Invitato a scrivere in merito a un certo genere di fatti, ho chiesto a Franco il permesso di raccontare questa storia, che lo riguarda, e lui mi ha detto: «Va bene, ma cambiami il nome». È una cosa che è successa l’estate di cinque anni fa, una cosa di cui sono testimone, ma per Franco non è ancora maturato il tempo di riderci sopra. Per questo mi sono sentito in dovere di chiedergli il permesso. (Mi fa senso, però, chiamarlo Franco. Gli ho detto: «Il nome fittizio, sceglilo te. Cambierò qualcosa d’altro, per esempio il numero e il sesso dei tuoi figli»). Anche mia moglie allora era presente. Mi ha consigliato di cambiare anche il suo nome. «Magari, ti aiuta a farla sembrare un’invenzione». Questa volta, è toccato a me sceglierle il nome, e lei poi mi ha detto: «Come mai? Perché io avrei una faccia, secondo te, un aspetto, proprio da Manuela?»

L’estate di cinque anni fa era la seconda che io e la Manuela passavamo a V*. Non conoscevo quel paese prima di incontrare lei, ci ero andato forse due volte, quando eravamo fidanzati. Lei l’aveva lasciato da tempo. Tre anni dopo il nostro matrimonio, il nonno della Manuela era morto, e quella che era stata la casa dei suoi nonni era diventata la casa dei fine settimana e delle vacanze estive. Ancora adesso c’è qualcuno tutti i sabati, almeno nella bella stagione; ci alterniamo, ma qualche volta ci troviamo tutti e cinque: noi due, nostra figlia e i miei suoceri. Sto sempre bene a V*.

Però, quella seconda estate, il mio amico Franco stava passando un momento bruttissimo: si era separato da poco, non riusciva ad abituarcisi, e beveva. Era in difficoltà con i figli. Filippo, il più grande, mi sembra avesse appena iniziato le medie, oppure doveva iniziarle a settembre; l’altro aveva due anni di meno, cioè era in quarta. Franco li vedeva poco, e all’improvviso si rendeva conto di non aver poi tutta questa intimità con loro, né questa sapienza nel capirli. Nei giorni in cui gli era permesso di vederli, li passava a prendere e li portava in giro in posti caotici, dove si potesse sudare, divertirsi, passare le ore; altre volte veniva su da noi, e i suoi figli giocavano con l’Ada (ecco come si chiama nostra figlia). Appena messo piede in casa e salutato, mangiavano qualche boiata, una merendina, una pesca, e poi correvano fuori. Il più delle volte non li vedevi fino a sera, a meno che non succedesse un incidente, chissà, uno si era tagliato, o storto un dito, e allora ricapitava in casa preoccupato e sporco, per il conforto e i medicamenti. Oppure c’era stato un litigio e allora uno – di solito era Alessandro, il più piccolo – entrava imbronciato e tediava suo padre affinché tagliasse la festa anche all’altro, decidendo di tornarsene in pianura; ma il litigio non durava: Alessandro mandava via il broncio e usciva nuovamente per cercare gli altri due, perché tanto suo padre, di ritornare giù, non ne aveva alcuna intenzione. L’ho detto, Franco a quel tempo era messo male, stava andando giù di testa, lo dice sempre anche lui, ne abbiamo parlato altre volte e non è un problema per me scriverlo qui. Per carità, ero contento di vederlo, però in quel periodo era pesante; arrivava a sorpresa, delle volte in cui magari noi avevamo altri piani; toccava arrangiare qualcosa alla meglio. In più, Franco beveva, e quando beveva, immancabilmente, il discorso andava alla sua separazione, alle malefatte dell’ex moglie.

Franco beveva già dal pomeriggio, mentre i suoi figli giocavano fuori. E diventava dapprima gradasso e menefreghista, poi pesante, poi tetro e inconsolabile. Io e La Manuela finivamo a litigare per questa situazione. Lei aveva smesso l’abitudine di tenere due bottiglie pronte in casa, paventando una visita di Franco; ma lui, sfrontato, chiedeva da bere, ed era imbarazzante accontentarlo. Scendevo io in cantina, insieme a lui. Vedevo il suo collo bianco, la sua schiena, inflaccidita dalle birre, ballonzolare sotto la maglietta.

