbiato e per niente in vena di giochetti ed essere diretto, sincero, guadagnarmi la tua fiducia, sarà quello cui mirerò. Non ti sembra bastare? In questo caso sottovaluti la tua stima.

L’arrabbiatura mi è montata da un incontro avuto ieri sera con un’amica. Durante un aperitivo ha avuto la premura d’interessarsi alla mia seconda attività di questo periodo: – Chi è il protagonista del tuo romanzo?

– O porca miseriaccia Sylvi! Vuoi anche sapere come si chiama l’antagonista e dov’è ambientato?!

– Sono domande legittime – potresti portare acqua al suo mulino. Quanto a me, la questione m’appariva tutt’altro che innocente. Piuttosto sentivo il puzzo di quella mediocrità che quando abbassi la guardia, s’infiltra tra i pensieri come nebbia.

– Mi conosci no?! Sai come la penso su mezzi e fini… non decido dove andare a fare il turista e poi ci vado ma decido come andarci e poi ci arrivo. – le ho detto tronfio ma irritato.

– … – Sylvi mi oltrepassava con lo sguardo, dietro di me c’era un muro ricoperto di locandine.

Nella mia filosofia turistica, una meta non è più importante di un’altra per partito preso. Non sono per nulla dogmatico, al contrario sono pragmatico: ai miei occhi è fondamentale valutare le motivazioni attuali appena è possibile farlo, poi farò o meno il passo successivo. Cosicché prendere una direzione sarà il risultato di un processo graduale che decisione dopo decisione, condurrà a un arrivo che non sarà il motore trainante, ma il traguardo naturale di una concatenazione d’azioni giuste. In questo modo è possibile correggere il tiro quando gli errori sono ancora minimi. Questo sistema non è un’ottica fissa ma uno zoom: aumentando l’ingrandimento ogni mezzo diventerà un piccolo fine da verificare. Saper usare questo zoom corrisponde al prendere in mano il timone della propria condotta etica, in parole semplici è avere una coscienza e sapersene servire; la conseguenza sarà un laicissimo vivere bene. Il processo contrario invece è allo stesso tempo così semplice da diventare difficile. Perché dove il primo garantisce il giusto nel microcosmo delle azioni, il secondo, diminuendo l’ingrandimento a favore dell’ampiezza di campo, collega alla fonte di tutte le cose. Il metodo pratico per aumentare l’ampiezza di campo si chiama meditazione. Seguimi e ti mostrerò il collegamento a questa presa di corrente universale.

Al lato opposto del processo ponderato che mi sta a cuore, sta il salto nel vuoto, il drop come lo chiamiamo con gli amici freerider. Quando andiamo in mountain bike, fare un drop significa piovere giù da una passerella di legno. Drop in inglese vuol dire goccia. In genere la passerella, nonostante la pendenza del terreno, prosegue orizzontale per svariati metri. Questa differenza di angolazione creerà un dislivello e più la passerella proseguirà orizzontale lungo un tratto in pendenza, più si staccherà dal terreno e sarà lunga la caduta nel vuoto. Indispensabile la pendenza dell’atterraggio sia ben proporzionata alla velocità di caduta. Difatti è sconsigliabile atterrare dopo molti metri di volo su un punto pianeggiante, pena una gran botta. Il drop è una di quelle cose che non permettono di essere affrontate gradualmente: o lo si fa o ciccia. In ogni caso devi decidere prima, non puoi cambiare idea a processo avviato. Quindi il momento di esercitare tutta la prudenza è antecedente a quello dell’azione. Una volta in sella la riflessione sarà sostituita dall’attenzione peculiare al secondo processo, non quello che stringe il campo, ma quello che offre il massimo della concentrazione alla totalità dell’ambiente circostante; per cui i sensi saranno attivati a trecentosessanta gradi, per reagire e salvarti il culo in caso di necessità. Curioso che il verbo inglese drop faccia riferimento anche all’assunzione di LSD.

Una decisione inamovibile è un vincolo e come tale produce ansia. Almeno in me, per il semplice motivo che esclude la scelta di altre possibilità a decisione avvenuta. È pescare una carta dal mazzo. Non si può tornare indietro ma al tempo stesso, andare avanti, ti potrebbe dare molto gusto, sempre tu abbia valutato correttamente il tuo drop. Ci sono tanti vincoli nella vita, ognuno è una decisione presa più o meno coscientemente. Sono i passi della progressione che porta a problemi irrisolvibili come alle più grandi soddisfazioni. Lo stesso Archimede si gasava di brutto col suo: “Datemi un punto d’appoggio e con la leva solleverò il mondo!” …sborone. Allo stesso tempo il concetto è chiaro: senza punti fermi non c’è forza. Senza forza non c’è azione. Senza azione non c’è movimento, col risultato che ciò che si muove lo fa grazie a un punto fermo iniziale. Questa conseguenza paradossale che potrebbe suscitare sospetti, coincide a grandi linee, facciamo a grandissime linee, con la teoria della relatività di Einstein; mica paglia!

