La vita di chi professa le proprie libertà è appesa a un filo: in Egitto si perpetuano violazioni dei diritti

 

La notizia del suicidio di qualche settimana fa della giovane attivista Lgbt egiziana, Sara Hegazy, ha scosso l’opinione pubblica di tutto il mondo. Hegazy risiedeva in Canada, dove era finalmente giunta dopo aver scontato una lunga prigionia, connotata da ripetuti stupri nelle famigerate carceri d’Egitto. Preoccupanti e sempre più allarmanti sono gli interrogativi che riguardano la violazione dei diritti umani, sia nella terra che fu dei faraoni che in vari Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo. Le repressioni e le persecuzioni in vari stati del Vicino Oriente e dell’Africa del Nord nei confronti di cittadini dissidenti impongono una attenta analisi su che cosa consenta questa impunità nell’attuare crimini efferati e in numero sempre crescente, nel silenzio assordante della comunità internazionale. Assistiamo a una deriva umanitaria senza precedenti. Le dinamiche persecutorie sono frutto di ragioni diversificate, ma speso con radici comuni, che si intrecciano in un vortice di interessi importantissimi per questi Stati.

Il groviglio si dipana, in parte, solo se si comprende quanto quest’area geografica sia oggi in una condizione di instabilità esplosiva per questioni geopolitiche rilevanti, dove a farne le spese sono soprattutto le popolazioni ivi residenti: il ventre molle della Libia, ormai ritenuta dal sultanato di Erdogan una porta d’accesso e di controllo strategico turco in tutto il Mediterraneo; la folle repressione nei confronti delle popolazioni curde in un inesorabile tentativo di genocidio orchestrato da Ankara; i massacri drammatici e le riduzioni in schiavitù soprattutto delle etnie yazide per mano degli estremisti del califfato islamico; la decimazione sistematica di oppositori politici coordinata con sapienza terroristica dal Cairo, insieme alla tentazione di espansione territoriale ai confini orientali libici; i risvolti imprevedibili nella politica interna gestita da Assad in conseguenza alla tragedia della guerra civile in Siria, dove sono intervenuti in maniera decisiva sia l’Iran che la Russia; il ruolo degli Stati Uniti come il vero motore destabilizzante dell’intera area mediorientale costellato da una serie indicibile di incredibili errori; il principato oscurantista dell’Arabia Saudita che risponde a logiche di gestione politica e sociale inaccettabili dalla comunità internazionale, contribuendo alla destabilizzazione dell’area anche per il finanziamento ininterrotto di armi ai gruppi terroristici islamici; e, ancora sullo sfondo, il pericoloso scontro sempre latente fra due forze titaniche come Israele e Iran. In questo scacchiere turbolento e più fluido di come lo si potesse immaginare fino a qualche anno fa, gli Stati a forte vocazione autoritaria cercano con leggi emergenziali e strumenti di repressione di rinsaldare l’ordine costituito. I governi di riferimento di questi regimi non tradiscono le loro vere intenzioni che consistono nell’annichilire il dissenso interno e spegnere ogni volontà di riscossa democratica, al fine di stabilizzarsi e proporsi anche all’esterno dei propri territori come potenze regionali.

Gli assassini dei servizi di sicurezza che si occupano delle donne egiziane dissenzienti, con particolare sadismo, sono la prova concreta che si sta perpetrando una strategia di annichilimento della persona, un’offesa di genere, un insulto all’umanità

