Lorenzo Mari analizza L‘indifferenziata, la nuova raccolta di poesie di Viola Amarelli che si muove nella discrasia tra l’individuo e la collettività

 

Fin dal titolo, e in realtà già a partire dalle precedenti opere dell’autrice, come ad esempio Il cadavere felice (Sartoria Utopia, 2017), L’Indifferenziata (Seri editore, 2020) di Viola Amarelli si muove nella discrasia – nella «ricchezza della discrasia»1, come osserva più precisamente Giuseppe Antonio Liberti nell’esaustiva postfazione – tra individuale e collettivo.

Letteralmente, infatti, “l’indifferenziata” allude a un insieme di rifiuti, scarti, detriti resi omogenei e non altrimenti specificabili; d’altra parte, se si separa il lemma dall’espressione di uso comune, “raccolta indifferenziata”, si ottiene un possibile riferimento a un più positivo e produttivo «vivere sociale multiforme»2 che – nell’intendimento spinoziano dell’autrice, sempre per stare all’interpretazione di Liberti – richiama la costituzione di quelle moltitudini nelle quali le singole individualità sono chiamate a unirsi con un moto centripeto, subendone, al tempo stesso, la forza centrifuga di disgregazione. Da qui anche la ricorrenza dell’immagine del pulviscolo3 nel corso del libro, in una sorta di amorosa corrispondenza con un altro poeta campano, Michele Sovente, di cui Liberti ha recentemente curato l’edizione critica del libro del 1998, Cumae (Quodlibet, 2019).

L’indifferenziata, tuttavia, non allude soltanto a queste moltitudini, che sono, con ogni probabilità, già sconfitte, sul piano politico, eppure risultano ancora vive e ritmicamente pulsanti nella stessa materia testuale della loro costituzione; richiama anche, per negazione, quel processo di differenziazione che tradizionalmente si ritiene proprio dello stile, in quanto stigma della riconoscibilità e suggello della poetica autoriale. Del resto, nell’Indifferenziata non mancano gli stilemi caratteristici di generi come l’invettiva, spesso giocosa (ad esempio: «da Mao dico fuck you / al cinesino che non vuole portarmi l’acquavite di riso»4), o la parodia (ad esempio, i «sedici soldati siriani»5, che non possono non ricordare l’omonimo testo di Guido Mazzoni incluso ne La pura superficie del 2017).

L’indifferenziata è dunque, a sprazzi e a lampi, avvelenata come la canzone di Guccini. Eppure, l’apparizione di questi stilemi non è un elemento di contraddizione con la dimensione collettiva presupposta dal titolo, integrandone la fisionomia con una serie di marche di genere che – per quanto legate alla prima persona, e quindi a un io che però, nel caso di Amarelli, è opportunamente depotenziato – possono essere appropriate anche da prospettive altre. Come ha scritto Carlo Bordini, negli appunti sul libro di Amarelli pubblicati postumi su «Poetarum Silva»:

«È raro, estremamente raro che la poesia contemporanea adotti questi toni, questa invocazione e denuncia così diretta che in genere sembra così retorica. Ci sono migliaia di cattive poesie retoriche che criticano il capitalismo, la realtà esistente e i poeti migliori, più avvertiti, giustamente se ne tengono lontani, ma Viola Amarelli riesce dove altri hanno fallito anche perché c’è questo senso di corresponsabilità, e, in controluce, potrei aggiungere, di com-passione, o forse perché oggi la poesia è femmina».

Se quest’ultimo punto si presta a discussioni che richiederebbero un lungo approfondimento, esulando dall’interesse di questa breve nota di lettura dell’Indifferenziata, pare, tuttavia, di poter facilmente concordare con Bordini sulla mancanza di retorica, nella postura critica della poesia di Amarelli, potendo forse aggiungere che non può esservi alcuna costruzione retorica certa, laddove è, invece, l’instabilità dell’enunciazione – dalla questione pronominale («io, scrivi, pungo, assalto / in solitario / vi suicido»6 , etc.) a quella deittica («qui ti saluto, amico / questo viaggio è alla fine / altri saranno ma lo spazio / e il tempo e noi due, diversi»7, etc.) – a risultare chiaramente percepibile in tutto il testo.

Non sapere chi e da dove si parla – e, in poesia, si è parlati – sembra essere una caratteristica distintiva della contemporaneità, ma questo, come ho tentato di scrivere anche altrove, non incrina la possibilità di una presa intellettuale, per quanto precaria e rivedibile. Succede qualcosa di simile anche nell’Indifferenziata, dove al collasso, e alla sconfitta intellettuale e politica, dei versi riportati in quarta («collassa // il vaevieni indistinto / un voinoi all’ammasso / che si disfa e si ricompatta // ingoia il cielo, dietro c’è lo spazio») fa da contraltare la chiara indicazione, rispetto al possibile posizionamento intellettuale e politico, di quelle «noialtre» che chiudono, icasticamente, un testo8 della prima sezione («la forma del fiato»).

Noi/altre, infatti, non è soltanto il segno di un posizionamento ancora indeterminato, e di conseguenza ancora ambivalente, ma si configura anche come tentativo di sintesi rispetto a un’apertura che era stata nel segno del negativo, con le «vilissime sorelle»9 del “(coro)” iniziale. Ne deriva che quella di Amarelli si possa definire, con ogni probabilità, un’impostazione di tipo dialettico, visto che l’oscillazione continua fino al “(coro)” finale del libro, dove si legge persino di una possibilità paradossale di riscatto, se non anche di salvezza:

«La tua fatica / – salvarsi tutti insieme e a uno a uno – / vale il cielo a squarcio / qui dove non si salva mai nessuno»10.

