Nei racconti di Nader Ghazvinizadeh, raccolti nei Cosmonauti (Pendragon 2015), si raccontano luoghi italiani che sembrano non esistere per quanto sono isolati

I luoghi, sulle mappe del navigatore, sono segni, longitudini, latitudini. Se ne può parlare in questi termini se per “luoghi” si intende solo posizioni geografiche, ma esiste anche un altro valore di cui i luoghi si connotano, che appartiene alla sfera soggettiva di chi in qualche modo ha a che fare con il luogo stesso. La soggettività di un luogo dipende dal singolo, eppure proprio per questo ci sono zone la cui soggettività, per una questione di numeri, viene a coincidere con una sorta di universalità per maggioranza. Ovvero paesi, campagne, aree lontane dalla spersonalizzazione delle città, che, per l’intensità con cui vengono vissuti da tutte le persone che là non vivono, rimarranno sempre, nell’immaginario collettivo, avvolti dalla stessa aura di mistero che nasconde ai visitatori occasionali le case degli altri o i musei meno conosciuti. La distanza che separa il visitatore dall’abitante consiste poi, in realtà, nel passo necessario a varcare una soglia o nella tela che divide l’osservatore dal soggetto di un dipinto: già Heidegger, parlando della sua amata Hütte nella Foresta Nera, aveva fatto luce sulla sottile distinzione tra il punto di vista esterno ed estraneo ad un luogo e quello che compartecipa della sua natura. «Gli abitanti delle città si meravigliano spesso del lungo, monotono isolamento tra i contadini in mezzo ai monti. Questo invece non è isolamento ma piuttosto solitudine» puntualizza il filosofo tedesco, cosicché il discrimine tra lo stare “di fronte” e “in situazione” finisce per poggiare sul rapporto che uno ha con il niente, proprio di ciascun luogo, che si trova a fronteggiare nel momento in cui è solo.

È un’atmosfera di solitudine quella che si respira nella raccolta di racconti I cosmonauti, quando la solitudine non sta ad indicare un vuoto ma un continuo dialogo del personaggio con se stesso, e quindi inevitabilmente dello scrittore come del lettore con loro stessi. È curioso che un tema così caro alla letteratura nostrana da diventarne un topos sia oggetto del lavoro di un autore con un nome che alcuni oggigiorno potrebbero accusare di avere troppe zeta e troppe acca al suo interno. Ma Nader Ghazvinizadeh è nato a Bologna, e le origini iraniane di suo padre sono forse ciò che permette a questo scrittore di indagare, almeno in parte, la questione dell’identità dei non-luoghi italiani (così si allude alla nostra penisola nell’introduzione al libro) al tempo stesso con l’occhio del passante e con quello dell’abitante.

Non-luoghi sono quegli angoli di un Paese che per avere in comune la caratteristica di non avere caratteristiche particolari si rassomigliano e all’ospite sembrano essere tutti un po’ uguali. Sono quegli sperduti agglomerati di case che si incontrano lungo la statale quando si fiancheggia la costa o si risalgono i colli dell’Appennino, dove gli edifici e le persone hanno un aspetto quasi secolare – come se ormai avessero assorbito le sembianze anonime del paesaggio e fossero da sempre tali quali sono. Dove si sosta, in mezzo a un lungo viaggio, con tanta strada già percorsa dietro ai piedi e ancora molta da percorrere davanti, dove sono costanti la chiesina diroccata e il bar aperto ventiquattr’ore su ventiquattro in uno stallo d’immobile attesa, il televisore continuamente acceso e sui tavolini i quotidiani del giorno prima. Uno si ritrova allora per caso, seppur per poche ore, di fronte a un ambiente che gli appare estraneo e così è costretto a fare i conti con la propria estraneità, la propria paura, il proprio isolamento rispetto a ciò che è il substrato dell’esistenza umana, la ripetitività. Eppure, qualcosa succede anche lì, tra persone che si dicono sempre le stesse cose parlando sempre nello stesso modo. Dipende unicamente dal punto di vista, dentro o fuori. Quello bilaterale dell’autore si riflette in quello dei suoi personaggi e nelle situazioni in cui lui li posiziona, abbandonandoli insieme al lettore in balia di un senso di smarrimento e indeterminatezza che in fin dei conti trascende l’analisi antropologica e accomuna l’uomo a tutte le latitudini. Tanto che nell’originalità dei modi stilistici e strutturali con cui il poeta e sceneggiatore si approccia a quest’esercizio di narrativa in prosa, da apprezzare per la particolarità all’interno dell’odierno panorama letterario ma forse ancora in via di maturazione, si potrebbero leggere le tracce e le influenze di un trascorso artistico e biografico precedente alla composizione dell’opera.

