È un’opera complessa, questa seconda fatica di Luca Buonaguidi (toscano, classe 1987), che mette in versi un dialogo vibrante e appassionato con le parole. Loro, espressione del pensiero umano, raccontano la nostra consapevolezza del mondo, della realtà, sono compagne, sorelle, ma anche tormento del nostro esistere; sono luogo in cui stare («Le parole sono la mia casa»), e allo stesso tempo elemento che si disgrega, «turbine d’assenza» che apre all’abisso.

Il confronto si sviluppa in molte direzioni verso l’alto -chiamando in causa Il primo Dio, L’Universo assente, Il Dio sorridente (per citare alcuni titoli) – e verso l’altro, la persona amata, i cari, evocando direttamente o indirettamente i Maestri della letteratura, come Arthur Rimbaud, Rainer Maria Rilke, Edna St.Vincent Millay, continuando così ad intrecciare quella serrata trama – costruita su parole e silenzi, pieni e vuoti- che è la poesia.

Un’opera complicata e coraggiosa, dunque, perché la parola tenta una definizione, ma la poesia non è afferrabile, e soprattutto, «perché non si può parlare/ di Dio con Dio».

Nella scrittura di Buonaguidi, orchestrata con consapevolezza, la dialettica si dispone accuratamente in versi, mostrando -delle parole- la potenza e la debolezza, l‘immagine e il suono, il rumore assordante e il profondo bisogno di silenzio, perché si lasci spazio al canto:

Quando arrivi te è quando inizio io

a bere sera e restituire onda.

Ecco che in quiete infine vengo

ecco che fermo muto in vento.

 

E fermo infine, siedo e resto.

Tu canta dentro al mio silenzio.

Nel libro il poeta non solo parla, ma gioca molto con le parole («muto in vento» ma anche fermo in silenzio creo…) e poi dubita, domanda spiegazioni sulla vita, sulla morte, su Dio… Chiede che cosa siamo, per rispondere con voce «chiara e dolente:/ non siamo niente». E ancora prega, implora, celebra, canta… lo fa con cura, ritmo, precisione per dare forma a quella incessante sete di senso. Lo fa con musica, perché ogni verso risuoni potente, nel corpo, nella mente:

Vorrei urlare nel canto

intrecciando le parole in musica.

Ogni verso è l’ingranaggio di un meccanismo, che ha un principio e una fine, dove le immagini si collocano tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte, tra la dannazione e la salvezza… ma alla fine, cosa resta? «Di tutto questo amore/ qualcuno prende nota?»

Ciò che si avverte, come un controcanto alla solida struttura del testo, è un equilibrio precario, lo stare tra la sicurezza e il dubbio, il rifugio e la distruzione, la voce e il silenzio, perchè «la parola si lacera/ in un silenzio inabitato».

Ho parlato alle parole è una appassionata ‘esplorazione’ -così la definisce Buonaguidi in una intervista- intorno alla parola, colei che dice il mondo «nella fitta matassa della vita/ che freme e scorre fra le dita». E questo dire è talmente inafferrabile, velato, traslato, leggero e pesante allo stesso tempo, semplice e complesso, che non può che affidarsi alla poesia.

Rossella Renzi