L’inetto cosmico ⥀ Invocazioni di una rivoluzione metafisica in Quaternarium di Gianluca Furnari

La rivoluzione invocata da Gianluca Furnari, nella raccolta di poesie Quaternarium (Interno Libri Edizioni, 2024), è non solo politica ma anche metafisica

 

In un mio precedente scritto sul Sedicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea della Marcos y Marcos ho parlato di «poesia de-pressa» per descrivere le opere degli autori e delle autrici presenti nell’antologia. Riprendevo tale termine dalla sociologia, dove per «depressione» si intende l’insieme degli atteggiamenti che le persone sviluppano per allentare la pressione di una società neoliberale sempre più ossessionata dalla velocità e dalla performance. La mia proposta fu quella di vedere, soprattutto in autori e autrici nati negli anni Novanta, il diffondersi di un tipo di scrittura che privilegiasse il tratteggio di soggettività spirate: in sostanza, gli io poetici “spirano” come l’aria di un copertone bucato e aleggiano intorno alla propria esistenza, guardandosi vivere, nella speranza di poter sfuggire alla corsa delle incombenze e urgenze della società di oggi.

Ovviamente, la mia non era che una semplice intuizione (che potete leggere qui), a partire da un corpus ristretto e riunito per un’occasione ben precisa. Col presente articolo, si intende, quindi, portare avanti quel tipo di discorso, concentrandosi su un’altra opera di un poeta nato negli anni Novanta: Quaternarium (2024), pubblicato da Interno Libri, di Gianluca Furnari, classe 1993.

La prima sezione si intitola Ipersonno e mostra al lettore un io poetico che scrive da un «modulo spaziale» (p. 9):

[…]

Sto cercando di dirvi
che non sono più chi credevo di essere
e vorrei disfare tutto
a cominciare da queste lenzuola.

Amici, avevo una gran fretta
di popolare anch’io la favola
e stavo a un passo dalla vita come
voi, che standomi accanto siete altrove (p. 9).

La prima sezione definisce le coordinate dello spazio in cui l’io poetico si muove: si può dire che il soggetto non sia mai in un luogo, ma sempre intorno a un luogo. Aleggia. E l’ambientazione da space opera contribuisce a rafforzare questa immagine. Inoltre, significativamente la poesia di apertura del libro, da cui sono stati tratti i versi precedentemente citati, si intitola Proemio funebre: il cosmo risulta essere una metafora di una condizione di non-vita, in cui l’io esiste ancora, ma non sembra avere più una presa sul reale:

[…] Io forse
sono uscito dal tempo, scomparendo,
e ora eccomi in giacenza
nel magazzino dei ricambi, a poche
miglia da voi, tornato al fornitore (p. 10).

Il soggetto esiste come mero campione, cioè come elemento che ha valore non in quanto individuo, ma come pezzo rappresentativo di una specie o di una classe. Proprio come una merce.

Si delineano meglio le caratteristiche del protagonista nella seconda parte, Calendario marziano, ambientato, come risulta evidente dal titolo, su Marte. Le poesie sono suddivise a gruppi di tre e all’inizio di ognuno di essi compaiono delle didascalie con un carattere tipografico più piccolo rispetto a quello usato per i versi: assumono lo stesso ruolo di notarelle teatrali, che forniscono informazioni sul contesto della scena. In questi passi, l’io poetico è chiamato Z. E si descrive così:

[…] Io vivo
anaerobicamente
per un mare di secoli
o da batterio metanogeno,
qua e là paralizzato
da tramonti di specie: «chi fa fuoco –
mi domando – una sera
qualsiasi contro la mia unica cellula?»
e mi stringo agli altri. Un sole più blando
sorge allora su Marte
che, preparando altre ere, mi nullifica (p. 48).

