La DAD (didattica a distanza) ha messo in luce delle criticità che riguardano l’onestà e la lealtà

 

Una settimana: tanto è bastato perché “didattica a distanza” diventasse la sola possibilità di tradurre in parole il carico che alunni e docenti si sono sobbarcati nell’ultimo trimestre del 2019-‘20. All’impiego del nesso non si era ancora arrivati con il dPCm del primo marzo, la cui calibrata genericità si era limitata a contemplare la «possibilità di svolgimento di attività formative a distanza» . La prima occorrenza ufficiale dell’espressione (con «didattica» in luogo di «attività formative») si è registrata tre giorni dopo, ma restava caso isolato e opzione minoritaria rispetto ad altre diciture. Con la nota ministeriale dell’otto marzo, testo più dettagliato benché non chiarificatore in senso assoluto, la “didattica a distanza” è entrata con forza nella lessicografia di settore, spazzando via, per l’occasione, ogni possibilità di resa sinonimica (la locuzione ricorre qui otto volte).

Nel giro di qualche ora e sulla fiducia di un paio di connessioni stabili è dunque nata la DAD, sigla rassicurante al servizio di una nozione di per sé aleatoria e nebulosa. Agli amanti del complotto, come pure ai seguaci dei Bartezzaghi, non sarà sfuggito il ventaglio di grotteschi scenari cui le acronimizzazioni alternative avrebbero dato corpo: “didattica on-line” avrebbe comportato un allarmante DOL, “scuola a distanza” un controproducente SAD. “Lezioni on-line”? LOL, una barzelletta. Qualche validità in più per “scuola on-line” (SOL), iniezione di musica e luce (“ne avevamo bisogno”, si sarebbe detto) che avrebbe, però, lambito pericolosamente la solitudine che solo i più forti possono amare e, ad un tempo, il campo della sòla romanesca. Con “lezioni a distanza” si sarebbe certo andati verso il giovanile, ma LAD – benché alluda ai ragazzi – è però sigla forse troppo evocativa di scudieri e dell’intollerabile epos della “guerra contro un nemico invisibile” (un peccato: rivolgersi a lads e ladies non sarebbe stato male, tutto sommato). Con DAD si è arrivati dritti al punto: un’immagine confortante come un papà affettuoso, per giunta mediato e universalizzato dall’inglese, in grado di gonfiare di significati simbolici una missione che si prestava soltanto ad essere perseguita. Un riferimento al genitore – ma senza limitazioni di genere – della cui vicinanza l’alunno ha idealmente bisogno? Un invito a sposare il ruolo di formatore a prescindere dalle difficoltà, come solo un padre di patriarcale memoria saprebbe fare? Un’energica esortazione a sentirsi, più che cavie, pionieri e nobili progenitori del sistema del futuro?

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Qualunque fosse la sostanza sottesa al concetto, oltre al dichiarato intento di garantire alla scuola una parvenza di ordinarietà e verosimiglianza, è un fatto che gli insegnanti della primavera del ’20 – non tutti, ma in buona parte – l’abbiano fatta propria, gettandosi di petto nella sperimentazione di modalità comunicativo-interattive finora esplorate solo al minimo (dum docent discunt). Mosso da necessità, il plotone dei tre mesi all’anno di vacanza ha sacrificato da subito la possibilità di “non portare il lavoro a casa”, rinunciando a una fetta di privato in nome di una sovra-esposizione che non dovrebbe rimandare all’eroismo, ma al massimo al senso di responsabilità. Per questo i docenti del covid non hanno avuto, sulla carta, di che lamentarsi: forti di un lavoro sicuro, si sono formati come mai avrebbero pensato di fare. Eppure, a poche settimane dalla maturità, il livello di frustrazione della categoria è giunto ai massimi storici.

Dopo l’autocelebrazione e l’entusiasmo di inizio marzo (piuttosto breve, per la verità), la stabilizzazione della scuola telematica ha fatto emergere alcune evidenti “criticità”. Di queste ultime (da virgolettare perché ormai della risma di “resilienza”, “lockdown” e “smart working”, che non è sinonimo di “telelavoro” – più interessante, a suo modo, il ripescaggio del nomen agentis “decisore”) si è scritto a fiumi. Ogni singola componente del sistema scolastico si è vista, a rotazione, adeguatamente rappresentata nel dibattito pubblico. Non si è – a ragione – sorvolato sul digital divide (tra strati sociali, gruppi anagrafici e aree territoriali), né sulla questione del monopolio di google o sull’assenso alla cessione di informazioni personali. Dal punto di vista di alunni e famiglie, ferma la necessità di uno sguardo attentissimo alla situazione dei più piccoli, si è rilevata ancora una volta la dannosità dell’esposizione prolungata a schermi, in linea con l’assenza di contatto umano e i conseguenti scompensi emotivi e relazionali. C’era poi il problema della mancata inclusività del mezzo, dell’esclusione dei marginali e dell’ingiusto vantaggio accumulato da chi, semplicemente, si è potuto connettere senza intoppi. Quanto ai docenti, immediata è stata la messa in guardia dal rischio della degenerazione dell’insegnamento in nozionismo, trasmissione verticale più che mai asettica e gentiliana. Il dilemma del voto ha infine assunto importanza centrale: ammesso che abbia senso, come e cosa si dovrebbe valutare? Ma proprio mentre i più concettosi si scatenavano in considerazioni sul grado di realtà dell’interazione virtuale, il prezzo del contributo degli insegnanti si è alzato vertiginosamente. Molti di loro hanno fatto i conti con un’ulteriore criticità: non una questione di realtà, ma di lealtà individuale che spesso è venuta a mancare. Tra le ragioni di un simile sfacelo, il “tutti promossi” dei primi di aprile (variamente interpretato e ritrattato a più riprese) sembrerebbe aver avuto un certo peso: si fa, ma non si dice.

