Luciano Mazziotta descrive Querencia di Lorenzo Mari come un ossimoro permanente: tra immobilità e movimento in un turbinio continuo di opposti.

Siamo sempre in una condizione di immobilità. Con questa frase avevo iniziato la bozza della recensione a Querencia (Oèdipus, CromaK, 2019) di Lorenzo Mari, un pomeriggio, a Bologna, in un’aula affollata di Sala Borsa. Incontri, caffè, computer che si scarica e la ricerca di un’altra postazione cui attaccare il pc. Non c’è posto. Esco a fumare una sigaretta di mezzora. Prendo un altro caffè anche se sono le cinque. Accanto all’Auditorium Biagi incontro Sergio. Ritorno a scrivere ed è tardi. Lascio a metà la bozza e rinvia. Era metà febbraio e la prima frase era stata “Siamo sempre in una condizione di immobilità.” Probabilmente avrei cancellato a prescindere questa frase, un po’ superficiale e un po’ ad effetto. Invece adesso la riscrivo, nonostante tutto, per mettere in evidenza come la retorica e le parole cui siamo condannati, di fronte agli eventi storici, appaiano ancora più inconsistenti. E spariscano. Ogni parola, adesso, non può essere una figura retorica e solo i libri che di queste si liberano mantengono una piena leggibilità: tra questi includo Querencia. E qui inizia quanto, in effetti, ho da dire su questo libro.

«il silenzio, una volta convenuti i tempi,
scatta verso la luce rinnovandosi tutta»

Querencia è l’ossimoro permanente (di ossimori dialettici parlava Jakobson a proposito della poesia di Pessoa), la contraddizione irrisolvibile tra movimento e stasi, tra il movimento della ricerca cui rimanda l’etimologia latina (quaero), e l’area in cui si posiziona il toro, durante la corrida, per un attimo di sospensione al riparo dalle armi del torero. Gli esseri umani cercano, dunque; mentre gli animali sospendono. E però che ne è degli animali-umani? Restano in questa dialettica tra slancio e riposo prima di morire. Di contrapposizioni non risolte il libro di Lorenzo Mari è, del resto, pieno: tra la poesia liminare in cui si dice all’interlocutore “credimi” ad altre poesie in cui invece si ritratta, e si chiede di “non credermi”; tra un incipit in cui si invita a “togliere la lalia dall’eco” all’ultimo verso della raccolta che recita, invece, “lallà”.

Si tratta di un continuo strofinio degli opposti che non giunge mai ad un punto di incontro, pur cercandolo. L’unica possibilità è l’allegoria, allegorizzare quello che si vede, allontanarlo in altro per cercare, o meglio sforzarsi di vedere meglio.
Così, verso la prima metà del libro, compare il testo che esplode.

quando invece: un milligrammo in più consente
di dare ampio adito a una scritta che seminando
il silenzio, una volta convenuti i tempi,
scatta verso la luce rinnovandosi tutta
almeno per un attimo poi retrocede, nelle
frasche: finisce l’emivita, però la crisi
continua, e per sicurezza di nuovo chiamano
amore a dar man forte e chiamano il dolore
a dar man forte (continua la crisi, crescente)

e chiamano l’attacco: epilettico, quando
invece è solo spostato: dialettico, contro

L’incipit “quando invece” seguito dai due punti, più il verbo “consente” a fine verso, sembrerebbe “dare adito” a una possibilità. Lo strofinio degli “opposti dialettici” potrebbe, “convenuti i tempi”, far “scattare” “verso la luce.” Pare di starsi avvicinando a qualcosa, il punto di incontro è stato quasi raggiunto. La luce è come rinnovata: siamo davanti ad una – tanto cercata – epifania. Eppure il milligrammo dello stesso primo verso desta qualche sospetto. Se, infatti, lo associamo al termine medico “emivita” del verso 6, quello stesso milligrammo non può che essere la dose di un farmaco allucinatorio. Non luce, quindi, ma allucinazione. E come tutte le allucinazioni non può che durare un attimo, la luce scompare, si chiude lo spiraglio e la ricerca retrocede, di nuovo, nel buio delle “frasche”.

