Non si fa altro che parlare del futuro dell’Italia. Dall’estero mi chiedono stupiti se ha ancora senso parlare di “dolce vita”. Quando ci ritroviamo a tavola, tra amici o in famiglia, se ne tira fuori un’idea tra una portata e l’altra. Ce ne stiamo lì a cercare le ragioni di un tale declino, chiedendoci se sia passeggero o destinato a deformare per sempre l’espressione impressa sul nostro volto.

Proprio ieri, mentre stavo andando a lavorare, incrocio un anziano alla guida di una vecchia auto. Aveva l’espressione di un uomo che sta facendo uno sforzo sovraumano, come se stesse lì lì per piangere. Sono rimasto per un po’ a guardarlo, ma quell’aria di sofferenza non se ne andava. Rimaneva lì: la vita condotta negli anni, il lavoro svolto, gli avevano intarsiato la pelle di fatica. E ho pensato a tutti i miei zii, i miei nonni, e a tutte le persone che dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’70 hanno lavorato con le mani per trasformare il volto grinzoso e affamato dell’Italia, per ravvivarlo con le cure del benessere economico. Queste persone sono state al freddo: prima coltivando la terra, poi costruendo quei palazzi cittadini in cui si sono riversati i contadini stanchi di coltivare la terra. Altri sono stati in fabbriche gelide, contribuendo alla nascita di un’industria tutta italiana. Queste persone, coordinate da imprenditori più o meno coraggiosi, hanno creato una bolla di ricchezza. Dentro questa bolla c’erano frigoriferi, televisioni, auto, case, vestiti ed elettrodomestici per tutti. I nostri genitori hanno continuato a soffiare dentro questa bolla, fatta di un sapone con cui abbiamo lavato via i brutti ricordi della povertà italiana. L’impressione è che questa bolla sia scoppiata.

Molti si chiedono se la crisi finirà. La domanda che dovremmo porci è se – come un universo che si sta ritraendo – non sia piuttosto un ritorno alla nostra condizione strutturale. È davvero possibile che in solo due generazioni l’espressione di sofferenza raggrumata nel volto di quell’anziano si sia trasformata nella ridanciana spensieratezza con cui un gruppo di ragazzi se ne sta a ragionare sul futuro del proprio Paese tra una portata e l’altra?

In un articolo suggeritomi da uno studente, il giornalista del Financial Times Simon Kuper sottolinea come il “sogno italiano” per le nostre giovani generazioni si sia limitato ad essere rappresentato da una vita semplice, fatta di buon cibo e buone bevande, e tutt’al più di una vacanza estiva al mare. In mancanza di prospettive lavorative per il futuro, i giovani italiani sembrerebbero ripiegare su un facile appagamento del presente. E nonostante tale analisi possa sembrare pressappochista, poco si discosta da quanto si verifica nei nostri dibattiti quotidiani. Pochi giorni fa, tra colleghi, si stava parlando di quali soluzioni potranno risollevare la nostra situazione disagiata. La maggior parte se l’è presa
con chi ci governa: chi li accusava di essersi eletti autonomamente, chi ne sottolineava la tendenza a rubare, chi ricordava come il clientelismo stia diventando la norma. Tutti concordavano sulla necessità di una rivoluzione. Nessuno che se l’è presa con se stesso. Sarà che noi italiani, essendo stati a lungo governati da potenze straniere, siamo soliti prendercela con qualcun altro. E credo che il concetto di rivoluzione abbia proprio a che fare con questo “qualcun altro”, come se gli italiani non fossimo noi tutti. Perché se ci chiedessimo cosa facciamo noi per migliorare la nostra condizione comune, ci accorgeremmo che tale rivoluzione non avrebbe senso. Non avrebbe forse più senso parlare di riforma? Di un continuo assestarsi su quella corretta via che parte dal rispetto delle regole e da un’intraprendenza dello spirito? Credere in questo processo consistente in una serie di piccole scosse di assestamento verso un’Italia migliore, fatta di persone e cittadini migliori, sembra più credibile del miraggio rappresentato da una rivoluzione: che spesso viene augurata da chi, stordito quanto ammansito dal benessere – seppur ridotto rispetto al passato – in cui si ritrova a vivere, sa che questa fantomatica rivoluzione non arriverà mai, e che quindi non gli chiederà mai di alzarsi dal divano. Quella rivoluzione che riguarderà sempre gli altri, che si scatenerà sempre contro un presunto “qualcun altro”: un processo violento che mal si addice ad un Paese uscito da una bolla di benessere. Soprattutto perché le rivoluzioni non nascono tra una portata e l’altra. Come diceva Mao, “la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia, la rivoluzione è un atto di violenza”. Se l’Italia ci sembra ingiusta dobbiamo fare di tutto per cambiarla con il consenso degli altri. Ma molti continuano ad ipotizzare il bisogno di una rivoluzione, un’illusione che osservano dal balcone della loro ricchezza. E ben si addice ad un popolo che in larga parte (me incluso) è stato forgiato dal pensiero catto-comunista: da un lato un Cristo che viene sulla Terra per salvare l’Uomo e un Dio che assolve tutti per le loro inadempienze; dall’altro un movimento che ha fatto della colpevolizzazione dell’avversario (sia questo Moro, Berlusconi, Renzi o il capitalismo) l’arma di giustificazione dell’inapplicabilità in Terra del proprio ideale di uguaglianza, limitandosi a registrare gli errori di chi si è preso la responsabilità di agire: come un bambino che addita le malefatte dei propri genitori, che invece si spaccano la schiena per farlo studiare e crescere.

Le riforme vengono seminate negli inverni gelidi, dove ci si augura che l’estate porti frutti e copiosità. E se vogliamo che il nostro volto ridanciano non torni ad essere raggrinzito dalla sofferenza espressa nel volto di quell’anziano incrociato per strada, assestandosi piuttosto in un’espressione di serenità consapevole, adatta al futuro che il contesto internazionale ci ha riservato, è meglio che cominciamo a seminare bene ora. Anche se fa freddo, anche se sembra che non ne valga la pena. Non siamo più bambini, né tanto meno bamboccioni. Qualcosa dovrà pur crescere.

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Sopra, Palazzina Vigarani di Modena (foto di Mattia Santini)