Soprattutto nei confronti della Libia, nonostante la storia e la geografia ci leghino fortemente a questo paese nordafricano, l’Italia sembra essere esclusa dalla gestione delle controversie implose dopo la caduta di Gheddafi per la mancanza di una strutturata politica estera, priva di una convincente visione di futuro nelle relazioni internazionali. La Turchia di Erdogan ormai attore principale nel Mediterraneo, con cinismo senza eguali, ricatta l’Europa controllando le due principali rotte di migranti a sud della Libia e a est dell’Egeo, rendendo impermeabile la via balcanica alle centinaia di migliaia di disperati che fuggono dalle guerre e dalla povertà. Sulla loro pelle tutti accettano il silenzio, anche quando i misfatti di Ankara sono inaccettabili su più fronti, sia sulla gestione repressiva della dissidenza interna che sulla questione curda. Agli italiani, tuttavia, dicono gli esperti poco inclini a discutere di diritti umani, il silenzio può andar bene non solo nei riguardi della Turchia, ma soprattutto nei confronti dell’Egitto. Da questo Paese, miliardi di euro sono stati investiti nell’acquisto di navi da guerra, allestite in tal senso dalla Fincantieri in un momento di crisi per il nostro malconcio sistema economico. Rilevantissimi sono gli interessi ENI nella gestione del miracoloso giacimento di gas di Zhor. Nonostante questi lucrosi affari, prima o poi ci si dovrà porre il dubbio sulle ingenti forniture di armi dell’Italia a due Paesi, come l’Egitto e la Turchia, nostri antagonisti dirimpettai. Queste transazioni che hanno anche una forte valenza politica ed etica, presto rappresenteranno un’arma a doppio taglio che si ritorcerà, inesorabilmente, contro di noi.

Tornando alla questione della violazione dei diritti umani in Egitto che va inquadrata in questo contesto geopolitico nel Mediterraneo, le testimonianze delle violenze subite dagli antagonisti al regime sono terrificanti. Quando Sara Hagazy si è tolta la vita, era ancora perseguitata dai fantasmi generati dagli stupri subiti in carcere. La giovane suicida ha lasciato uno scritto in cui spiegava le ragioni del suo gesto: una richiesta di perdono per la sua scelta e l’affermazione drammatica di non essere più umanamente in grado di sopportare una esistenza così permeata da violenza e ingiustizia. Sara si era permessa di sventolare una bandiera raffigurante l’arcobaleno Lgbt in un concerto, tenutosi in Egitto nel 2017 e promuovendo, secondo le accuse dei giudici e aguzzini al soldo di al-Sisi, la devianza e la dissolutezza sessuale.

 

Sara Hegazi

 

Per chi ha subito persecuzioni con motivazioni di questo genere sa bene che alle autorità di polizia, in generale, non interessano molto le cosiddette devianze sessuali o altre questioni che riguardano la moralità dei cittadini nel loro comportamento privato se non quando sono funzionali a punire atti di insubordinazione alle regole dell’ordine costituito. La strategia di repressione dunque prevede un forte ridimensionamento della cornice in cui le persone possono muoversi, utilizzando se necessario, motivazioni che in realtà sembrerebbero non ledere direttamente gli interessi nella gestione del proprio potere. Si immaginava che, il problema più difficile per questi Stati, fosse il come governare il progetto criminale e terroristico nei confronti dei propri cittadini al cospetto di quegli occidentali, che sventolano le belle bandiere delle democratiche libertà e del diritto d’opinione. La dura realtà ci insegna tuttavia che, questi ultimi, accettano ben volentieri di erigere castelli di ipocrisia sulle fondamenta del sempre valido pecunia non olet, sacrificando all’occorrenza la questione della violazione dei diritti umani.

La vicenda di Giulio Regeni è emblematica in questo senso, ma ha segnato un punto di svolta (non di certo nella soluzione di un caso i cui contorni sono ormai chiari nella loro tragica brutalità), nella inderogabile presa di coscienza collettiva che ci troviamo di fronte a Stati che affermano la tortura, il sequestro, l’incarcerazione senza processo, la sparizione e l’uccisione dei cittadini come modalità legittime di controllo sociale, indirizzate al consolidamento dei propri regimi. Al-Sisi non permetterà mai di processare i responsabili del massacro di Giulio Regeni, né di qualsiasi altro martirizzato dai suoi agenti, dotati di efferatezza e disumanità ormai riconosciute in tutto il mondo civile. Qualsiasi confessione di responsabilità criminale o riconoscimento degli autori delle torture e uccisioni dei funzionari egiziani finirebbe per far risalire a qualche personaggio illustre ben trincerato nelle stanze dell’impervio palazzo presidenziale. Gli assassini dei servizi di sicurezza che si occupano delle donne egiziane dissenzienti, con particolare sadismo, sono la prova concreta che si sta perpetrando una strategia di annichilimento della persona, un’offesa di genere, un insulto all’umanità che travalica ogni più negativa previsione dell’orrore.

