Le stelle vicine, la prima opera in prosa del critico e poeta Massimo Gezzi, in dodici racconti appena pubblicati

 

È il narratore che racconta tutto, o quasi. La sua voce si muove dentro uno spazio che è contaminato da un trauma incipiente. La realtà, il mondo, le sue cose, sono già disseminate di crepe, bastano pochi passi nel testo per scorgerle. Possono essere ombre che emanano tristezza, o dettagli grotteschi che trasudano un ghigno. O ricordi che si accavallano verso regressioni non sempre rassicuranti. I racconti sono tutti in prima persona, confessioni di un io narrante. La storia procede, il piano è inclinato, finché al giro di curva si sbanda definitivamente nelle spirali dell’Unheimlich. Ciò che è familiare si rivela spaventoso, le voci dei narratori si specchiano così nelle macerie cascanti del fallimento, o si trasformano in un urlo liberatore di gioia, o in uno spasmo di nuova consapevolezza. La storia si compie, si cristallizza fino a divenire lucente come quella delle «stelle vicine» che ci fissano dal cielo, algide ed enigmatiche. Il destino si è compiuto, era già scritto.

Massimo Gezzi (1976) con Le stelle vicine (Bollati Boringhieri, 2021) ci consegna la sua prima opera in prosa, dodici racconti, dopo decenni di scrittura poetica, di raccolte, reading, saggi critici e filologici, curatele su opere grandi poeti del ‘900.

I racconti nascono con una impronta realistica. Reportagistica quasi, nel senso di descrittiva, fotografica. Dove a parlare sono le cose, gli oggetti, le frasi assertive che aprono squarci e ricordi nella vita dei protagonisti. È un’epica che procede per brevi tocchi. I personaggi che popolano i racconti sembrano spinti dalle emozioni, sono gli impulsi a dettare le relazioni che intercorrono tra loro. Le parole del testo ammantano un nucleo profondo che non si lascia fotografare così facilmente, ma vive nella pagina solo per ombre, presenze, rimandi, lapsus, una scia perturbante di segni. Ci sono storie più tragiche, che ci conducono verso l’avverarsi di una rottura e che riguardano soprattutto la vita adulta. Ci sono i racconti sulla gioventù, che aprono a crisi di rinnovamento, e quindi alla crescita, alla scoperta ustionante. Ma attenzione: i piani si confondono. Gioventù e senescenza, ripiegamento e scoperta, crollo e slancio spesso si mescolano. Si veda una delle epigrafi scelte dall’autore, una frase di John Steinbeck da Furore:

«Ma qui si sta bene. E le stelle sono così vicine, e la tristezza e il piacere sono così intrecciati che sembrano la stessa cosa».

E così Le stelle vicine sono racconti che toccano mondi eterogenei, dalla malattia all’infanzia, dall’ansia all’eros ma sono rivolti tutti verso un unico nucleo, incandescente, che non si lascia smontare o sedare.

L’ambientazione. Siamo nei primi anni duemila, la digitalizzazione è arrivata ma non è ancora così totalizzante. C’è stata la crisi finanziaria del 2007, lo si capisce nella storia di Carlo Tomassini, imprenditore fallito che dà fuoco alla sua fabbrichetta. E siamo in un’area geografica ben marcabile, che è quasi un cronotopo: le Marche del sud, per l’esattezza la provincia di Fermo, Porto Sant’Elpidio, Porto San Giorgio, Monte Urano. Chi ci ha vissuto, come chi scrive, può ben vedere emergere un familiare almanacco di tipi umani dal libro di Gezzi (nativo di Sant’Elpidio a Mare, espatriato a Lugano). I paciosi, quelli dotati di una dabbenaggine guascona; i fatalisti, quelli che osservano il mondo con un innato e ironico distacco; i truculenti. La natura è dolce, ma – attenzione – già Leopardi trasfigurava il paesaggio marchigiano in una landa ferina di lotta per la sopravvivenza, dove la luce della luna è complice di una regressione notturna e arcaica. Oggi all’orizzonte spuntano capannoni industriali ormai spesso sfitti o abbandonati. È un pezzo di mondo in cui, per un paio di generazioni, il benessere del dopoguerra, col suo boom e il suo turbo artigianato industriale, si era innestato su una società dedita all’agricoltura e alla pesca, così creando un bizzarro ibrido di modernità e civiltà contadina. Ma il denaro, che era penetrato a fiumi, ora evapora a vista d’occhio, disseminando il panorama di siti che esibiscono un’opulenza decaduta, se non platealmente in rovina, sulla strada costiera o lungo i tornanti pedemontani.