Già a metà poesia siamo in grado di comprendere che tutto il movimento, l’ossimoro permanente, non è che un’illusione di verità. Se l’illusione termina, se i farmaci hanno effetto, sì, ma solo temporaneo, come in uno stato nevrotico, il panico ritorna: la crisi continua, la crisi, ovvero quella pratica di discernere e analizzare. La nevrosi del “critico dialettico” è quella di continuare a cercare nonostante tutto. A muoverla e, forse, a consolarla non è solo la “spinta vitale”, ma due opposti che in comune non hanno solamente la rima.

«amore a dar man forte e chiamano il dolore
a dar man forte (continua la crisi, crescente)»

Amore e dolore sono i due “patemi” dell’animo che, in quanto tali, fungono da apparente riparo, ma soprattutto da strumenti conoscitivi. Tuttavia ci troviamo ancora una volta davanti a una coniunctio oppositorum. Il soggetto è al centro: l’amore spinge verso una direzione, il dolore dall’altra parte: come tirato da due funi il soggetto non può che restare immobile ad osservare la luce che diventa buio. Forse si tratta di un attacco epilettico questa visione istantanea di una “verità.” Ma l’epilessia, benché certo abbia a che fare etimologicamente con la visione a sorpresa, ha anche un’altra spiegazione medico-filosofica.

L’epilettico, secondo Ippocrate, qualche istante prima dell’attacco ha l’istinto di fuggire e di isolarsi. Allontanarsi da chiunque gli sia vicino, forse per vergogna, forse per le superstizioni che giravano attorno al morbo sacro. Se l’allontanamento prevede una fuga, Lorenzo Mari ritratta di nuovo, anticipando l’ultimo verso con lo stesso “quando” con il quale aveva cominciato il testo. Non si tratta di un attacco epilettico. Nessuno si sta allontanando. È, invece, un atto dialettico, una tendenza all’avvicinamento, ad andare a sbattere contro, ostinandosi a continuare a cercare, anche a rischio di doverlo assumere di nuovo quel milligrammo in più, perché a forza di strofinare gli opposti potrebbe, sì, tornare la scintilla, ma ci si potrebbe, anche, ustionare.

Luciano Mazziotta

 


Lorenzo Mari è insegnante nelle scuole secondarie della provincia di Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra i quali: Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013), Ornitorinco in cinque passi (Prufrock Spa, 2016) e Querencia (Oèdipus, 2019).
In prosa, ha pubblicato Via Mascarella alta e bassa (autoproduzione Libreria ModoInfoshop, 2019) e, con il racconto Un percorso sicuro, ha vinto il Premio Teramo 2019, sezione Under 35.
Ha tradotto: dall’inglese Bless Me Father di Mario d’Offizi (Compagnia delle Lettere ed., 2010, in collaborazione con Raphael d’Abdon); La buona stella delle cose nascoste di Afric McGlinchey (L’arcolaio, 2016); Il sogno d’inverno dell’architetto di Billy Ramsell (L’arcolaio, 2018) e dallo spagnolo: Canto e demolizione. Otto poeti spagnoli contemporanei (Thauma ed., 2013, in collaborazione con Luca Salvi e Alessandro Drenaggi); La precisione dell’indifferenza di Pablo López-Carballo (Carteggi Letterari ed., 2017 – menzione di merito al Premio Benno Geiger 2018); Chroma di Emilio Gordillo (Edizioni Arcoiris, 2018, in collaborazione con Eugenio Santangelo); Sonetti teologici di Agustín García Calvo (L’arcolaio, 2019).
Ha recentemente curato l’edizione di Zurita. Quattro poemi di Raúl Zurita nella traduzione di Alberto Masala (Valigie Rosse, 2019). Collabora con le riviste online PULP Libri, Carteggi Letterari e Fata Morgana Web.