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L’idea cosmica della coscienza musicale | Intervista a Emil Schult di Paolo Tarsi

[Questa intervista è un estratto da L’algebra delle lampade di Paolo Tarsi, libro dedicato all’influenza esercitata dalle avanguardie colte sui linguaggi pop, edito da Ventura. Tra schede di dischi e testimonianze dirette di alcuni tra i più importanti compositori del nostro tempo che hanno segnato la settima arte come il premio Oscar Luis Bacalov, Ron Geesin (Pink Floyd) e Roger Eno, segnaliamo anche quelle ad autentici innovatori quali Eivind Aarset (Brian Eno, David Sylvian, Laurie Anderson), Laraaji, Paolo Tofani (Area), Blaine L. Reininger (Tuxedomoon) e Crescent Moon dei Kill the Vulture.]

Emil Schult (n. 1946, Dessau) è un musicista, pittore e paroliere tedesco. Dagli anni Settanta, fino ai primi anni Ottanta, collabora con i Kraftwerk – band di culto del krautrock insieme a Tangerine Dream, Faust, Can, Popol Vuh, Neu!, Cluster – soprattutto in veste di grafico e paroliere, ma anche, per un breve periodo, come membro effettivo del gruppo in qualità di violinista e chitarrista. I suoi testi, uniti alla musica della formazione di Düsseldorf, hanno affrontato le tematiche di una società sempre più computerizzata, prevedendo con largo anticipo l’invasione delle nuove tecnologie nella vita quotidiana delle persone. Partiti seguendo i corsi del grande guru dell’avanguardia tedesca Karlheinz Stockhausen, i Kraftwerk hanno affascinato e influenzato in seguito artisti come David Bowie, Iggy Pop, Madonna, Michael Jackson, Coldplay, divenendo i pionieri indiscussi dell’electropop.

Quando è cominciata la tua passione per la musica?
Da bambino mi sono avvicinato alla musica costruendo strumenti musicali, radio incluse, modificandoli in modo da poterli utilizzare nei miei progetti creativi.

Qual è il tuo punto di vista sulla musica colta d’avanguardia?
L’avanguardia è dappertutto, è la vecchia idea di una progressione su una scala temporale lineare. Io cerco di comprendere la musica come qualcosa di cosmico, di imminente e senza tempo.

Quali musicisti e artisti visivi hanno influenzato maggiormente le tue opere?
Le informazioni di cui disponevamo nel dopoguerra erano piuttosto limitate. Posso dire di essere stato influenzato da tutti i maestri della pittura classica, dalle invenzioni di Raymond Scott e dalle innovazioni presentate all’esposizione mondiale di New York del 1964, così come dalle prime incisioni di musica elettronica, quali quelle del compositore tedesco Henk Badings. Tutti elementi che hanno contribuito a darmi quell’impostazione che mi occorreva e a fornirmi la giusta disposizione d’animo di cui avevo bisogno.

John Cage ti ha inspirato nel tuo lavoro di artista e musicista?
Considero Cage un artista completo ed estremamente versatile in ogni campo dell’arte. Per questo mi è piaciuto eseguire il suo 4’33’’ al Tampa Museum of Art, in Florida, in occasione del centenario dalla nascita del compositore americano celebrato nel 2012.

Ci vuoi raccontare qualcosa in merito agli studi compiuti con Dieter Roth, Joseph Beuys e Gerhard Richter presso l’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf?
Si tratta di tre personalità molto diverse che rispetto molto, mi sento così fortunato per aver potuto trascorrere del tempo con loro ai tempi della Kunstakademie. Dieter era un vero amico, sempre disposto a donarsi completamente, ed è questo ciò che cerco di trasmettere del suo spirito. Joseph era più giovane e coraggioso della maggior parte dei suoi studenti, mentre Gerhard era silenzioso e concentrato, poteva dipingere in modo classico se lo voleva.

