Presentiamo un racconto di Andrea Bricchi, accompagnato da una nota introduttiva di Gabriele Gallina

 

La comunione dell’uomo con la natura è la cifra del conciliato. Di questa mirabile unione, per cui egli compie la propria umanità nel riconoscimento di sé come natura, è possibile scorgere la struttura originaria. Essa consiste in uno scarto costitutivo tra la ragione e qualcosa che si sottrae a ogni genere di definizione, un’ombra residuale che si esperisce unicamente per il fatto che sfugge alla nostra presa. Si potrebbe dire che se ne esperisca la non-esperienza. L’uomo ha, sostanzialmente, due possibilità innanzi al proprio, ellittico, impianto: accettarlo, mantenendo la tensione che esso comporta; rifiutarlo e rimuoverlo vivendo come se le cose non stessero in questi termini.

Non spetta a noi il compito di stabilire, in merito a questa situazione, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, come se davvero ci fosse una fantomatica “via da seguire”, né discutere i vantaggi e gli inconvenienti generati dall’uno o dall’altro atteggiamento, per dir così, esistenziale assunto. Tuttavia, come non è pensabile una pienezza che non sia sorretta da un’idea di vuoto, non è certo auspicabile, per l’uomo contemporaneo, credere sia lecito sottrarre all’ingombrante e debordante eccedenza di ciò che è pieno proprio quel vuoto senza il quale ne va dello stesso. L’antica verità eraclitea ricorda come il dio sia giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, sazietà e fame. In altri termini, non c’è vera pienezza senza il vuoto, privare di questo il pieno equivale a vivere l’illusione di muoversi in esso laddove lo si è invece reso mutilo, impoverito. Ironia della sorte vuole che, per di più, si rivendichi – confondendola – questo tipo di condotta proprio con quella ostentata completezza esperienziale che si è, al contrario, finito di liquidare.

Eppure, è perlopiù così che, sotto l’azzurro inganno della luce gli uomini sognano le loro giornate, mentre qualcosa si addensa nell’ombra, muto testimone che li accompagna e che sola può avere requie – dissoltasi – nella notte, stellata trama dell’universo.

L’ombra, dunque, la si può additare quale verità obliata, atavica memoria, consapevolezza recondita di ciò che è incerto e dell’instabilità di noi, del mondo, della realtà. Ma essa è anche, piuttosto, ciò che si crea come risultato di una costrizione. Allo stesso modo in cui l’oscurità è fisicamente tale poiché costretta in una data forma dalla luce che la trafigge, ogni qualvolta quella perfetta trasparenza della distanza che è coscienza, per tramite della ragione, schiaccia sotto questa o quella convinzione tutto l’informe caos che comunque abita l’uomo, l’ombra è l’inevitabile prodotto di scarto di una simile applicazione di forze.

Questo racconto è abilmente giocato sul filo dei rapporti che intercorrono tra riconoscimento e disconoscimento del sé, nella cui dialettica l’ombra funge da discrimine, buia visione che rammenta chi siamo ed a quale grado di alienazione da noi stessi e dalla natura – da noi in quanto natura – si sia arrivati. Rischio è che la vita scorra senza che se ne abbia il sentore, che l’unica cognizione rimasta sia quella, traumatica, del tempo fuggito senza lasciare traccia. Nessuna brezza soffia intorno alla solitudine così evocata, soltanto il sentimento di una profonda e radicale estraneità del mondo e di sé stessi. I precedenti letterari in questo senso sono numerosissimi, dai maestri dei maestri, americani e inglesi – Poe, Hawthorne, Stevenson – ai francesi – da Baudelaire a Maupassant – e, più in generale, ai grandi del Novecento – da Kafka a Nabokov – non la si finirebbe più di pronunciarsi al riguardo. Senza dimenticare che giungono sino a noi, noi “moderni”, i moniti impietriti, disperati e puntualmente disattesi di Rimbaud e Nietzsche.

Buona lettura.

(di Gabriele Gallina)

 

Alberto Giacometti, “Grande nudo”

 

L’OMBRA

di Andrea Bricchi

 

Un torrido pomeriggio di qualche mese fa accadde l’impensabile. Bisogna premettere, signor dottore, che ero da poco uscito da una storia sentimentale… E questo non era che uno dei problemi di quel periodo: avevo avuto dei disguidi in famiglia ed ero stato licenziato in tronco. Passavo, si capisce, un periodo nero. Ritrovare una condizione, se non proprio di felicità, almeno accettabile era diventata un’eventualità remota. Il modo per riconquistare la normalità mi era ignoto. Trascorrevo intere giornate barricato in casa a tormentarmi, fumando una sigaretta dietro l’altra e bevendo.

