Ospitiamo su Argo le Cartoline da Durazzo di Julian Zhara; il ritorno del poeta in Albania, sua terra d’origine, lasciata a tredici anni per l’Italia.


Legal Alien in Albania
Postcards #Durazzo

 

#veneziatronchetto #direzionedurazzo

Sono nato a Durazzo. Ci sono rimasto tredici anni. Ci ritorno in questi giorni dopo tredici anni a Venezia. Otto anni in mezzo: una parentesi dove sono stato ospitato, con educazione, senza affezionarmi (sentimento decisamente corrisposto), dalla provincia padovana.

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Torno a Durazzo perché non riesco a scrivere nulla ed essere uno scrittore, poeta – nello specifico, può gratificarmi solo se mi proietto al futuro, non tanto a cosa ho scritto ma a cosa scriverò, e questa gratificazione è sepolta sotto uno strato di stanchezza e stress, personale e collettiva, che il Covid 19 ha solo intensificato. Devo attingere a questa gratificazione per equilibrare le controfigure che mi abitano, la cui maggioranza (le controfigure – sempre) mi infastidisce non poco, e in quel film dalla pessima sceneggiatura e dagli attori non professionisti che è la mia vita, ho confinato così tanti sogni, in così poco mondo, che a un certo punto mi sono accorto che il mondo dei sogni ha offuscato – con la sua ingombranza – la realtà. Quindi l’idea di partire. Da quanto ho chiamato casa negli ultimi tredici anni a quanto ho chiamato casa nei miei primi tredici anni. Mare per mare, porto per porto, erre arrotolata per erre arrotolata.

 

#veneziano #albanese

[Per chi non ha grande dimestichezza col veneziano, una delle particolarità più evidenti, oltre alla cantilena del dettato, rispetto al resto del Veneto, è proprio la erre arrotolata, uguale alla erre albanese. Oltre a vari termini che l’albanese conserva nel suo dizionario come sedia: karrige – in veneziano: cadrega; forchetta: pirun – in veneziano: piròn.]

 

#traghetto #anconadurazzo

Più del novanta per cento dei viaggiatori sono camionisti e in più di qualcuno rivedo il marchio di fabbrica delle barzellette sugli albanesi di fine anni Novanta: tuta, mocassino e collana d’oro. Sono approdato in Italia nel ’99 e ai tempi l’immagine dell’albanese era: da una parte l’uomo spacobotiglia/amazofamiglia, con un vestiario discutibile (vedi sopra) e come impronta di azione sociale le risse fuori dalle disco; dall’altra, grazie a Mediaset e Maria De Filippi, l’uomo albanese veniva incarnato nel ballerino di danza classica e moderna più famoso in Italia: Kledi. Per uscire da questa impasse, io ho scelto la poesia che è una via di mezzo tra le risse fuori dalle disco e la danza classica, come ho scelto di vivere in Giudecca, anche quella una via di mezzo tra Venezia e Durazzo.

 

#comestai #grazie #perché

In tutta la traversata, mi preparo al viaggio allenando il mio albanese con delle interviste immaginarie o discorsi da bar. Riprendo in mente i saluti informali: non “ciao” ma il corrispettivo in italiano di “come stai? bene?” (si je? mirë?) e per ringraziare non si usa, sempre in contesti informali, come al bar, il grazie, parola troppo lunga e scomoda (faleminderit – cinque sillabe per ringraziare qualcuno sono un po’ troppe) ma rrofsh (una sillaba – molto più efficace) che significa letteralmente: che tu viva! Ripeto a memoria i numeri, il Padre Nostro, cerco – con scarsi risultati – di esprimere in maniera chiara ma efficace, senza usare spie poetiche, il perché del mio viaggio, la differenza sottile tra corsa e fuga e le ragioni che mi hanno portato a scegliere il dolore come parete della mia stanza-cranio e abitarci senza scadenza di affitto. A pensarci bene, non riesco a farlo nemmeno in italiano.

 

#sigarette #accendino #intraghetto

Non trovo l’accendino. Devo ricordarmi come si dice accendino in albanese. Cerco su google. Çakmak. Con l’accento sull’ultima a. Pronuncio ҫakmak, ҫakmak, varie volte. Ogni volta che la pronuncio (ҫakmak), sento la scintilla, lo sfregamento della ruota zigrinata sulla piccola pietra cilindrica. Ma una sigaretta non si accende solo col suono della parola “accendino/ҫakmak”. Fuori fumano tutti e torno a notare il codice comportamentale del fumare in compagnia. Prima che il proprietario del pacchetto prenda la propria sigaretta, lo apre e lo offre agli astanti, suoi interlocutori, che ne prendono una o, in caso di rifiuto, portano il palmo destro sul cuore e fanno un leggero inchino.