Pensi sia ancora possibile effettuare delle ricerche in campo musicale senza l’ausilio dell’elettronica, oppure ritieni l’era acustica definitivamente conclusa?
Le persone erano convinte che con l’invenzione del Compact disc il vinile sarebbe diventato obsoleto. Come sappiamo, questo non è accaduto. Siamo invece testimoni di un’espansione delle categorie. Tutto sarà sempre ampliato, i file digitali non sostituiscono i dischi in vinile o i Cd. Mentre ci accingiamo a costruire nuove stazioni da lanciare in orbita nello spazio le piramidi sono ancora in piedi. La stesso principio vale per i formati con cui si ascolta la musica o il modo o gli strumenti con cui la si produce.

Parliamo del processo creativo: qual è l’ispirazione dietro alle tue composizioni artistiche e musicali? Quali sono invece i momenti in cui prendi ispirazione per un poema o per scrivere il testo di una nuova canzone?
Il processo creativo ha bisogno di essere coltivato in modo da poter affrontare molteplici sfide differenti tra loro. Prendi, ad esempio, una melodia e scrivici un testo che senti essere adatto per quella musica particolare, o viceversa. Oppure prendi un motivo o una composizione già esistente che può ispirarti a portarla in una fase successiva. L’essenza del processo creativo è in realtà il nuovo, quindi non esiste una formula che mostri come essere creativi, perché la creatività è una scintilla tra il risveglio e il sogno.

Come definiresti la tua produzione artistica?
Dopo cinquant’anni inizio ora a comprenderla lentamente.

Cosa ha ispirato i testi che hai scritto con i Kraftwerk in brani come Autobahn, Radioactivity, Trans-Europe Express, The Model, Computer World, Techno Pop?
Come ha detto il «New York Times»: i grandi temi del ventesimo secolo.

Nel 1989 uscì Words of a Mountain di Wally Badarou dei Level 42, album in cui suoni violino e flauto…
Wally era un vicino di casa e un amico, possedevamo la più recente attrezzatura fairlight che ci scambiavamo a vicenda e abbiamo collaborato in molte occasioni. Lo stimo come uno dei pionieri dell’elettronica.

Puoi raccontarci qualcosa ora riguardo alla nascita di Elektronisches Mosaic con Lothar Manteuffel?
Lothar [già al fianco di Karl Bartos negli Elektric Music, N.d.R.] è stato uno dei miei studenti. Mosso da un interesse genuino verso la musica, è riuscito a riunire come in un mosaico i molti frammenti degli studi sperimentali da noi condotti nell’ambito delle nostre creazioni artistiche, trasformandoli in un’opera di sedici minuti degna di essere pubblicata.

Ti andrebbe di ricordare le esibizioni al MoMA dei Kraftwerk nel 2012? In quello stesso anno eri stato invitato come artista in residenza presso l’Istitute for Electronic Art dell’Alfred University di New York…
È stato meraviglioso, anche se nell’insegna ufficiale sulla parete erano stati menzionati tutti i membri tranne me..

Parlarci del tuo ultimo album Test Drift (2017), realizzato insieme a Stephen Vitiello e Andrew Deutsch?
Si tratta di una collaborazione che nasce dal mio lavoro con il prof. Andrew Deutsch dell’Alfred University di New York. Oltre a svolgere la professione di insegnante, lui è anche un artista e un musicista, mentre Stephen Vitiello non l’ho ancora incontrato, abbiamo interagito a distanza.

Quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?
Innanzitutto migliorarmi. E poi esposizioni d’arte, la pubblicazione di un catalogo che raccoglie mie opere comprese tra il 1967 e il 2017 intitolato Fluxus to Future, ho anche in programma un concerto in Inghilterra al Reading Fringe Festival. E, naturalmente, cercare di utilizzare la mia influenza come artista per ristrutturare la conoscenza e il potere verso una coscienza cosmica in cui regni una vita pacifica per tutte le creature.

         

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