Il lettore viene posto di fronte a una soggettività ridotta ai minimi termini, il cui unico tratto è quello di essere in vita. Guardando con attenzione quella Z che dà il nome al protagonista, si potrebbe azzardare l’idea che Furnari abbia cercato di costruire la figura di un inetto cosmico: l’ultima lettera dell’alfabeto, allora, rievoca il nome di Zeno, la più celebre incarnazione dell’inettitudine della letteratura italiana (e, forse, della letteratura novecentesca). Zeno era un uomo sempre fuori asse, mai perfettamente allineato con gli schemi della società che gli stava intorno: tuttavia, ciò non lo rendeva affatto un ribelle, anzi, ma un individuo continuamente trascinato dalla vita, che riusciva ad assumere una forma solo perché veniva continuamente modellato, anzi battuto, da ciò che gli stava intorno. Z. di Furnari vive una condizione ancora più estrema: il suo mondo non è neanche più interessato a tenerlo in vita:

Torno a casa, oggi, con l’autodiagnosi
d’ipotermia particellare;
non un sintomo, solo
un improvviso freddo agli elettroni
quando ragiono sulla vita –

è entrata tempestosamente
in me, alla fine, l’immobilità
chiusa nei geni del pianeta
con diffuse onde di pianto –

ora è chiaro – mi dico
salendo le scale – è tutto un piano
metabolico, un carbo-marchingegno
per mandarmi in vacanza dalla storia
come col Lystrosaurus (p. 58).

Enrico Testa, nel suo Eroi e figuranti, parla di «personaggio assoluto»1 per indicare una figura letteraria che «mira al superamento dell’ordine secolare del mondo e quindi a una fuoriuscita dalla sua ‘prosa’»2. Per Quaternarium, si potrebbe allora coniare l’espressione «inetto assoluto»: un individuo che viene talmente annichilito dal proprio mondo da essere gettato in uno stato di assenza di tempo e di senso, una «vacanza dalla storia».

Eppure questo io persiste strenuamente sottoforma di speranza in una nuova forma di vita capace di riattivare il senso della storia e, più in generale, dell’umanità. Questa speranza viene rappresentata da due elementi: un incunabolo di Petrarca e un gruppo di protisti. Z. su Marte è un «guardiano notturno alla biblioteca» (p. 50) dove trova e si interessa a un incunabolo di Petrarca del 1470: in un sogno, immagina di tornare «dentro la storia» con «una copia di Petrarca in mano» dalla quale «colavano biosistemi» (p. 52). Inoltre, Z. osserva la nascita nella sua camera di «una colonia di protisti» e la loro successiva partenza «su astronavi di carta» per fondare «una civiltà interstellare» (p. 53): l’io poetico, allora, rivolge alle nuove forme di vita queste parole:

[…] io credo
che dalle rive di una goccia il freddo
di stanotte vi traini in altri mondi;

protisti, a bordo! Appena
quattro miliardi di anni di cammino
tra le pliche del tempo
per diventare come noi (p. 54).

Quel «come noi» mostra come il protagonista speri che la nuova forma di vita possa evolversi in una nuova umanità, quindi in una nuova essenza storica. L’incunabolo e i protisti rendono evidente un aspetto: il senso storico è possibile solo nel passato o nel futuro. Il presente, quindi, esiste solo come blocco: l’inettitudine assoluta dell’io poetico è il sintomo dell’incapacità del tempo presente di avere un senso. L’io «scont[a] il reato di essere futuro» (p. 63): è arrestato in questo tempo perché di questo tempo non fa parte.
Ma come può questo io liberarsi?