 

In effetti I cosmonauti è un libro fatto di costanti e riflessi. Lo sguardo di Ghazvinizadeh si riproduce nel rapporto dei personaggi, nessuno escluso, con questa realtà di specchi paralleli.

«In quel punto della golena guardare l’altra sponda è come guardare in uno specchio: nelle mattine di fuga da scuola e dormiveglia ci siamo inventati dei personaggi identici a noi, con gli stessi nomi, che vedevano l’acqua scorrere nell’altra direzione da una casa di pesca.»

Come su quella che potrebbe apparire la scia di una nuova e al tempo stesso ribaltata versione di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, il fiume, nel suo scorrere sempre uguale a se stesso, rallenta il tempo, lo deforma, separando di due sponde il mondo esterno, che impone il cambiamento, e la volontà di rimanere immersi nella dimensione di originaria apnea legata al paese di provenienza. In altri punti il dualismo tra osservatore e osservato, che qui si presenta come un bivio, inverte la prospettiva: allora addirittura si arriva a mettere in discussione i ruoli in gioco, e il visitatore stesso appare straniero a chi si vede intruso da una presenza che non ha niente a che fare con il quotidiano, e che anzi interrompe il ciclo della ripetitività e mostra che la vita vola via eccome: «Quando sarò qui da un tempo sufficiente l’angoscia delle presentazioni passerà, e potranno credere che io sia qui da sempre» si augura il protagonista del secondo dei tre racconti di cui è composta la raccolta, Un prete a Ripoli, nome che è già tutto un programma, si noti l’assonanza rovesciata tra la “p” e la “r”. Sotto la lente del guscio protetto che diventa allora la realtà di provincia lo spazio e il tempo si ripropongono all’infinito fino quasi ad annullarsi a vicenda, o almeno a sformarsi rispetto alla loro valenza iniziale, come quando a forza di ripetere una parola di questa non resta che una mollica biascicata di significante. I non-luoghi non sono solo fisici, sono anche stanze o lacune lasciate da ricordi antichi, perché il concetto stesso di ripetizione ha in sé qualcosa di ipnotico e insieme ancestrale, e come la goccia che erode la roccia, scavano nella memoria di chi ne fa parte per un periodo che supera la semplice visita. Cosicché la realtà riflessa degenera in realtà rifratta, deformata e, con un effetto voluto ma forse a volte un po’ difficoltoso, i piani temporali finiscono per confondersi, dilatandosi all’infinito, soprattutto nel racconto che dà il nome alla raccolta – «la mia esistenza immaginaria è confluita nel mio presente», confessa il protagonista stesso. Infatti l’autore sembra dichiarare in modo programmatico la sua noncuranza nei confronti dell’assenza (o quasi) di una qualunque struttura narrativa di base quando afferma, sempre per voce del suo personaggio: «La scelta del posto, invece, mi sorprese: come se Marcello sapesse che mi piace andare nei luoghi dove c’è qualcosa in sospeso, dove c’è un discorso che si è dilungato per non arrivare mai più al punto.»

Tra gli altri rimandi e dualismi di cui il libro è intessuto particolare è il gioco che coinvolge le descrizioni delle abitazioni, sempre sul piano della prospettiva a metà tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori. Se l’atmosfera atemporale è l’elemento preponderante nel primo racconto, questo lo è nel secondo. Anche gli edifici sono non-luoghi: le case, quando si è bambini in via del Salto (I cosmonauti), sono vissute in funzione delle avventure che l’uscire all’esterno può riservare («Era tutto un dentro e fuori dalle nostre stanze, a ogni commissione, e ogni scusa era buona»); le abitazioni altrui, quando le si osserva da fuori (Un prete a Ripoli), assumono le sembianze di contenitori pro forma, ma non si sa bene se siano davvero abitate, allo stesso modo in cui si fa fatica ad essere sicuri di conoscere le persone che si incontrano di rado («Per la strada ci sono case, nelle case non c’è nessuno, penso. Lungo il percorso disseminato di legnaie ci si sente in compagnia, mentre dentro nelle abitazioni vuote si è soli», «Ma sapere chi è il proprietario di ogni muro, questo sarebbe utile»); le camere di un albergo invece (Medicamenti antichi), quando arriva l’ora di andare a letto, mettono a disagio per l’intimità forzata cui costringono chi si trova in una situazione al di fuori della consuetudine («Prende forma una gran voglia che siano le sette, che l’albergo torni un luogo pubblico e smetta di frazionarsi in luoghi privati»).