Soffrivo di un’insonnia esasperante. Sonniferi e tisane non funzionavano: ogni notte prendere sonno era un’impresa. Oltretutto, se dormivo, spesso mi svegliavo di soprassalto, nel cuor della notte, levandomi a sedere sul letto con il respiro affannato e sentendomi strozzare. Immerso nel silenzio, avevo allora il timore che il buio attorno a me volesse strangolarmi. Nella confusione dei pensieri incongrui che mi opprimevano mentre ero ancora fra il sonno e la veglia, si aggrovigliavano in me angosce insormontabili, ricordi di azioni compiute in giornata o lontane nel tempo, e riflessioni orrende sulla natura mostruosa della nostra specie, sulla morte, sul vuoto incommensurabile che sussiste tra i pianeti, attraverso il cosmo. Quest’universo maledetto irrompeva nel mio spirito semicosciente, prendeva la forma di un incubo senza immagini, ricolmo soltanto di un fosco orrore.

La notte era per me una seconda condanna: la prima era il giorno che, come ho accennato, mi feriva tramite gli agenti circostanti, le catene che ci tengono legati al mondo e le conseguenze delle scelte fatte, per me invariabilmente spiacevoli. Questo è il motivo per cui da giorni, anzi settimane, avevo smesso di prendere decisioni. Perché compiere azioni, mi dicevo, che non mi procureranno altro che sofferenze? A questo genere di conclusioni dovette spingermi senz’altro una fortissima paura della morte, che come una piovra si articolava e si infiltrava con i suoi tentacoli nei più piccoli meandri della mia vita. Paura: questo era la mia vita. La mia coscienza si dibatteva, si chiedeva cosa fare; di continuo e più forte di ogni altro sentimento, sorgeva in me un timore, che contrastava le mie domande e mi frenava, mi piombava nella più cupa angoscia.

Ecco come sono andate le cose. Vivevo in quei giorni un lutto permanente; era come se la morte stessa mi stringesse nel suo freddo abbraccio. Un giorno arrivai persino a pensare seriamente di farla finita. Tuttavia, non saprei ben dire come, respinsi quel pensiero suicida e mi imposi di uscire, di scappare di casa, di precipitarmi in strada, di rifuggire il più intimo me stesso. Chi mi vide girovagare con quell’aria stralunata avrà pensato che fossi pazzo. Per la verità non ricordo di gente a passeggio come me, a eccezione di un certo individuo con cui sbadatamente mi scontrai girato un angolo. Ricordo però alla perfezione il caldo tremendo di quel giorno: sudavo come mai prima.

Passò una mezz’ora buona, durante la quale quella continua marcia sembrò stemperarmi il tormento interiore via via che consumavo le energie. Camminando su un marciapiedi lungo una larga strada di periferia su cui sfrecciavano macchine fiammanti, così – quasi senza pensarci – posai gli occhi sulla mia ombra. Lei, signor dottore, non mi crederà, ma le cose stanno esattamente in questi termini: quando abbassai lo sguardo ed esaminai distrattamente l’asfalto, mi accorsi che l’ombra che vedevo proiettata per terra non era la mia.

Mi fermai subito a osservarla, come inebetito, non volendo credere ai miei occhi. No, davvero, quell’uomo grasso e apparentemente calvo non potevo essere io. In un primo momento scacciai da me ogni pensiero; distolsi lo sguardo; ma ecco che ciò che avevo appena visto mi richiamò a sé. Tornai a guardare quella forma e mi si gelò di nuovo il sangue a constatare che non era cambiato nulla rispetto a pochi istanti prima. Come per tentare con il pensiero ogni strada, ogni scappatoia, mi domandai se non mi fossi ridicolmente lasciato ingannare da qualche illusione ottica. Ma niente da fare. Stentavo a credere si trattasse di me, al punto che seguii quella figura fino ai piedi, ma dovetti mettermi l’anima in pace: era proprio da lì che partiva quell’ombra.

“Perché?”, pensai allora. “Di chi è questa sagoma? A me certo non appartiene. Come è successo? C’entrerà che mi sono scontrato poco fa con quel signore che non guardava dove metteva i piedi? Che ci sia stato dunque uno scambio d’ombra? Impossibile! O forse risale a prima ancora e semplicemente non ci ho mai fatto caso?”.

Non trovando una spiegazione soddisfacente mi lasciai prendere dal panico. Mi chiesi tra le lacrime come potesse essere concepibile un’assurdità del genere. Piano piano si affacciò in me l’idea di aver perso del tutto il senno.