 

#portodidurazzo #unbambino

Mentre la nave attracca, osservo la villa del re, sopra la collina. Lì dietro sono nato. Lì dietro ritorno a breve. Mi accorgo, adesso, di non essere solo. Ho un bambino che mi tiene la mano e quel bambino è identico alle foto che mi ritraggono da piccolo. La faccia corrucciata dai dubbi e gli occhi sempre tristi e sognanti. Sorride. Nessuno lo vede. Pensavo di essere solo in questo viaggio ma, a pensarci bene, c’è sempre stato lui vicino, soprattutto quando chiudevo gli occhi. Mi guarda e indica la collina. Capisco che devo portarlo dove mi chiede di andare da tempo. L’infanzia è il luogo mitico per eccellenza. Fellini, Malick, Tarkovskij le hanno dato delle coordinate comuni. L’infanzia è un barattolo messo dai genitori nello scaffale più alto. Come una marmellata da scucchiaiare ogni tanto, devo raggiungere quello scaffale e stenderla sul pane che sono. Vado ad addomesticare la tristezza negli occhi di quel bambino. Lo prendo per mano – devo. A fine viaggio dovrò addormentarlo per sempre, seppellirlo qui.

 

#viasalisala #condominio977 #sera

La via dove sono nato e ho vissuto fino ai tredici anni. Scuola Hajdar Dushi- condominio 977: 172 passi. Il bambino che ero mi segue per vedere se il suo migliore amico esce a giocare. Busso alla porta. Mi apre la madre. Mi sposto indietro e abbasso la mascherina. Sono io, non mi riconosci?

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Le volte che ho bussato a questa porta per chiedere se potevi uscire, se volevi scendere e giocare, o la sera, tenerla aperta finché non arrivavo a casa mia, venti gradini più giù, perché avevo paura del buio.
Le prime botte le abbiamo prese e date insieme, i primi amori confidati a te e tu a me; gli stessi sogni per tutta l’infanzia.
Eri il fratello che i miei non mi avevano dato.
Ci scambiavano i nomi.

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Poi a tredici anni io me sono andato e si cresceva distanti, sempre più diversi. Sei anni dopo, ti sogno; sono stufo, mi dici, con le ragazze non va bene per niente e la vita qui è una noia non so cosa fare sono stufo di vivere, mi dici, in sogno, davanti a una birra, in un pub, come saremmo stati se fossi rimasto, un pub come quello dove ho lavorato fino alle tre di mattina, quel sabato sera. Alle otto mi trovo mia mamma ai piedi del letto che trema, balbetta: L. è morto. In auto. Schiantati. Morto sul colpo.

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Tua mamma mi ha riconosciuto. Ha pianto. Non sono entrato. Ci ha tenuto a darmi un cestino di frutta e dei soldi, 2000 lek, per un caffè, soldi che ho rifiutato finché non mi ha detto: pensa di berti un caffè con mio figlio – con te, soldi che userò adesso per prendere due birre, come nel sogno, e portarti dei fiori dove riposi, berne una lì, l’altra la stappo e te la lascio.

 

#casadeinonni #letto

Dormo nel letto dove ho visto mio nonno morire. Dormirò lì tutte le notti che passerò nella città dove sono nato. Esorcizzo la morte così, ne dismetto l’idea. Nonno è l’unica persona che ho visto morire. Il colore del volto è diventato come la facciata del palazzo dove vivevo da piccolo. Sullo stesso letto, dove chiudo gli occhi, lo vedo spirare, sento il suo respiro sincopato, sofferto, aritmico, farsi silenzio, foglio bianco, dove a scrivere, da quattro anni, è solo il tempo biologico, in dissolvenza. Se passa il fantasma di nonno, sarò felice di salutarlo, so che vorrà solo proteggermi. Spesso nonno viene a visitarmi nei sogni e passeggiamo insieme. Quando era vivo, una delle ultime volte che gli ho parlato, mi ha detto di aver preso solo il biglietto di andata. Sto aspettando il treno che passi, shpirti gjyshit, amore di nonno, mentre con la mano mi accarezzava la nuca e sorrideva.

