Loris Ferri

Imbarcadero

Questa terra è un lembo di mare solcato dai venti,

piatto e crudele come i suoi piaceri. È un colosso possente,

è l’ignavia che a seguire ci porta la notte

sotto un cielo al chiaro di luna. Lentamente

questo viaggio si leva ad un’ultima rotta.

Lontano uno strano languore svanisce tra le brume,

questa musica in mare, il continuo ciarlare attutito

lungo il manto supremo delle spume.

È per lei che fuggiamo da un vecchio cammino,

è per lei che ora in cerca di riposo vaghiamo

o forse, mia triste ciurma malata!, intendiamo

all’alba avere al fianco altri vagabondi.

Cantiamo la notte e i suoni che il mondo ci dona,

cantiamo un viaggio senza ritorno;

profughi dell’essere, naviganti sulle acque

cantiamo la città vecchia e le placide onde,

la sabbia rossa del primo deserto,

i coralli e le madrase del Mediterraneo.

Cantiamo l’abisso che ci spinge a partire

e il sogno, un giorno, di voler ritornare.

 

Ballata delle cialome

Notte di tonni alle tonnare,

notte di libeccio e mare scuro

ombre di fatiche e muciare,

nel sonno vagando di nere

maree, vidi salpare

il rais, masticando sorde parole

e nella nudità folgorante dell’universo, sedere

sulla prua come una maschera di sale,

un pennone d’occhi che scrutavano

i fondali, nella loro vastità intera.

Pura si faceva l’aria del mattino

nel seme di una nuova primavera.

Un flusso vorticoso seguiva le barche,

dovuto al moto, lasciando una bianca scia

che mutava in due ali coniche

di spume; un solco pallido tra le onde plumbee

in eredità lasciava il suo esile varco.

Eppure il passaggio dello scafo formava

flutti che di lì a poco, gonfiandosi in un gorgo rauco,

sommergevano le tracce. E tutto tornava

piatto e indistinto. Tutto come se mai fossero esistiti.

E il mare ribolliva, schiumava come un amo

frenetico, tra le cantilene dei tonnaroti

e il vento che diffondeva arabe cialome.

Si issavano immensi tonni. Erano le pinne torte,

massicce, insanguinate. Erano fatiche e attese. E quel canto

era solo la vita che salutava la morte

dall’utero sacro del mondo.

 

Natura morta con teste di cefalo

Ai piedi delle falesie si fa fango e argilla la terra,

sotto un grumo arenario di ghiaie.

Spira un vento di grecale. Lento spira

sui colli a picco, lungo tutte le ventraie.

Attorno, passata l’afa cangiante della notte,

giace, naufragando sulla cavità di sale

tra gli scogli della baia e le risacche torte,

una fiumana recisa e limosa di cefali.

Non vi è traccia, in quel buio, di onde luminose

neppure di calde correnti levantine, tuttavia dai calanchi

di poco si ritira la marea, sotto monte, spumosa,

come una rete rastrellata e cunicolare di gorghi;

una ventresca riemerge dal costone inabissato.

Com’è rapida la luce del giorno che si estingue!

Com’è fugace la soglia di un tempo andato.

Teste recise!, la vostra ultima alba si spegne

proprio qua, in fondo alla nostra prima gola.

Com’è lontana la vastità di un mare aperto!

Secco taglio di una lama, reciso scolo;

come un grido è giunto, come un acre tumulo ventrale.

Nulla ha preso sonno in quella tarda notte.

In mente tornano, luccicando come un sigillo,

le imposte in penombra dei caffè sul porto,

l’odore di muffa sull’intonaco delle sale

e il legno tarlato d’attesa, di imbarco e di vita.

Ecco: queste forme di cefali recise

somigliano, lontano da sguardi indiscreti,

alle facce arrese sui banconi, alle divise

salmastre e azzurre dei portuali, al quadro

di sigarette e cicche accese; persino al vapore

canceroso. E come un lampo l’esistenza si inquadra

figlia e compagna allo stesso inquieto mare.

E così tornano dopo avere beccato ninchi marini,

piantati come lance dopo un volo maestoso,

i piccoli gabbiani di scogliera; piumati se ne stanno

sulla riva, scrutando il mondo con le loro pupille misteriose.

 

Sulle colline d’ottobre

Com’è solitaria la notte sulle colline

d’ottobre, quando per le valli si odono solamente

gli ultimi rintocchi delle chiese cappuccine

e tra i casolari diroccati e la radura, piomba inquietante

una fitta nebbia. Riposano i morti

nei cimiteri dimenticati, e i vivi ingannano

le danze macabre con le croci. E le vite

e le sorti di ognuno, nelle osterie si giocano

dove la fatica annega nel forte vino

e riposano le palpebre nel vuoto dei bicchieri.

Quant’amore e quanta rabbia dimorano

nell’animo, quanti e quali oscuri desideri!

Questi borghi abbandonati che ci appartengono

come un passata caduco, a cui la solitudine

ci porta a ritornare, sono il semplice trono

delle bisce e un covo per le cerchie di cornacchie.

L’uomo, più simile al gufo, vede solo le sconfitte di ieri,

la fatica della terra e i venti che spazzano

il nido. Lasciamo di passaggio i poderi

e le carrettiere del Mediterraneo, chiusi nel vano

delle macchine; ma l’occhio non vede se non il cuore

alla terra. Il cuore pulsa, batte al ritmo

degli ultimi spasmi. Inquieti, in un attimo,

si abbandona la strada come si abbandona un amore.

 

L’inverno del secolo nuovo

Sommossa! Il cuore rosso del mattino tumulta.

È una tempesta alle porte del cielo.

L’aria è pungente, pungente è la sorte

che ovunque dilaga; per le strade e i viali,

lungo i sentieri lontani. L’odore delle colline

a primavera ha un’anima di rugiada

e ginestre, un valzer di viole e rossi garofani,

coleotteri addormentati come sassi verdi.

Eppure febbraio è giunto alle sponde,

con passo rapido, con voce rauca e possente.

Il paesaggio invernale è mesto e pallido;

un sole tremulo si inabissa oltre l’orizzonte.

Mareggiate mattutine a poco a poco sono affiorate

lungo le linee mosse della risacca, sciabordando

spume e salsedine, e con esse, si sono serrate

le prime imposte portuali, affinché l’aria sibilando

nei serragli, cessasse finalmente il suo grido gelido!

Non è facile, celati in questo spiraglio, annegare

ai confini di un tempo sciancato e madido;

su cui, come un battello, persino lo stupore si ammara.

Abbiamo passeggiato soli, in questi sconfinati

giorni di secca dell’anima, dove l’anima

nient’altro bacia che il suo male triste

e dove la fiamma di una candela, ha un odore secco di timo.

L’inverno è interminabile, tiepido è il calore

della brace che sulle ossa avvizzite

soffia come uno stanco e barbaro

animale. Alla fioca luce dei tizzoni, al lento

bruciare si sogna, con gli occhi, il grano ingiallito,

il cuore rosso delle ciliegie, il guizzo degli asparagi sulla terra,

i freschi baci nelle sere d’aprile! E malgrado tutto,

malgrado la tempesta, torneranno i fiori a primavera.

Loris Ferri