A fianco dei non-luoghi troviamo anche dei non-personaggi. La loro alienazione si sente con maggiore forza in Medicamenti antichi. La situazione di apertura del racconto, che è stata definita da Alex Caselli quasi kunderiana, ne è una prova. La funzione di questi fantasmi spesso sembra quella di esistere unicamente come figure mentali, a volte sofismi. Potrebbero essere chiunque, dal momento che non ne vengono quasi mai declinate le generalità. Non sappiamo niente su di loro se non dettagli minimali. Non una descrizione fisica né un attributo di troppo, al massimo sono tratteggiati attraverso categorie fisse come “il chirurgo”, “il sindacalista”. Ma la cosa più eccezionale è che essi stessi sembrano tacitamente consapevoli del fatto che l’autore l’abbia gettati all’interno di ruoli che non appartengono a loro, ma non ne conoscono il come o il perché, cosicché in questo come negli altri racconti si verifica una sorta di rottura della quarta parete che si concretizza poi nel sodalizio di personaggio e lettore alla ricerca di una propria identità. Per di più, se questa ricerca indipendente avviene al livello delle riflessioni sottese al libro, le poche azioni e vicende che i personaggi subiscono invece appaiono in alcune occasioni legate a un fatalismo aprioristico stabilito dall’autore, anche quando esso implica la ricaduta di una nemesi epica sul protagonista. Nel primo racconto, Giorgio Momentè, con le dovute distanze, ricorda vagamente una via di mezzo tra il marinaio della ballata di Coleridge e Anguilla de La luna e i falò, anche lui tornato in Italia, nel paesino piemontese d’origine, dopo diversi anni passati in America. Il personaggio di Ghazvinizadeh passa infatti, nel giro di un paio di pagine da un «ora via del Salto non c’è più e devo parlarne» a un «La solitudine, l’estraneità devono essere la vendetta per la diaspora».

I non-luoghi arrivano ad apparire quindi quasi come proiezioni immaginarie dei loro abitanti, proprio perché essi sono protagonisti totalizzanti: poche figure, sole, cui è affidata una narrazione che procede a tentoni, avanzano a occhi chiusi nella notte dei loro stessi pensieri – Nader Ghazvinizadeh stesso ha definito la sua raccolta come composta da un racconto pomeridiano, uno invernale e uno notturno, appunto.

In tutto questo tuttavia la natura recita una parte secondaria. O meglio, gli elementi di acqua e terra ricorrenti all’interno dei tre racconti si configurano come espressione di una forza antropica più che naturale. L’alluvione nel primo, il giudizio definitivo, la catastrofe attesa che si risolve in un falso allarme, così come la montagna nel secondo come espressione di un mistero esistenziale inafferrabile, o la pioggia liberatoria del finale del terzo, che in realtà non porta alla completa soddisfazione, ma si rivela solo un surrogato del mare tanto inseguito dall’“osservatore”, si risolvono poi nella conferma dell’inutilità delle attese della vita, dell’inafferrabilità delle leggi che regolano i rapporti tra le persone, del fatto che arriva la pioggia perché il mare cui si dedica un’intera esistenza forse non c’è mai stato.