Intanto, i bambini erano chissà dove a correre. I due di Franco, esagitati, sobillavano l’Ada, che si trasformava quando c’erano loro: diventava irrequieta e disobbediente, anche più sciocca; e non sapevi mai dove cercarli. Anche questo era motivo di discussione con la Manuela. La sera, quando s’accendeva il lampione, uscivamo a vociare, delle volte a urlare la chiamata, e i bambini arrivavano accaldati, rauchi, da chissà quale percorso di campi.

In certi casi giudicavamo che Franco fosse troppo malmesso per guidare, e allora – la Manuela era maestra in queste dissimulazioni – trovavamo un gioco ai bambini, sul tappeto in camera dell’Ada. Franco di sotto si stendeva sul divano, a riposare. S’addormentava. Lo svegliavamo a mezzanotte.

Franco aveva cominciato a venire anche durante la settimana. I bambini avevano allargato l’area delle loro esplorazioni, fin giù al fiume, ma poi avevano trovato un loro posto preferito nella borgata vicina alla nostra. Ci arrivava un viottolo d’erba, che finiva sotto un voltone di pietra, e un cortile di case in rovina, una attaccata all’altra, con le finestre sbarrate da pezzi di legno incrociati; solo una porzione era ancora abitata da un vecchio che non usciva quasi mai, se non verso buio, o la mattina presto; lo vedevi raccogliere erbe. Stando ai genitori della Manuela, quel vecchio non c’era tutto con la testa.

I bambini laggiù avevano trovato due giochi: cacciare sanguisughe alla fontana rivoltando i sassi melmosi, oppure passare il voltone, attraversare il cortile, aprire piano il cancelletto di legno e salire gli scalini all’esterno della casa, per spiare il vecchio. Quando veniva sera li vedevamo sempre risalire da quel viottolo.

«Il vecchio è uno strego!», dicevano i bambini. Dalla finestra, al pomeriggio, lo vedevano bollire delle pentole sul fuoco, ma non per mangiare. Buttava dell’erba che aveva pesato e misurato, insieme a ciuffetti di pelo, e capelli. Dicevano che stava per decine di minuti a mescolare con un bastoncino gocce d’olio dentro un piatto, e biascicava qualcosa che loro non potevano sentire.

«Dai, esaltati, andatevi a lavare faccia e mani!».

Alessandro diceva: «Ma è vero! Ditegli di ieri! È vero o no?».

Visto che lo stregone non chiudeva mai la porta a chiave, ma la lasciava accostata, ultimamente si erano fatti coraggio e si erano detti: “Entriamo”. Il gioco era restare nell’atrio, silenziosi e immobili, ad ascoltare il vecchio che mugugnava mescolando l’olio e i capelli nei piatti.

«Devi vedere, mamma», dice l’Ada, «È tutto pieno di foto, tutto il muro, ci siamo tutti quanti, ci sei anche te per mano al nonno, ci sono anche io!».

Per i bambini sarebbe stato meglio non raccontarci quest’ultima parte, e infatti la Manuela, se le altre volte li aveva spediti in bagno con un distratto «Sì, sì», questa volta si era incupita e preoccupata, e li aveva sgridati; cioè, aveva sgridato l’Ada davanti agli altri due, che si erano girati a cercare conferma nel padre: ma Franco aveva fatto la faccia dura, mostrando appoggio alla Manu. «Non si va in casa d’altri così senza permesso, è da stupidi e da maleducati. Se ritornate giù di là, vi tengo d’occhio, è un mese di castigo, si sta in casa e niente play, siete avvertiti». Da quel giorno non se n’era più parlato, e i bambini, per quanto ne sapessimo, obbedivano. Se c’era il sole chiedevano a Franco di scaricarli su al campo sportivo, e l’Ada li raggiungeva là.

A luglio, la Manuela aveva una trasferta di lavoro; andavano lei e il suo capo. Non ero geloso, non mi sono mai permesso di esserlo, però si vede che qualcosa, in profondità nella mia testa, lavorava: i giorni precedenti alla sua partenza erano stati tesi. «Fai una cosa, Sandro», mi ha detto lei a un certo punto. «L’Ada può andare dai nonni, tu chiama su Franco, fatevi qualche giorno insieme, senza bimbi, senza mogli o ex mogli, andate a giocare a biliardo, andate a funghi. Così stai tranquillo, e ti rilassi. No? Che cosa dici?».

Io le ho detto che non capivo tanto il concetto. «Cos’è, un campeggio virile, ci regali la canna da pesca?». «Eh. Perché no? Siete capaci? Basta che tu la smetta con quest’aria accusatoria che hai messo su ultimamente, perché se proprio te lo devo dire, Sandro, sei peso».