Da questo punto di vista il libro non fornisce risposte. O almeno non ne fornisce di chiare. E in questo sta la sua forza, perché lascia al lettore una responsabilità ermeneutica. Il testo si conclude con una terza sezione bilingue latino-italiano: Quantum nova. Nella Nota dell’autore in conclusione del libro si afferma che la sezione è stata pensata prima di tutto in latino e che la traduzione è da considerarsi come un «controcanto» (p. 91). Essa è composta da cinque poesie che rappresentano i cinque giorni di un’ipotetica apocalisse: in ognuno di essi scompare un aspetto della nostra realtà: La Storia, gli animali, gli altri esseri viventi, le leggi della natura e infine i numeri. In questa struttura è facile riconoscere l’influenza del mito della genesi dell’Antico Testamento: in quest’ultimo si narra della creazione del mondo da parte di Dio in sette giorni. Tuttavia, il lavoro viene compiuto soltanto nei primi sei, essendo l’ultimo di riposo e di contemplazione del creato. Alla luce di ciò, si propone di considerare Quaternarium non tanto come il racconto della fine del tempo, bensì di un suo rivolgimento. Insomma: di una rivoluzione. In questo rewind cosmico, le prime due sezioni, allora, dovrebbero rappresentare il settimo giorno della genesi cristiana: di fatto, possono essere considerate come delle sezioni meta-poetiche in cui si definiscono le condizioni di scrittura di quello che sarà poi, effettivamente, il libro di poesia, cioè l’ultima sezione Quantum nova. Infatti, le prime due sezioni delineano le caratteristiche di chi scrive e il contesto in cui scrive. E volendo ancora fare riferimento alla numerologia cristiana, osservando l’indice appare chiaro come l’io poetico delle prime sezioni venga presentato, nonostante la sua inettitudine cosmica, come un essere dai tratti divini: infatti, ogni meta-poesia è divisa in tre parti, come se a parlare fosse una trinità, proprio come il Dio cristiano.

Ma qual è il vero potere di questa entità? Per poterlo comprendere, bisogna tenere conto del fatto che nei conti di Quaternarium manca un giorno. Il rewind non intende ritornare al punto zero, ma al punto uno: ritornare alla prima manifestazione della presenza di Dio, la divisione della luce dalle tenebre, e non al Nulla, al momento in cui la stessa presenza di Dio non è contemplata. Pertanto, l’unico potere dell’io poetico è quello di invocare una nuova creazione da parte di Dio, salvando, però, l’idea divina stessa. Osservando i titoli delle poesie dell’ultima sezione, si capisce come l’autore stia invocando la scomparsa di una certa visione sulla realtà: il riferimento ai numeri e alle leggi di natura, alla classificazione degli esseri viventi e allo storicismo fanno pensare a un rifiuto della percezione scientifico-analitica del mondo. Quaternarium sorge da uno spirito profondamente antimoderno, nonostante l’ambientazione fantascientifica: al linguaggio matematico, di stampo galileiano, contrappone il ritorno a quello latino, il codice che per secoli ha dato voce al pensiero umanistico. E il riferimento a Petrarca rende ancora più chiaro questo aspetto: il futuro è possibile soltanto attraverso la ripresa di quanto di buono è stato fatto in passato, da una ricerca di scavo e conservazione della sapienza di epoche passate. Per questo, volendo citare Massimo Troisi, nei momenti di rivoluzione non è mai il caso di ripartire da zero, ma è meglio ricominciare da tre, per non rischiare di gettare il bimbo con l’acqua sporca.

La seconda sezione, cioè quella immediatamente prima del rewind cosmico, termina con l’espressione «biologia morgana» (p. 75): ecco, la conoscenza scientifico-analitica della vita, anziché avvicinarsi al vero, spinge il soggetto conoscente a percepire il reale come un’illusione. Per questo, si può leggere in Quantum nova l’espressione di un desiderio di una nuova quantità, cioè di una nuova forma di misura, di un altro metodo per conoscere la vita, così da poter ritornare nella storia, anziché vivere congelato nell’ideale visione matematica che, come un uomo nello spazio, vive intorno alle cose e non dentro di esse.

La rivoluzione invocata da Furnari non si limita a essere politica, ma va oltre, molto oltre e si fa metafisica: Quantum nova può essere letto anche come desiderio di un nuovo tipo di “quanto”, cioè di una rivoluzione del codice stesso della realtà, immaginando uno spazio governato da fisiche diverse da quella quantistica.

 


Note

1 Enrico Testa, Eroi e figuranti. Il personaggio nel romanzo, Einaudi, Torino 2009, p. 25.

2 Ibid.