Se si volesse continuare a seguire la logica dei non-luoghi anche nell’analisi della struttura della raccolta, si potrebbe dire che l’effetto complessivo è quello di una climax ascendente di indeterminatezza: l’ambientazione del primo racconto è un punto di partenza, quella del secondo una destinazione, quella del terzo una tappa, una sosta, solo un passaggio. Passato, futuro e infine presente, dove il passato non è più e il futuro si declina in una serie di congetture ipotetiche e campate in aria. È inevitabile voler leggere in una costruzione di questo tipo la tradizionale e inesauribile riflessione sulla vita e sul tempo, su una gioventù che non si vuole abbandonare, sulle occasioni perse, su ciò che ci si lascia dietro di sé ma che spesso si è costretti a portare con sé, su quello che si ha davanti o sul niente che l’esistenza ci riserva, la ricerca di un senso e insieme una scrollata di spalle.

Al tempo stesso però l’indeterminatezza stilistica risale controcorrente questa strada interpretativa proprio come via del Salto fa col fiume. Dai ragionamenti a voce alta di Momentè si passa a una lingua sempre più concreta, fino alla visione stabile per non dire asettica dell’ultimo racconto, quasi incutessero più paura, o facessero traballare le più ferme fondamenta le cose dette come stanno. Così non si può non far caso alla scrittura di Ghazvinizadeh, che inonda il libro di un fiume di parole selezionate con attenzione. L’elemento stilistico, che in potenza potrebbe costituire il principale punto di forza dell’opera, si rivela forse in alcune zone, dove questo fiume ristagna, anche il principale fattore di stanchezza ritmica. Nel comprendere le ragioni di queste scelte autoriali arriva in soccorso la considerazione del fatto che I cosmonauti rappresenta la prima pubblicazione in prosa dell’autore, la cui penna reca in modo inconfondibile il marchio dell’impostazione poetica così come a volte si rivela tanto semplice o schematica da avvicinarsi a quella del copione – Ghazvinizadeh è stato anche sceneggiatore, e vi sono tratti nella sua opera che ricordano la scrittura teatrale o cinematografica, soprattutto nei dialoghi, cioè nel modo in cui riporta direttamente (nome, due punti e corsivo) parole pensieri registrazioni della voce di un personaggio; senza contare che, come già detto sopra, l’orientamento stesso di tutto libro è quello di una sorta di lungo monologo interiore.

Alla luce di tali chiarificazioni si noterà molto facilmente quanto lo scrittore scriva in prosa ragionando in termini di versi, figurazioni, suoni, asindeti. Si percepisce forte la mancanza del respiro di fine rigo, e i salti analogici che la poesia permette, schiacciati nella prosa, in rare occasioni prendono l’apparenza di veri e propri voli pindarici. Diverso è invece quanto quest’effetto ottiene, per esempio, nelle prime pagine de I cosmonauti, che proprio per la loro cadenza poetica funzionano molto bene sia sul piano del ritmo che della lingua. Si impongono infatti al lettore con una semplicità, ma contemporaneamente con una solidità di portata epica. Epica perché esse inaugurano il microcosmo dei miti di paese di cui Ghazvinizadeh si fa aedo, affrontandoli con la stessa ripetitività e disconnessione del racconto orale.

Ma poi, infatti, chi sono alla fine questi “cosmonauti”? Il termine riconduce tanto a peregrinazioni spaziali ultratecnologiche quanto a speculazioni teoretiche eteree. Ma non c’è niente di tutto questo. In primo luogo cosmonauti sono i piccoli eroi di vita che popolano i racconti del libro, e che guadano l’universo delle comunissime angosce che li investono in fiumana, marciando controcorrente o anche, perché no?, abbandonandosi al loro flusso. Ma per lo stesso principio per cui i non-luoghi non hanno peculiarità che li distinguano dagli altri luoghi, la loro singolarità si colora di un carattere universale, e l’essere cosmonauta coincide col non esserlo.


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Elisa Ciofini

Elisa Ciofini, classe 2000, bolognese, nei diciotto anni finora a lei concessi non ha potuto ottenere molto più di qualche premio e tanti rifiuti. Innamorata della letteratura antica e sposata con la narrativa breve, è redattrice ed editor del sito di giornalismo online Giovani Reporter. È stata semifinalista al concorso Visus Influenzae indetto da Ammatula, e i suoi racconti, uno dei quali è stato pubblicato in un’antologia di Historica Edizioni, sono usciti su inutile e Argo, rivista per la quale da poco collabora. Intanto, nell’attesa di crescere e imparare ancora un po’, passa le giornate a progettare, scrivere e, a volte, cestinare le proprie idee.

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