Perciò ho seguito il consiglio della Manu, ho chiamato Franco e a dir la verità, proprio il fatto d’essere da soli, io e lui, come ai tempi della scuola, tutto il pomeriggio a parlare e bere insieme, ha cambiato il nostro umore. Non era più una confessione a senso unico sulla disgrazia della sua separazione ma anch’io tiravo fuori i miei timori, e gli dicevo della Manuela, di come negli ultimi tempi piantavamo il muso anche per il barattolo del sale, di come la sentivo scostante, e per la prima volta consideravo l’eventualità che fosse stanca, che si facesse spazio in lei l’idea di avere un altro; eppure non agivo per migliorare le cose e questo mi faceva stare male (“La Manuela? E perché ti deve lasciare?”) – questo compromesso nel discorrere delle nostre turbe ha fatto del bene visibile a Franco e anche a me.

Fatto sta che chiacchierando e sorreggendoci a vicenda, un pomeriggio, quasi sera, ci è venuto il prillo di andare a vedere l’antro dello strego. Abbiamo sceso il viottolo, ridendo e bevendo una birra in bottiglia.

Il cortile era invaso d’erba alta. Verso la scala dello strego c’era un sentierino pestato, con la gramigna schiacciata e gialla e si vedeva ancora, a sprazzi, il piastronato di un tempo. C’erano lame arrugginite di sgadora, reti di letto, falci e pali da vite, appoggiati ai muri del cortile. La casa dello strego sembrava disabitata come le altre; abbiamo salito gli scalini, ci siamo avvicinati all’uscio, che era di legno consumato, verde e rugoso come il cancelletto e gli scuri alle finestre. Come avevano detto i bambini, era accostato e non c’era chiave. Dalla finestra, non si vedeva nessuno. Ho detto: «Entriamo?».

Il buio era umido, ci salivava addosso; la calce dell’intonaco muffosa, la polvere fradicia colava negli angoli a mucchietti. L’ala sinistra della casa sembrava abbandonata. A destra c’era una stanza con un tavolo, la stufa e qualche sedia. Pentole e ciotole – saranno state quelle in cui lo strego, secondo i nostri figli, mescolava le pozioni curative, ho pensato. La maggior parte delle stanze non aveva porta, ma c’erano tende, come quelle dei negozi di paese, fatte di strisce di plastica e stoffa sintetica, e corde, a cui stavano appesi dei ninnoli, ossicini e piume, e sorpresine degli ovini Kinder.

Ormai abituati alla penombra, siamo tornati a guardare nell’atrio. Come avevano detto i bambini, il muro che affiancava la scala per il piano di sopra era interamente tappezzato di foto, una accostata all’altra, saranno state centinaia. C’erano facce che avevo già visto in paese: donne sull’uscio, bambini per strada, becchini, camionisti, cacciatori. Mi sa che tutta la gente che avesse lavorato o abitato la collina era lì in quelle foto; alcuni ti fissavano dritti negli occhi, ma più spesso erano scorci e profili rubati a distanza, tolti via da un gesto, da un discorso. C’era lo zio della Manu con la moglie, appena fuori dalla chiesa. C’era anche la Manuela. Davanti al giardino del padre, più o meno all’età delle medie. Contava con le braccia incrociate contro l’edera del muro. Altri due bambini, sfuocati, correvano a nascondersi ai bordi della foto.

Non saprei dire quanto fossimo rimasti lì, interdetti e imbambolati a bocca aperta, guardando le foto, in silenzio. D’un tratto mi sono girato, rivedendo Franco al mio fianco – m’ero quasi scordato di lui. Si tastava in tasca per tirare fuori una paglia; stava per accenderla, ma poi, come scrollandosi un sogno, l’ha rimessa via: era in casa d’altri. Ci siamo riscossi e sorrisi. L’alcol aveva lasciato i nostri corpi ed entrambi avevamo bisogno di andarcene, e di tornare a parlare, e di trovare leggerezza e svago nelle parole che ci saremmo detti. Così per non riattaccare male siamo rimasti in silenzio un altro po’. Poi Franco, nell’angolo opposto alla porta, ha visto un bastone appoggiato e l’ha raccolto: era bello scortecciato, liscio liscio, di nocciolo, e nella radica del manico era stata intagliata – non intagliata: appena aiutata, sbozzata, assecondando la forma presente nei nodi – una faccia bestiale. Franco ha detto, divertito: «Domani a funghi ci vengo con questo».