A questo proposito, la presenza del coro, sempre più frequente nella poesia di recente e recentissima pubblicazione, è senz’altro il segno di una rivisitazione contemporanea della classicità che si può trovare anche altrove, nel libro di Amarelli, e ad esempio in quella «cassandra» che finalmente «ha fatto pace con le parole, infatti tace»11. Non si tratta soltanto, come ha sottolineato Paola Nasti, della «rappresentazione icastica di un femminile tacere, fruttuoso silenzio finalmente pacificato con la tragedia della storia», ma vi si può forse riscontrare anche la memoria letteraria, in controluce, di un’operazione per nulla dissimile a quella di Amarelli, come il Tiresia (2000-2001) di Giuliano Mesa, la cui impronta sonora non può mancare di riecheggiare, per fare un esempio, nell’ascolto degli ultimi versi della raccolta, immediatamente antecedenti il coro finale: «Ma prova almeno a dirla, prova, / la cosa che non è»12.

Last but not least, e sempre a questo proposito, non sembra una contraddizione esiziale l’abbondanza di riferimenti letterari nelle note di lettura appena esposte, rispetto a un libro che, nelle note finali, dichiara esplicitamente di voler esplorare «forme non tanto letterarie quanto topologiche: le strutture necessitate che sostanziano la nostra esperienza di “realtà”, sempre di volta in volta parziale e provvisoria. Quest’ultima bidimensionalità sembra riflettersi negli stessi strumenti disponibili per parlarne, da un lato quelli razionalisti, dall’altro quelli mistico-soteriologici, strumenti che qui si intrecciano per un’indagine sulla metamorfosi come ermeneutica di oscillanti passioni»13. Non sembra, infatti, che la dimensione della letterarietà – di pertinenza ontologica residua e forse, ancora oggi, irriducibile per ogni “libro di poesia” che si presenti in questa veste – tolga sostanza a questo intreccio, fornendo invece una profondità di sguardo sul libro, articolandone ulteriormente le possibilità.

Allo stesso modo, vi è anche un’indagine della “ricchezza della discrasia” tra piano individuale e collettivo che accompagna – di soppiatto, forse, ma di certo con una costanza quasi ossessiva – l’indagine topologica che, invece, è esplicitamente dichiarata da Amarelli. Se, nel corso del libro, si passa dall’“indifferenziato” del titolo, come apeiron e forse anche come coincidentia oppositorum, alla configurazione matematica della Spira mirabilis (“spirale logaritmica”, o “spirale di Bernoulli”, l’immagine posta anche sulla lapide… di Cartesio), per arrivare, infine, alla possibilità di una rifondazione dialettica (come nel caso del “coro” delle «vilissime sorelle»/«noialtre»), questo non riguarda soltanto le topologie spaziali della pagina poetica, ma anche la sua popolazione. Quest’ultima resta, al momento, vincolata a posizioni e identità in ultima istanza indecidibili, ma è calata, almeno, all’interno di un movimento di mutazione continua che costituisce, a ben vedere, un’altra delle possibili figurazioni dell’essere privi di differenze, o “indifferenziati”.

 

 

lava, disfa, asciuga, spolvera, rimbocca, cucina
struscia, sfrega, taglia, farcia, bagna, inzuppa
cuoce. lagne. panni, cibo, sole, pus, bende
carica, scarica, imbocca, sfiora, bacia
ansima, vapore, l’acqueo, disinfetta disinfesta
anime, corpi, arti, orgogli abbagli
abbacina film muti, percussioni, ponfi, enfiagioni
tonfi di ovatta
cura. gli altri. dissiparsi. disarmarsi.
noialtre.

 

 

(La linea, la curva)

VII

Uno ha appeso bugiardini con lo scotch
al muro. Linee. Uno incrocia, unisce, con il pennarello, curve di
legami, molecole s-catenate
antidepressivi, litio
stimolanti, benzedrine, controllo, tenere sotto
controllo, biochimiche del leva desiderio, aggiungi grigio, esalta
al bisogno q.b. recettori. Rosso sangue slavato. Tempo. Polvere, ditate. Sporco.
Un corpo. La testa traballa. Orfine, endo, extra. Balenano.
Spegni accendi. Interrompi. Rinforza. Grigio, adesso.
Performance cemeteriale. Disegni feci viscera. Sui muri.
Vicino alla mappa per dislessici. Curve. Video stuff. Macellai. Rewind.
Uno è stanco. Non confuso. Dolore ai muscoli. Crampi del girare. Linee.
Giorni. Un’arancia, tre sedani ma grossi ma lunghi ma verdissimi
freschi del vaso fuori terrazza. Una testa di maiale.
La butta. Lessarla troppo tempo. Nel forno
si sporcano le pareti, la teglia la griglia. Poi, troppo grossa.
Maiale decapitato. Grigio. Niente rimorsi. Non l’ha sgozzato lui.
Gettare in un secchio.
Stracciare le mappe, i fogli, i disegni. Curve e linee.
Guarito. Ha deciso. Il manicomio è fuori. Questo lo ricorda,
l’ha sempre saputo.

 

 

io, scrivi, pungo, assalto
in solitario
vi suicido
saliva mista a sale
un noi disfratto

 

(Lorenzo Mari)

 


Note

1 L’Indifferenziata, Viola Amarelli, Seri editore 2020, p. 94.

2  Ivi, p. 93.

3  Ivi, p. 94.

4  Ivi, p. 24.

5 Ivi, p. 51.

6  Ivi, p. 63.

7 Ivi, p. 76.

8 Ivi, p. 21.

9 Ivi, p. 7.

10 Ivi, p. 85.

11 Ivi, p. 31.

12 Ivi, p. 82.

13 Ivi, pp. 87-88.