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Tra Meet e Skype, il corpo docente aveva inscenato un gioco: “facciamo come se fosse tutto normale?”. Una sola regola, peraltro non severa: il “come se”. Era la ricerca di un’alleanza, il tentativo di mettersi su uno stesso piano (compagni di giochi, mutuo soccorso, stessa barca) perché ciascuno compisse il proprio dovere e l’anno si potesse convalidare senza impedimenti. Dalla loro, gli adulti hanno messo al servizio del gioco un impegno quadruplicato, hanno visionato, corretto e rispedito documenti di ogni ordine e grado (a volte nemmeno aperti dagli interessati) e si sono resi reperibili via chat senza limitazioni di orario (la mail, se arriva, è scritta per intero nell’oggetto). Hanno, a loro modo, cercato un contatto attraverso la condivisione dei disagi dei loro stessi studenti.

A fronte di queste premesse e nonostante alcune gratificazioni, l’esito del gioco è stato fallimentare. Si è arrivati a interrogare i ragazzi bendati, a farli camminare di fronte al computer, ad attuare perquisizioni in tempo reale del piano di lavoro, ad attivare la “condivisione dello schermo” e a chiedere che le mani fossero in vista. A simili pratiche retrograde, ispezioni poliziesche dal sapore di controllo sociale, gli insegnanti-papà della DAD sono arrivati loro malgrado e dopo aver ricevuto coltellate a cadenza quotidiana: avevano, forse, interpretato l’acronimo troppo alla lettera.

Un risultato tanto deludente non è semplicisticamente legato al copiare, virtù semi-odissiaca e “gioco nel gioco” (bravo chi ci riesce!) che in fondo è la norma. Poniamo una situazione di partenza ottimale: un computer funzionante per ogni alunno, connessioni capillari e ragazzi alfabetizzati all’utilizzo del mezzo. Dall’altra parte, braccia aperte e cuore in mano. In cambio ci sarà il rischio di ricevere: a) copiature dai peggiori siti pronti all’uso; b) interrogazioni simili a goffi reading senza intonazione; c) comparsate di genitori-suggeritori (certe sibilanti, se sussurrate, si sentono sempre); d) sparizioni di ragazzi (per singole ore o interi mesi); e) strategici problemi di connessione/webcam/microfono (mai verificabili); f) il ricorso alla pandemia come macro-alibi collettivo. Passi, forse, solo per la gag dell’ammutolire (da ora e per sempre “mutare”) il microfono di chi è interpellato o del buttare fuori dalla conversazione altri utenti, docente compreso. Ciò dimostra come il punto non sia il copiare, ma qualcosa di ben più grave. Il punto è barare così. Barare adesso a queste condizioni. Mentire a qualcuno sapendo di farlo e guardandolo negli occhi. Sfruttare al massimo e a proprio vantaggio i disagi di un unicum irripetibile. Dalla prospettiva dei docenti, il punto è mandare giù tutto questo. Accettare di farsi mentire in faccia. Essere spettatori di un raggiro ai propri danni.

Pretenzioso sarebbe appellarsi a una lealtà in linea con la “legalità” istituzionale cui rimanda l’origine latina del termine: tanto più lo sarebbe in considerazione della nebulosità – anche in ottica esegetica – che caratterizza le normative venute alla luce in funzione dell’attuale stato emergenziale e che costituiscono, di fatto, le zone d’ombra che hanno consentito assenteismo e manipolazione dei risultati. Non si allude qui a un rispetto dell’istituzione scolastica “in conformità della legge”, bensì all’assolvimento dell’impegno morale che la biunivocità di un “patto” tra le parti – metafora fortunatissima e sempre valida, anche nel contesto di una simulazione attraverso il linguaggio del gioco – porta con sé (e che si ritrova, giusto per restare a bagno nel calderone dell’antico, tanto nella fides quanto nella sua antenata πίστις, specie se accantonata la loro applicabilità alla sfera della fede religiosa).

Le sole regole erano le regole del gioco. E gli scottati insegnanti della primavera del ’20 sono stati testimoni di quanto il gioco non abbia funzionato. Del successo della via più semplice, che si è rinnovata e sedimentata sotto forma di frasi pre-tradotte, esercizi già risolti, semplificazioni di semplificazioni che hanno trionfato al grido di skuolaxtutti.com. I docenti hanno vissuto traumi giornalieri che non possono esaurirsi in benevole esaltazioni dello stare a contatto con “i nostri ragazzi”. La DAD li ha cambiati, forse irreversibilmente. Si chiedeva agli alunni non la prestazione, ma l’onestà: non ne è emersa la scuola del futuro, ma quella di un presente problematico. Come padri, come primi rappresentanti della DAD, come genitori di ruolo, questo è forse un punto su cui riflettere in termini di educazione. Senza – si spera – il bisogno di annoverare la lealtà tra le competenze trasversali, previa voce su apposita tabella.

 

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