 

#casadeinonni #foto

La casa dei nonni, adesso di nonna, è tappezzata di foto. Foto della famiglia. Fanno compagnia alla nonna quando è qui. L’arredamento: il gozzaniano “buone cose di pessimo gusto”. Mancano simboli religiosi. I nonni erano atei. Come quasi tutti i nonni albanesi. Mi soffermo su una foto. Ritrae mio nonno da giovanissimo. Gli somiglio moltissimo – barba a parte. Oltre alla foto c’è un documento e due guanti da pugilato. Anno: 1958; lingua: tedesco. Erano i campionati europei di pugilato. Mio nonno ha vinto la medaglia di bronzo nei pesi piuma. Unico nella storia del pugilato, prima del Novanta, ad avere portato l’Albania sul podio europeo. Inizio a fare shadow boxing come quando ero piccolo e si era messo in testa di insegnarmi a boxare; è stato lui a introdurmi anche alla letteratura – io bambino. Jab-cross-uppercut Nietzsche-Gogol- Dostoevskij.

 

#durazzo #perstrada #giorno

Durazzo è come l’inconscio: un caos. I primi giorni attacca, sulmòn: gli odori del mercato, dove si amalgamano profumo di verdura e frutta appena portata e scarti del giorno precedente, per strada colori, traffico, un formicaio umano che urla, parla al bar, fuma, sorride, scambia battute, smog, mare, mare e ancora mare. Pullula di vita. Respiro vita.

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Durazzo è un’onda di energia dissipata, un tubo d’acqua corrente con perdite continue.

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Durazzo è un periodo lungo fatto di un anacoluto dopo l’altro e io ci vivo adesso, mi nutro le pupille.

 

#durazzo #felicità

Tutto in questa città concorre all’eliminazione progressiva di quanto può essere incluso nella parola “felicità”. La felicità è impossibile a Durazzo se si pretende dalla vita più del minimo indispensabile: lavoro, cibo, un affetto stabile, un cimitero dove farsi piangere dai propri cari. Manca il senso di comunità, totalmente. Il piano urbanistico non prevede la vivibilità ma la sopravvivenza, e pare che l’abbia ideata un sociopatico – incompetente. Le attrattive culturali non esistono e se ci sono giocano a nascondino con chi viene a visitarla. Lo stato c’è, immagino, ma non si vede. Durazzo è appaltata. Asfalto, cemento, mare – il resto ruota in maniera goffa attorno a.

 

#durazzo #parcheggio #palazzodellosport

Uno è il ricordo principale che ho del palazzo dello sport: mio padre che mi porta in moto, la sua vecchia Guzzi, a vedere un incontro di pugilato dove l’arbitro è mio nonno. Quasi trent’anni dopo, il parcheggio del Palazzo, in teoria pubblico, chiede 200 lek al giorno. Lascio la macchina due giorni, dopo aver concordato col custode ma, quando torno a prenderla, lo stesso custode mi fa notare che mancano ancora soldi. Sorrido con amarezza. Il giorno, comprendo, grazie all’accattone – nemmeno legalizzato – che gestisce il parcheggio in veste di custode, dura dodici ore o ventiquattro ore, dipende se la tua targa è italiana o meno, o dal livello di fottimento che intende, in quel momento, infliggerti. Eh, ma al giorno costa x ma la notte? La notte? Cosa naturalmente non concordata quando l’ho messa lì. La ricevuta è un miraggio, il suo sorriso un insulto a qualsiasi forma di ospitalità. Un furto. In pieno centro, a Durazzo. Nel mio ricordo passato, ero in moto, con mio padre, a vedere l’incontro di pugilato, arbitrato da mio nonno. Mi ha anche rovinato il ricordo, il bastardo.

 

#passato

Il passato torna a visitarmi da sorgenti multiformi. Il passato ha una forma tentacolare, fatto di piccole ventose, velenose, non mortali. Il veleno lascia cicatrici sulla parte del cervello deputata alle emozioni. Assunto in piccole dosi intossica, funziona come un allucinogeno: vedi un bambino piccolo che ti segue per mano, dormi nel letto dove hai visto tuo nonno morire, torni nella via dove sei nato, in cerca di more da prendere, di fichi da rubare dagli alberi, di bambini che corrono e giocano – ti rifiuti di crescere; torni a massaggiare con piedi e pupille un blocco muscolare che non ha nome e che ti àncora ancora lì.