 

Giulio Regeni

 

Amnesty International ha pubblicato un’analisi della situazione dei diritti umani, dal 2013 a oggi, già sottoposta al Consiglio Onu dei diritti umani in vista dell’Esame periodico universale a cui l’Egitto è stato sottoposto: Da quando il presidente al-Sisi ha preso il potere, la situazione dei diritti umani in Egitto ha conosciuto un deterioramento catastrofico e senza precedenti. Magdalena Mugrabi, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord, ha dichiarato che attraverso una serie di leggi draconiane e di tattiche repressive delle sue forze di sicurezza, il governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi ha orchestrato una campagna coordinata per rafforzare la stretta sul potere, erodendo ulteriormente l’indipendenza del potere giudiziario e imponendo soffocanti limitazioni nei confronti dei mezzi d’informazione, delle Ong, dei sindacati, dei partiti politici e dei gruppi e attivisti indipendenti.

Per dare credibilità legale alla limitazione arbitraria della libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica, l’Egitto si serve di una legge relativa all’epoca coloniale del 1914, di nuove normative emergenziali nate per porre fine alle proteste del 2013 e da una specifica legge antiterrorismo del 2015. In soli due anni, dal 2017 al 2019, sono state arrestate circa duecento fra le più note personalità del mondo sindacale, del giornalismo, leader dell’opposizione, attivisti dei movimenti studenteschi per aver criticato, manifestato pacificamente o semplicemente espresso opinioni contrarie alla politica dell’attuale presidente al-Sisi. Inoltre, approfittando del caos e delle contestazioni derivate dal periodo delle cosiddette primavere arabe, sono stati attuati vari emendamenti costituzionali che, fino a un anno fa, hanno svilito l’indipendenza del potere giudiziario e pregiudicato la sua autonomia nei confronti dell’esecutivo con il solo obiettivo di favorire processi veloci in corte marziale anche per civili e garantendo, guarda caso, l’impunità per i militari e le forze destinate alla repressione. Come se non bastasse, al-Sisi controlla le nomine delle alte cariche giudiziarie che hanno piena libertà nel reprimere chi critichi pacificamente le autorità, determinando processi irregolari connotati da confessioni estorte con la tortura e il ricatto.

Negli ultimi dieci anni sono state costruite
almeno 19 nuove prigioni, dati indicativi del grado
di aggressività del regime egiziano in tema di oppositori politici