Ma ancora più forte fu la nostalgia indicibile per la mia vecchia ombra, la mia vera ombra, la mia unica ombra: un sentimento che cominciai a provare non appena realizzai che, se non era un incubo quello che stavo vivendo, la perdita sarebbe stata irrimediabile. Quella sagoma oscura che mi accompagnava, adeguando la sua velocità alla mia come un fedele cagnolino… Dov’era? Dov’era quel velo nero che scivolava come la notte che con solennità ricopre, fiume di oblio e di sonno, la metropoli? Quell’inchiostro simpatico con cui scrivevo sul papiro srotolato delle strade, quella pittura effimera che stendevo con i passi sulla tela dei sentieri, quella cascata di tenebra che usciva dal mio corpo, quel nero lago con l’attrattiva dell’abisso, quel sudore esorbitante che da me colava fino a bagnare di oscurità il lastricato! Come fu grande la disperazione nel vedere in quel mantello di buio, in quello strascico luttuoso, un’ombra non mia…

Io ero l’occhio. La mia dolce, cara, vecchia ombra il sopracciglio sottile che si inarcava a ogni mio stupore, che si corrucciava a ogni mio dispiacere, a ogni mia lacrima. Che cosa avevo fatto per meritarmi invece una simile nuvola nera sulla mia esistenza, un tale uccello del malaugurio, un tetro corvo così poco familiare, il quale da allora – me ne persuasi – mi avrebbe seguito ovunque? Stretto come in una morsa da quella mano abnorme sul marciapiede, sperai in qualche effetto ottico; oppure che quell’ombra non fosse che un guanto sotto cui si nascondeva la mia eterna sorella. Ma no: quella lamina ignota, quella lama di buio era lì, conficcata ai miei piedi: un’unghia, un artiglio d’angoscia che non mi dava requie.

Volendole provare tutte, ripresi a camminare, ma quel contorno non mio non la smetteva di seguirmi come un fantasma, o come un mostro avvinghiato alle mie caviglie per mezzo di due serpenti gorgonei. Ogni volta che mi voltavo vedevo quella finestra aperta sulla vertigine, sull’incubo terrificante che stavo vivendo.

Una furia improvvisa e disperata mi colse. Scalpicciai con rabbia, scossi energicamente, nervosamente, le gambe, schiacciai l’ombra con il piede. Dopo mi spostai, così da far passare, maldestro umbricida, le automobili in corsa sopra quella sagoma estranea, sperando scioccamente che, fatta investire a forza, me ne sarei liberato: me l’avrebbero portata via troncandomela di netto, pensavo… Con questo fine balordo, cercai di approfittare anche del passaggio di un tram, e poco ci mancò, vista la scarsa lucidità, che non finissi schiacciato! A più riprese scattai di corsa, più forte che potei, per poi voltarmi e controllare se avessi seminato quel mostro piatto, ma furono vani tutti gli sforzi. Altro non ottenni che dare spettacolo di me stesso, incutendo timore in chiunque mi ronzasse attorno a piedi o in macchina. Eccola sempre là dietro, l’ombra: seguiva me, proprio me; era sempre lì, sempre attaccata alle mie suole con le sue unghie oscure.

Constatata l’inutilità di provare come un idiota (non sapevo più che inventarmi) a staccarmela dai piedi con le mani, corsi terrorizzato a casa per avvertire i miei familiari dell’incredibile incidente. Ma stranamente non trovai nessuno… Ancora oggi, peraltro, non sono riuscito a rintracciarli. Dottore, lei sa che fine hanno fatto tutti?

Ad ogni buon conto, attraversando il salotto notai con la coda dell’occhio che in piedi accanto a me c’era un estraneo; al che balzai dallo spavento e lanciai un urlo. Qualche istante dopo misi a fuoco quel figuro e mi accorsi che imitava i miei movimenti. Per colmo di stranezza, vi riconobbi i miei stessi tratti somatici. Non ci misi molto a rendermi conto, con sommo stupore, di trovarmi semplicemente di fronte allo specchio del salone.

Mi avvicinai. Capii che l’immagine che mi veniva restituita era la mia, quella di un uomo di mezza età: stentavo a crederlo, ma quell’uomo pingue, dal volto solcato dalle rughe, provvisto di due baffoni che non mi ero mai sognato di farmi crescere, perlopiù calvo e completamente canuto laddove restava qualche capello, ero proprio io.

Come spiegare un’assurdità del genere, questa specie di strano sogno dal quale devo ancora ridestarmi? Possibile che un vacillamento imputabile al fortissimo calore di quella giornata mi abbia fatto crollare, e mi abbia causato un esaurimento nervoso che ancora oggi mi accompagna con il suo corredo penoso di emicranie insopportabili? Forse si è trattato di una forma di amnesia che mi ha fatto dimenticare la mia vera età, convincendomi inspiegabilmente di avere ancora venticinque anni? Sono così flebili le sovrastrutture razionali che affollano le nostre povere menti?

Non sono pazzo, vero, dottore?

 

Alberto Giacometti, “Figura intera”

 


Andrea Bricchi, romano, insegna lettere nella sua città. Ha vissuto per alcuni periodi in Francia per studio e lavoro. Autore di una silloge di prose poetiche dal titolo “Il cofanetto orientale” (Zona, 2015), ha di recente pubblicato un racconto su “CrunchEd” e collabora, con recensioni e note critiche, con “Downtobaker” e altre riviste on-line. Attualmente sta portando a termine la stesura del suo primo romanzo.