Alcuni movimenti però sono più pericolosi, perché dopo averli causati, non puoi più ripensarci. Se sgarri potrebbero diventare il sigillo alla storia della tua vita: kaputt. Oppure potrebbero renderti un potenziale omicida, dipende verso cosa indirizzi gli sforzi. Uccidiamo continuamente in modi più o meno evidenti: i nostri consumi quotidiani armano eserciti di mercenari, di cacciatori di materie prime. L’essere umano è il predatore al vertice della piramide alimentare, è l’animale che concepisce il giusto e che si bea di averlo concepito, contentandosi.

Dal canto mio, per niente contento, ho sottratto Sylvi alle locandine proseguendo nel monologo piccato, dandole inconsciamente un valido motivo per non cercarmi più; per lasciare un sacco di tempo alla scrittura.

– Nel mio viaggio il dove-andare è un pretesto, è un contorno. Magari indispensabile ma ciò non toglie che rimanga un pretesto. Il dove-andare non diventerà mai un fine. – non le ho lasciato via di scampo e ‘sto giro la tensione se l’è sorbita proprio tutta. E ancora: – Nel tempo libero o quando posso scegliere, cerco sempre di fare solo cose che mi sembrano giuste e pure belle! Ma devono esserlo da principio e continuare ad esserlo a ogni singolo passo.

– Tu non conosci il sacrificio. – a breve avrei capito che la tensione che le avevo scaricato addosso, me l’aveva restituita con queste parole tranquille.

– Ma ti pare che andare in ferie, viaggiare, debba essere un sacrificio? – il suo sguardo m’ignorava di nuovo. I miei limiti le si erano palesati e aveva cessato di badarmi.

– Dove vengo trascinato è una conseguenza. Non è l’aver rispettato un vincolo. Capisci Sylvi?! Perché autolimitarsi? Ci penserà il mondo ad ostacolarti, ci penseranno gli imprevisti! – qui mi sorgeva un dubbio, pian piano ci sarei arrivato e ora ne sono quasi sicuro. Stava pensando al sacrificio che si fa per amore di qualcuno. O peggio, di qualcosa.

Le schegge secche seguite al fragore di legno spezzato, pungevano l’aria. Il naviglio di parole a cui stavo lavorando con tenacia, era andato in frantumi superando sul tempo la bottiglia che l’attendeva al varo. Ancora in cantiere, il senso comune l’aveva colto al pari d’una mareggiata tutt’altro che anomala. La forza antica delle regole, si era espressa attraverso la bocca polposa della mia amica. Col risultato che il mio amato sommergibile, cozzava ancor prima di uscire dal porto. Eppure non potevo permettere il naufragio pre-varo del mio romanzo, mai e poi mai!

Per fortuna Sylvi è come sale sulla ferita quando la responsabilità della contusione è tutta mia. Mi vuole bene, altrimenti perché avrebbe portato pazienza non rispondendo colpo su colpo alla mia stizza? Per dirla tutta: affetto e compassione sono in lei miscelati in parti uguali. La tal cosa potrebbe anche non giocare a favore della mia autostima. Ma perché mai m’irritano così tanto le ovvietà della tradizione che le hanno attraversato la bocca? Sarà per via di quelli che, invece che tenerla viva, finiscono con l’adorare un passato del quale si dichiarano custodi? Al tempo stesso, queste strutture, queste regole, non smettono di venirmi in soccorso; come a tutti coloro che traggono beneficio dalla civiltà.

Dunque non sono pessimista nei confronti delle persone. Tantomeno lo sono nei confronti delle loro strutture e delle creazioni che ne conseguono. Trovo in caso che la sensibilità al bene sia piuttosto diffusa. Spesso però l’ignoranza deforma i contorni delle azioni rendendoci irriconoscibili. Mentre partiamo tutti fagotti coi bei piedini, la necessità di camminare ce li deforma. Ricordarci com’erano, come è stata dura vederli cambiare, sarà un buon passatempo. Le nostre fondamenta, i princìpi di cui ci siamo alleggeriti strada facendo, sarà bene spolverarli di tanto in tanto. Accostarsi al profondo significa ricordare cosa c’eravamo proposti di fare e cosa avremmo voluto evitare. Il male stimola la creatività umana, rendendola feconda nell’inventare sempre nuove scuse per ricadere in vecchie debolezze.