Le maggiori fonti di conoscenza dei crimini contro la persona rimangono Human Rights Watch e Amnesty International, insieme ad altre organizzazioni che riescono a carpire quanto le autorità siano in grado di opprimere i propri cittadini: queste ultime calcolano in oltre 60.000 i detenuti politici accusati di minare o attentare alla sicurezza dello Stato. Questi numeri rappresentano la stessa popolazione carceraria, nella sua totalità, in Italia. Molti dei reclusi sono i leader dei movimenti che furono protagonisti in Piazza Tahir, poi confluiti in altre e mutate organizzazioni di protesta. Si parla di persone sopravvissute alle torture e a regimi carcerari disumani perché molti di loro, in perfetto stile sudamericano, sono addirittura scomparsi, uccisi e i corpi occultati. Negli ultimi dieci anni sono state costruite almeno 19 nuove prigioni, dati indicativi del grado di aggressività del regime egiziano in tema di oppositori politici. Basti pensare che, dal 2014, sono state emesse 2112 condanne capitali e 223 eseguite in regime di processi sommari. A tutto ciò si aggiunge una legge del 2017, appositamente scritta per fronteggiare e mettere a tacere le ONG: la normativa consente alle autorità di limitare la loro autonomia, non riconoscendole come organizzazioni con finalità di associazione, diritto d’espressione e lotta in favore dei diritti dei cittadini. In questo modo impediscono il loro finanziamento, accusandole di reati che molto spesso riconducono a questioni politiche. Nel 2018 sono state emanate leggi che limitano la libertà e l’utilizzo dei mezzi di informazione, derubricando una parte della cronaca politica, quella critica nei confronti del governo, a crimine contro lo Stato. Lo stesso vale per il caso delle notizie sulle testate on-line e sulle emittenti radiofoniche sottoposte a una ossessiva censura. Nella totalità dei casi vengono censurate e oscurate con provvedimenti che minacciano la prigione. Dal 2017 infatti sono stati bloccati almeno 513 siti web e portali informativi.

Molti sono i manifestanti, attivisti, studenti e intellettuali incarcerati, fra cui Ahmed Maher, Mohammad Adel, del Movimento giovanile 6 Aprile; Ahmed Douma e Alaa Abdelfattah, blogger e critici del regime già con un passato carcerario ai tempi delle presidenze di Hosni Mubarak e Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani; la stessa sorte è toccata a Yara Sallam e Mahienour El-Massry, ambedue molto attivi in organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Alcuni di loro sono riusciti a raccontare le vessazioni e le torture ricevute, con modalità di sequestro molto simili a quelle riservate a Giulio Regeni: prelevati da agenti in borghese per subire i primi interrogatori con domande ripetute fino all’ossessività per poi subire il denudamento, l’immobilizzazione in posizioni scomode, le scariche elettriche, le ripetute botte con strumenti di ogni genere, fino alla inserzione di bastoni arroventati sui genitali e in altre cavità intime. A tutti viene negato il diritto di essere assistiti da un avvocato o di poter rimanere in contatto, anche se per pochi minuti, con i familiari più cari. Molti non resistono a queste pratiche, al limite della sopravvivenza, tanto che Shady Habash, di soli 24 anni è morto in cella nello stesso carcere in cui viene oggi detenuto Patrick Zaky.

 

Patrick Zaky

 

Habash nonostante la giovane età era considerato fra i registi più promettenti della nuova generazione egiziana, divenuta ben presto la cosiddetta generazione carceraria, per definire quanto sia grave l’azione del regime nel reprimere la migliore gioventù. Il regista infatti aveva intrapreso la regia di Balaha, un video che raccontava una canzone di protesta di Ramy Essam, famoso cantante egiziano e figura di rilievo nelle manifestazioni di Piazza Tahir. Con il testo della canzone, Essam intendeva narrare le repressioni e le ingiustizie di un regime opprimente che negava il futuro soprattutto alle giovani generazioni. Lo stesso cantante, dopo essere stato arrestato, incarcerato per tre anni e torturato, è riuscito a fuggire in Svezia dove tuttora risiede. Shady Habash invece non aveva a suo carico nessuna sentenza e, in questo, risiedono i pericolosi paralleli con la prigionia di Zaky che, in una condizione di sospensione e ambiguità sui capi d’imputazione subisce la dilatazione dei tempi di carcerazione preventiva, di mese in mese, dopo semplici udienze preliminari davanti al giudice. È una tipologia di casi che Amnesty International definisce come porte scorrevoli, una modalità che consente di mantenere migliaia di egiziani in condizioni di prigionia prolungata senza imputazioni certe. Scriveva in una lettera, prima di morire, lo stesso Habash:

A uccidere non è la prigione ma la solitudine. Resistenza in prigione significa cercare di non perdere la testa e non lasciarsi morire lentamente perché sei stato buttato in una cella due anni fa senza motivo e non sai se e quando finirà e se fuori si ricordano di te.

