Logiche poietiche del divenire ⥀ La testualità

Un articolo di Antonino Contiliano che esplora la connessione tra la creazione letteraria, in particolare poetica, e le nuove scienze della complessità

 

In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione e dalla rigidità dei modelli predittivi, la poesia rischia di essere relegata a mero ornamento estetico o a sfogo sentimentale. Tuttavia, se osserviamo attentamente le dinamiche che regolano il nostro presente complesso, emerge una verità diversa: la pratica poetica possiede una capacità cognitiva e ontologica insostituibile. Questo articolo si propone di esplorare le connessioni profonde tra la creazione letteraria e le nuove scienze della complessità, dimostrando – attraverso un viaggio che tocca l’ontologia del tempo, le paradossalità della fisica moderna e l’etica della trasformazione – come la poesia non sia solo un’arte, ma una logica del divenire, come il testo poetico possa diventare il luogo privilegiato per abitare la contingenza e progettare futuri possibili.

Se ciò che si presenta alla nostra esperienza non è naturale ma divenuto, ci troviamo di fronte a una contraddizione non-contraddittoria, un delirio contingente del textum della vita che il sapere ha tentato storicamente di costruire come pubblica rete di relazioni. Su questi sentieri, poesia, filosofia e scienza si incontrano e si scontrano, utilizzando logiche che sono al tempo stesso comuni e diverse, dove la malinconia della realizzazione alimenta la nostalgia del non-essere-ancora. La metafora del textum si rivela l’analogia più idonea per parlare della eterologia delle cose: qui si uniscono e dividono simboli, suoni, spazialità e kairós del ritmo. È fondamentale comprendere che il kairós non è un momento istantaneo, cronologico, ma un intreccio dinamico, una metaxí che transita ermeticamente l’accordo degli elementi in un equilibrio mobile, designando una figura complessa della temporalità. L’essere, nella sua pluralità, può essere considerato come un testo che interseca tracce attorno a cui gravitano le discipline del sapere; la poesia, in quanto universo particolare con un tempo complesso, sfida il principio logico del terzo escluso. È un’esperienza della contingenza come con-tingenza, nesso e soglia, dove esistere è la ripetuta memoria degli istanti e l’eterno è consapevolezza della precarietà. In questo contesto, l’allegoria interroga la vita e ironizza la storia, portando alla deriva i frammenti del sistema: come scriveva Walter Benjamin, le allegorie sono nel regno del pensiero ciò che le rovine sono nel regno delle cose. È necessario pensare l’identità e la differenza mantenendo la loro opposizione irresolubile, affidandosi a una logica del tertium datur che recupera un tempo-textum plurale, luogo di una testualità unitaria dove lo scienziato è poeta e il poeta è scienziato.

Questa convergenza non è meramente teorica, ma operativa. Sia il laboratorio del poeta sia quello dello scienziato ricorrono oggi a linguaggi e logiche non riducibili al pensiero classico dell’armonia e della certezza. Per esprimere l’infinita processualità del divenire e conoscere la pluralità complessa, è necessario ricorrere alla stranezza delle paradossalità delle logiche odierne, come dimostrato dagli studi sulla turbolenza di Ruelle e Takens o dagli attrattori strani di Lorenz. La razionalità ha cambiato look, facendo trasparire le sue origini irrazionali: è una nuova razionalità paradossale, capace di coniugare simultaneamente gli opposti, dove la logica bivalente perde il monopolio dell’indagine sull’essere. La fisica quantistica e la teoria della relatività hanno messo in crisi i capisaldi della logica classica, introducendo indeterminazione, metafore necessarie e oscillazioni. Paul Dirac conia la metafora del mare degli elettroni per spiegare i buchi neri o l’antimateria presenti nel vuoto (che non è vuoto). Il serpente dellerba matematica di Robert May simboleggia invece i punti di biforcazione del caos deterministico dove necessita spiegare l’oscillazione nella dinamica di crescita o decrescita di una popolazione. Anche nel linguaggio letterario, come nell’Ulisse di Joyce, le alterazioni logico-linguistiche generano emergenze semantiche: la levis immutatio agisce, infatti, come l’effetto farfalla nelle scienze della complessità, producendo accadimenti aleatori ma interpretabili. Il principio di rimescolamento congetturale e il teorema matematico di limitazione di Skolem-Löwenheim confermano che nessun simbolismo può autoidentificarsi completamente: le proposizioni rimangono vere ma suscettibili di infinite interpretazioni, rendendo il divenire dell’essere un testo infinitamente aperto e plurale.