Il regalo più bello che puoi fare al bambino che sei, non dico che sei stato o stata, dico proprio che sei, perché è lì dietro mille maschere, come se ogni ruolo o regola cucita addosso, sia calcare da rimuovere con l’aceto. Dicevo, una volta risaliti di strato in strato fino a ritrovarti a quattrocchi col marmocchio, quando ce l’avrai di fronte, regalagli una chance. Non c’è niente di meglio di fargli fare l’astronauta quando era il suo-tuo sogno. Urca, dovrei fare l’assassino seguendo questa logica però. Di preciso da piccolo volevo diventare un militare, il mio lavoro sarebbe stato fare la guerra. Cioè uccidere a buon diritto, o, detto in altri termini, sognavo di acquisire all’interno della società, il ruolo di chi è autorizzato per il bene comune, a impugnare un’arma con la quale uccidere altri esseri umani.

Immaginavo la guerra, ci giocavo sempre, ero proprio fissato. Sarà che un nonno è stato maresciallo nell’esercito e l’altro andava ogni settimana a camminare in montagna. Cosa che mi dava l’idea d’essere strettamente legata alla guerra, al di là delle montagne traforate di trincee. Perché andare in montagna è sopravvivere in un ambiente ostile. A pensarci sono due lati della stessa medaglia: prima devi saperti mantenere vivo in mezzo alla natura, poi puoi iniziare a pensare di uccidere, se sei ancora vivo e in forza. Questi nonni la seconda guerra mondiale l’avevano attraversata, il primo nelle retrovie in Russia, con mansioni organizzative; il secondo, essendo l’unico maschio a provvedere alla famiglia, mi pare abbia ottenuto un esonero, se così si può dire. Credo nessuno dei due abbia mai ucciso un uomo. Ma in televisione vedevo i film di guerra e i protagonisti delle serie televisive come dei cartoni animati, sparavano tutti e volevo sparare anch’io.

Per adesso mi limiterò a pigiare i tasti fino a primavera. Questa è la missione che mi sono affibbiato. Voi catalogatelo come vi pare questo pigiare, forse non verrà mai stampato su un foglio di carta, rimarrà un testo elettronico. Il che non è male per un ambientalista come me. Pigerò un romanzo introspettivo, un saggio filosofico divulgativo, un’autobiografia ragionata, un percorso esoterico-urbano-elettronico-terreno-materico, pagano e positivista, illuminista, tutto in uno. Come l’uno è in tutto. Terminerò questo travaso di roba strettamente umana prima che mi pigli la smania di vivere, prima che il tepore del sole divenga irresistibile. Sarò antropocentrico come pochi altri. Voglio fare uscire l’uomo tutto intero dal codice, dall’alfabeto, dalle parole ordinate. Per farlo mi servirò di una mente in grado di astrarre, di duplicare, di adeguarsi alla res extensa. Ma l’uomo è anche un corpo caldo, sudato, che da piccolo è stato un bambino coccolone.

La parte difficile potenzialmente suicida, che per questa sua natura rimanderei a lavoro concluso, sarà trovare un editore. Intanto scrivo per vizio e ho tutto quello che mi serve a proseguire un’intera stagione. Se vorrai seguirmi dentro il guaio in cui mi sono cacciato, ti dirò anche perché scrivendo sento di onorare un debito. Nel frattempo m’adopero a corazzare il naviglio per far sì la sua deriva possa durare decenni. Un file nella rete che prenderà polvere su server sconosciuti, fino al giorno in cui una testa calda lo troverà. Sarà una mente svelta cui le risposte usuali non sono bastate, pescherà lì dove galleggiano milioni di relitti di storie sbilenche, frammenti rubati, oscuri e taglienti. Soffierà via la salsedine dal codice e rischiarerà le notti bianche. Un e-book strappato all’oblio degli abissi informatici verrà interrogato sulla natura umana. Il sottofondo sarà uno sfrigolio elettrico, il girare di una ventola. Forse verrà letto in un altro sommergibile o sotto le coperte, quando le giornate saranno oramai troppo corte. Perché sarà un libro scritto d’inverno per essere letto d’inverno.

– E se uno lo leggerà in spiaggia quando il solleone picchierà perpendicolare e saranno al contrario le ombre ad essere corte?

– Più facile venga scoperto in tempi di magra come una provvista più affamata di chi la mangerà!

– Chi può dirlo…

– Chi lo immagina.

 

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Il brano è un estratto dal romanzo L’amo. Non fidarti, di Andrea Marcellino