È in questo universo che vediamo Le stelle vicine sorgere con le loro storie. In pochi paragrafi uomini e donne si confessano in monologhi dove si mette a nudo tutto e si lasciano uscire fuori i propri fantasmi. Siamo nel bar di paese, dove si bestemmia forte (Cinghiale), o fra i teppistelli di provincia che popolano le corriere per andare a scuola (Il controllore). Siamo nella vita che collassa su sé stessa, dopo la morte causata a una sconosciuta in un incidente stradale (Niente). Siamo nella malattia, quella osservata da un’infermiera (Sine materia) o di un professore che si lacera nella sua fine, senza più capire le sue studentesse, modaiole e tristi (L’ultima cellula). Siamo nei deliri di una donna anziana, che nella fase terminale ha le allucinazioni (L’ultimo saluto di Cattivik), o nella confessione di un malato di epilessia che vede riflessi nei volti altrui i suoi spasmi (Il malcaduto). Siamo nell’adolescenza e nella gioventù, fervida di sogni, di premonizioni, di desideri di ritorno al grembo (Un rettangolo di sole; Il salto del pesce spada), nelle ossessioni da cui non si ha scampo (L’angelo), nel fallimento del padrone che dà fuoco al suo calzaturificio e cade nella sua stessa trappola, come un animale (Le stelle vicine) o nel desiderio che è una forza anarchica e disturbante portata da una nomade (La figlia del circo). Parlavamo di fantasmi, prima, perché i racconti sono, sì, realistici ma dentro pulsa qualcosa che è rimasto intrappolato tra superficie e fondale buio e ora rivendica la sua presenza nel mondo, tramite la parola scritta dei testi.

Ora lo stile. Chi scrive ha ascoltato Massimo Gezzi in numerose letture pubbliche. Ha letto i suoi testi grazie ai lit-blog. Conosce la sua opera di critico e filologo nella curatela del volume Poesie scelte di Luigi di Ruscio (Marcos y Marcos, 2019). C’è un lavoro pluridecennale dietro alla prosa dei racconti de Le stelle vicine. Frasi nominali, poche subordinate, similitudini e metafore che si innestano in frasi dal respiro più lungo e versificante. La lettura del testo acquista il ritmo ipnotico della scavatrice che stantuffa. L’evocazione del perturbante, delle ombre e delle voci, che si insinuano oltre la glassa del reale, avviene con semplicità ed è per questo che lascia chi legge tutt’altro che indifferente. Ne forniamo un piccolo assaggio dall’incipit di uno dei racconti forse più belli del libro, Il malcaduto, che è la confessione umana e triste ma piena di speranza di un epilettico di paese:

«Io quando mi viene il malcaduto però non vorrei mai cadere. Provo, provo a restare in piedi, ma poi la terra mi chiama e crollo. Crollo come un palazzo, come quello che ho visto demolire mesi fa giù alla Fornace. Barcollo, poi cado per terra e non mi ricordo più niente. Renato Controvento, mi chiamano tutti, perché anche quando cammino ondeggio, barcollo contro il vento misterioso di questo paese meschino. Barcollo ma non me ne vergogno e passeggio per i viali, di pomeriggio. Entro nel bar. Ordino un caffè o un chinotto, se fa caldo. I ragazzi certe volte mi parlano con disprezzo. Imitano la mia voce perché non parlo bene. La mia lingua somiglia alla mia camminata, se ci penso: scivola, si intreccia. Dico le cose con un ghigno storto e i denti opachi che si affacciano dal buco delle labbra. Non mi guardo mai allo specchio, mentre parlo, perché non voglio cominciare a chiamarmi Controvento pure io».