Patrick Zaky rappresenta un ulteriore impegno per l’Italia in quanto il giovane è studente Erasmus all’Università di Bologna, particolare che ci chiama in causa direttamente nei confronti del Cairo. Dopo essere stato arrestato e interrogato per ben 17 ore, è stato bendato e ammanettato subendo un pestaggio violentissimo e la tortura con scosse elettriche. L’avvocato di Zaky ha dichiarato che i funzionari dell’Agenzia di sicurezza nazionale hanno prima interrogato lo studente in un ufficio ubicato nell’aeroporto e poi in una località sconosciuta nei pressi di Mansoura. Inoltre Zaky è stato colpito in maniera da non far emergere in modo evidente i segni delle percosse e la richiesta di essere visitato da un medico legale è stata rigettata.

Alla fine di giugno Sanaa Seif, sorella di Alaa Abdelfattah, l’attivista e prigioniero di coscienza arrestato e mai più rilasciato, è stata prelevata e arrestata da funzionari in borghese, successivamente condotta in località sconosciuta. È sempre l’organizzazione non governativa Amnesty International a raccontare l’episodio:

Erano le 14 ora locale e il fatto è avvenuto fuori dagli uffici della Procura di El Rehab, nella Nuova Cairo. In quel momento Sanaa Seif si trovava insieme all’altra sorella Mona e alla loro madre, Laila Souef. Col loro avvocato, le tre donne si stavano apprestando a sporgere denuncia contro ignote per l’aggressione e la rapina che avevano subito il giorno prima ai cancelli della prigione di Tora, dove è detenuto Alaa Abdelfattah e c’è anche Patrick Zaky.

Le tre donne attendevano da due giorni dinanzi alla prigione del loro congiunto per la consegna di una lettera. L’ultima era stata recapitata tre settimane prima dell’evento del sequestro. Prima dell’arresto, un gruppo ben organizzato di donne, armato di bastoni e in abiti civili si erano avvicinate minacciose porgendo domande e pretendendo documenti, con la perquisizione e la requisizione delle borse in loro possesso. Dopo aver compiuto questa aggressione connotata anche da una serie di atti violenti, il gruppo si è allontanato trattenendo anche i cellulari delle tre vittime con l’obiettivo di non consentire dirette sui social media davanti alla prigione di Tora. Con la scusa del covid-19 inoltre, le autorità hanno sospeso le pochissime visite dei parenti nelle prigioni, rendendo ancora più difficoltose le notizie sullo stato di salute dei loro cari. Intanto, nel pomeriggio dopo l’arresto, Sanaa Seif è finalmente riapparsa negli uffici della procura suprema per la sicurezza dopo essere stata interrogata per rispondere dell’accusa di diffusione di notizie false, incitamento a compiere reati di terrorismo e uso improprio dei social media.

Che fare? La formazione di una coscienza civile e umanitaria di fronte a questo massacro senza precedenti di dissenzienti e attivisti pacifici sta crescendo in tutte le società democratiche. La frustrazione che ci coglie nel vedere quanto le azioni di repressione avvengano nella apparente noncuranza dei governi firmatari di accordi e dichiarazioni per i diritti umani, non potrà consentire di rimanere inermi. Pertanto, da una rinnovata coscienza civile delle persone, è necessaria la formazione di un movimento sempre più ampio di donne e uomini che abbiano accesso agli atti che consentano di incriminare come primo passo, presso tutte le corti supreme dei tribunali europei e successivamente alla Corte penale internazionale che ha sede all’Aia (competente per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione), i funzionari e i responsabili di atrocità e torture contro qualsiasi individuo che esprima pacificamente la propria opinione o manifesti il dissenso al proprio governo. Solo in questa prospettiva si può cominciare un lungo percorso di conquista e di affermazione dei diritti umani in ogni angolo della terra, considerando l’essere umano come entità intoccabile nelle sue prerogative di libertà di pensiero e movimento.