Siamo usciti, riaccostando la porta nel modo in cui l’avevamo trovata, e abbiamo ridisceso gli scalini, Franco con il bastone in mano, e appena fuori del voltone, abbiamo incrociato una capra, che stava scendendo per il viottolo. Veniva lenta, ordinata, con il muso metà bianco e metà nero, le corna corte. Quando ci è stata vicino, ci siamo fatti un po’ di lato. La capra ha guardato Franco, la sua mano sul bastone, l’ha fissato negli occhi; oltrepassandoci ha voltato gradatamente il collo continuando a osservarlo e Franco, anche lui, non ha potuto fare a meno di girarsi per reggere lo sguardo della capra. È entrata nel cortile, e noi ci siamo fermati; ci siamo rifatti un po’ indietro, a sbirciare: la capra ha salito lentamente i gradini esterni, e col muso ha scostato la porta. Dopo di che la porta si è chiusa.

Il giorno seguente siamo andati a funghi, ci siamo stancati come matti, Franco ha trovato quasi niente e quando finalmente, verso sera, siamo ritornati alla macchina, lui era sfiancato, perché non è abituato a camminare così tanto; ha mollato il bastone per terra, in un cespuglio, prima di cavarsi gli scarponi, e ha detto: «Te ti lascio qua, che non m’hai portato fortuna».

In macchina, si grattava la schiena contro il sedile: «Sta a vedere che ho preso anche le zecche». Quando ci siamo salutati, giù a casa, che era buio, si grattava ancora, non riusciva più a star fermo, mi ha detto: «Vengo un attimo in casa»; abbiamo guardato, accuratamente, alla luce dello specchio: niente zecche. «Sei solo arrossato», gli ho detto: «Te lo credo, è tutto il viaggio che ti gratti. Sarà stata una processionaria. Oppure qualcosa a cui sei un po’ allergico. C’è stato un anno, ce n’era un’invasione, di quei bruchi; ti riempi di bolle, ti gratti come un forsennato, certa gente fa persino fatica a respirare, roba da shock anafilattico. Vai a farti vedere dal dottore, domattina, in caso». Lui s’è rimesso la maglia ed è andato.

S’è rifatto vivo la sera dopo, per chiedermi al telefono se io stavo bene. «Certo che sto bene», gli ho detto. «Magari abbiamo mangiato qualcosa, no, Sandro?» – «Boh, io sto bene», gli dico: lui si sentiva dei brufoli duri nella schiena, e più li grattava più diventavano grossi; gli dico: «Sei andato dal dottore?».

«No. Domattina ci vado».

Il dottore gli ha detto che probabilmente si trattava di un’allergia, gli ha consigliato di fare dei test, e gli ha prescritto una crema da spalmarsi sulla schiena; ma quando la sera ci ha provato, Franco si è accorto che i brufoli si erano induriti, certi bubboni rigonfi, duri nel centro, come se qualcosa di acuminato spingesse da sotto per uscire, e voltandosi a guardare nello specchio li ha visti non più rossi, ma giallognoli, verdastri da sotto in trasparenza, come macchie di pus sottocutaneo che stessero venendo in superficie; il prurito, mi ha detto al telefono, era diventato insopportabile, quasi orgasmico. «Cosa possiamo aver mangiato che mi ha fatto male, cosa?», mi continuava a chiedere, e io gli dicevo, «Niente, Franco, non mi viene in mente niente, non lo so. Non è che ti sei messo in bocca qualcosa, nel bosco, non è che hai masticato qualche roba velenosa?» – «Macché, macché», diceva lui, e per un po’ taceva, ripercorrendo la giornata con il dubbio, e poi ripeteva: «Macché!».

«Ascolta, cerca di star tranquillo, domani l’altro vai a fare gli esami, e vedrai che capiscono cos’è… Domani torna dal dottore, intanto.»

Ma il mattino dopo, invece, me lo sono trovato al campanello; di andare dal dottore, mi ha detto, s’era vergognato. Mi ha detto: «Fammi entrare, per favore».

Mi ha fatto vedere. S’è tolto la camicia, sotto aveva un’altra maglia, e sotto questa, umida e tinta, i bubboni maturi erano aperti, altri ne stavano nascendo, e altri già gonfi erano germogliati in steli d’erbetta puntuta e di fiori, e soffioni che si sono sparsi nel mio bagno. Ho cominciato a starnutire.