Un testo, dunque, non è mai una somma di parti bensì un ologramma dinamico, una struttura complessa di elementi che s’intersecano vicendevolmente creando universi incrociati. La non prevedibilità perfetta non esclude la determinabilità degli eventi: il mondo del caos e quello della poesia coniugano ordinato e disordinato non come opposti dialettici, ma come relazioni interattive e circolari. La complessità di una struttura artistica è direttamente proporzionale alla complessità dell’informazione trasmessa; il linguaggio poetico, grazie alla sua plasticità, permette di veicolare un volume d’informazione impossibile per il linguaggio comune. Gli strumenti retorici tradizionali, come la rima e il metro, assumono una funzione paradossalmente antifunzionale, opponendo il messaggio al codice per obbligare quest’ultimo a trasformarsi. Configurazioni artistiche create con la levis immutatio hanno una coerenza chiusa e aperta, perfetta e imperfetta, rifacendosi al principio del terzo incluso delle nuove logiche polivalenti. Come nelle litografie di Escher o nelle immagini frattali, la configurazione che si modifica conserva e diversifica l’identità e la differenza delle figure: la levis immutatio introduce una zona di frontiera che crea nuove combinazioni di senso, dove gli istanti del tempo non sono atomi fissi ma tempuscolo di transizione. Lo spazio delle fasi costituisce il luogo dinamico dove il linguaggio porta al punto critico di rottura la danza dei sensi, generando nuovi mondi pieni di instabilità poietica ma egualmente densi di senso plurale.

All’orizzonte di questa rivoluzione di paradigma c’è, inevitabilmente, l’impegno etico per mondi e rapporti senza dominio, dove la mente del poeta crea l’oggettività costruendo ipotetici mondi a venire. I mondi del poeta sono quelli della pace di Hermes e di Venere, fondati sulla logica del terzo incluso e sull’etica della contingenza: il poeta è il custode-custodito dell’utopia possibile. Il linguaggio poetico serve come esercizio etico di responsabilità, ricordando che gli itinerari della conoscenza non sono mai conclusi ma si fanno camminando. La vita è un esodo permanente e la hybris della poesia è la forza della trasformazione, della ribellione e dell’interrogazione ironica che scatena le contra-dizioni. I testi di poesia sono pratica significante e conflitto politico antagonista contro lo stato di cose esistenti, e anticipano una pratica antagonista dell’ordine del logos.

In questa fine millennio, la poesia deve porsi come una mina vagante che porta alla deriva i nuovi sensi della temporalità, svelando la barbarie delle nuove povertà indotte e mettendo in crisi l’assetto percettivo alienato. Facendosi luogo del transito permanente della logica della contraddizione, la poesia frantuma l’universalità ideologica del modello liberal-borghese per dare spazio alla phrónesis del saper decidere e agire il comune. È testimonianza della praxis della parola che, progettando un mondo diverso, dice che è possibile un’azione dei sogni e delle utopie, opponendosi al modello teleologico-capitalistico della storia e proteggendo lo spazio dell’azione e del giudizio critico. In definitiva, accettare le logiche poietiche del divenire significa riconoscere che la verità non è un punto fermo da raggiungere, ma un movimento continuo da abitare, dove ogni parola è un atto di resistenza e ogni verso una mappa per navigare l’ignoto.