 

#museoarcheologico #durazzo #passato #mito

Nei libri di storia, appelli politici, fino ai discorsi da bar (dal vivo o commenti Facebook) gli albanesi hanno un rapporto di rivendicazione mitica del proprio passato, dal periodo pre-comunista fino ad arrivare alla gloriosa antichità. Il mito, in fondo, serve a marcare la distanza dal presente: presentereale; più si gonfia questo mito di retorica più si palesa lo smarcamento da quanto accade nel qui e ora. Girando per i reperti archeologici di Durazzo si ha l’impressione del terzo paesaggio. Luoghi abbandonati dallo stato e della comunità. Paiono dei tristi rimasugli che – scommetto – sindaco e giunta disprezzano e, potessero, ci costruirebbero sopra un bel palazzone, seppellendo quelle vecchie pietre e mura in quintalate di cemento armato di progresso, magari con un bel roof bar in cima, da cui guardare il mare e tirare fuori gli Illiri a ogni discussione con autocompiacimento patridiota.

 

#viasalisala #tramonto

Torno dove sono nato, con la luce del tramonto. Faccio il giro inverso. Chiesa di San Giorgio – Villa del Re – collina – giù. La fontana dove andavamo da piccoli è stata murata. Dove prendevamo le more adesso ci sono delle mura grigie. Costruzioni nuove, non finite, come in tutta Durazzo, in tutta l’Albania. Per il resto, pare che il tempo abbia fatto il suo corso, senza essere granché disturbato dall’uomo. Gli intonaci vecchi delle pareti, la tristezza caduca, edifici non finiti e trascuratezza esposta, fanno di questo luogo un monumento nemmeno brutalista all’abbandono. Ho sognato questa via, queste colline, così tante volte; così tante volte le ho rigirate dentro di me, come una big babol, che vedere cos’è diventato il regno dei miei sogni – il tempo è passato. Mi chiedo come si possa pensare il contrario. Come ho potuto pensare il contrario. Lascio il bambino che ero sui gradini del condominio, dopo avergli tirato un ceffone. Idiota io che lo ascolto ancora.

 

#viasalisala

Adesso via Sali Sala è diventata Via 17 Gennaio. Il centro del mio mondo infantile, casa – scuola, ha un diametro di 172 passi. La periferia del mondo a me concesso di calcare ai tempi, con il permesso dei miei, dalla scuola in giù: 320 passi. La maggioranza del mio mondo da bambino si può calcare in 492 passi da adulto. Per anni ho avuto un grumo di semi di girasole e ho visto un campo sterminato. A un tratto, vedo solo il grumo di semi: secchi, ammuffiti.

 

#volti #albanesi

La tragedia, che qui abita i volti molto di più del contesto dove vivo (Venezia, 2020), conserva un fronte comico forte; è utile a conservare l’intensità del tragico – bilanciarne il sapore, come il vermuth nell’americano. La soda, invece, sono gli anni passati dal 1997 a oggi. La generazione dei miei genitori, i cinquantasessantenni, ha sofferto troppo. Il popolo albanese ha conservato un crescendo di sofferenza e pure la tragedia, che qui si espone in un’infinità di episodi, ricalcati uno sull’altro, come le serie tv sudamericane o Beautiful, ha perso l’effetto spiazzante; rientra nella normalità. Guardando negli occhi le persone di mezza età, vedo lo stesso sguardo di mio padre. Lo stesso disincanto. La stessa nostalgia, precauzione; paura. L’opacità degli occhi – per temprare e la luce e il dolore – che hanno i sopravvissuti.

 

#durazzo #sera #coprifuoco

Ci sono certe sere che a Durazzo ti senti un randagio, un poeta, un immigrato. Quelle sere, poco prima del coprifuoco, le strade sono popolate di uomini fermi al bar, per strada, nel centro e donne che camminano veloce verso. Le sere d’inverno, quando il freddo dismette la vita sociale, a Durazzo, l’unico sguardo accogliente, pare annidarsi solo negli occhi di un cane randagio.

 


Julian Zhara nato a Durazzo (Albania), il 21 Maggio 1986, è poeta, performer e organizzatore di eventi culturali. Sue poesie sono presenti in La poesia italiana degli anni Duemila (Carrocci, 2017) di Paolo Giovannetti. Ha pubblicato il libro di poesie Vera deve morire (Interlinea, 2018). Vive e lavora a Venezia.