Il giorno dopo è tornata la Manuela; s’è stupita di trovare Franco ancora lì, schivo, chiuso nella camera degli ospiti, avanti e indietro dal bagno circospetto. «Cos’ha Franco?». Anche se lui inizialmente non voleva, abbiamo dovuto metterla a parte della cosa. È successo così che per due giorni io e la Manu abbiamo passato il tempo tra il bagno e la cucina, curando la schiena di Franco, estirpando le escrescenze. Farlo in due ci sosteneva.

«Dio, guarda questo.» – con le unghie lei provava a svellere, senza spezzarlo, un crescione, di modo che non restasse nella carne la radice. Alcune piantine avevano un fittone lungo e liscio, simile a quello delle carote, e si cavavano quasi dolcemente, con uno schiocco sessuale. Alcune avevano rizomi che si estendevano orizzontalmente sotto la pelle. Altre piantine erano stolonifere, tappezzanti come l’erba pignola, le staccavamo a strappetti delicati dalla schiena di Franco, come tanti piccoli piedini collegati da cerniere. Certi radicchi spinosi toccava prenderli da sotto, andare dentro la carne bianca con le dita per non pungersi, e quello faceva più senso; a volte mi sentivo un po’ svenire, ma la Manuela era lì. Più strappavamo, però, più ricrescevano. La cosa peggiore era togliere i cespuglietti d’erba che avevano radici molto fitte e difficili da ripulire: tiravi, tiravi, la carne di Franco si rifiutava di mollarle, e infine veniva su a grumi, lasciando un cratere sempre bianco, senza sangue. Non capivo perché non ci fosse sangue. La sua carne era morbida, biancastra e come abbandonata, come le grinze che restano dopo una giornata in acqua. Abbiamo capito che tenendolo bagnato, ancor meglio a mollo per un quarto d’ora nella vasca, era più facile togliere le piante. Però l’acqua accelerava la ricrescita, e al terzo giorno la sua schiena era soffice e ormai ricoperta, spugnosa di muschi: se aspettavamo un pomeriggio il bianco della carne quasi non si vedeva più. Il prurito l’aveva ormai portato in uno stato di deliquio, da cui la sua voce ci arrivava come quella di un mistico. La sua ex moglie ha chiamato due volte, per chiedere se lui era lì, e due volte gliel’ho passato, tenendo la cornetta mentre lui continuava a grattarsi.

La Manuela a un certo punto ha detto: «Come facciamo domani? Domani torna l’Ada.»

«Chiama i nonni, inventati una scusa.».

«Per quanto, mi invento una scusa? Un giorno, due giorni? Due mesi? Che cosa ne sappiamo?» – Allora insistevamo con Franco perché si lasciasse vestire e portare da uno specialista, un dermatologo bravo, magari, non sapevamo bene neanche noi, non era certo una cosa di cui potessimo aver esperienza. Ma lui non voleva saperne, diceva che piuttosto s’ammazzava, che l’avrebbero studiato e sfinito d’esami, recluso e sezionato, non ci voleva tanto a capirlo, no? Non sapevo cosa dirgli, l’eventualità c’era. D’altra parte, l’alternativa qual era, tenerlo a vita segregato in casa nostra e coltivarlo?

Questa roba è durata quattro giorni. Mi sembra incredibile a pensarci adesso: quattro giorni così. Poi, Franco ha cacciato un urlo e si è messo a ridere, rideva fortissimo, e io e la Manuela ci siamo detti, «Addio, è impazzito». Era comprensibile, anzi era da chiedersi come avesse resistito fino a quel momento. Lui ha detto: «Portami dove siamo stati a funghi la settimana scorsa, portamici subito, ti prego. Bisogna che andiamo a riprendere il bastone!».

L’abbiamo vestito, l’abbiamo messo in macchina. Per tutto il viaggio Franco ha pregato, ha implorato che il bastone fosse ancora là.

C’era, per fortuna. Franco l’ha raccolto, l’ha tenuto stretto per tutto il viaggio di ritorno, con una paura spropositata che prendesse fuoco, o volasse dal finestrino, o qualcuno chissà ci fermasse per rubarci quel bastone; per fortuna invece siamo arrivati a casa; immediatamente siamo scesi alla casa dello strego, deserta come l’altra volta, e Franco ha poggiato il bastone nell’atrio, nel punto esatto in cui l’aveva preso.

Il giorno dopo la sua schiena era normale: pallida e un po’ morbida, con qualche rotolo di grasso verso i lombi, due nei abbastanza grandi nella parte sinistra – lui garantiva a se stesso e a noi, sollevato, di averli sempre avuti.