Luigi Di Ruscio attraverso le sue poesie ha saputo manifestare la condizione umana

 

In occasione della 15° edizione de La Punta della Lingua, festival internazionale di poesia totale, Argo presenta dodici brevi interventi dedicati ad alcuni dei suoi ospiti più illustri e agli autori ormai scomparsi di opere che sono state recentemente riproposte nella nuova veste qui presentata.


 

Eccezion fatta per il consenso espresso da alcuni autori illustri come Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Paolo Volponi, Giancarlo Majorino e Antonio Porta, la poesia di Luigi Di Ruscio è rimasta per decenni in uno stato di sostanziale marginalità, fino a quando, alle soglie del nuovo millennio, la critica ha iniziato a manifestare nei suoi confronti un interesse sempre maggiore.

La forza della poesia di Di Ruscio è tutta nel dato materiale, che ne detta i contenuti e il ritmo. La sua quarantennale esperienza come operaio metallurgico nell’industria norvegese è un dato fondamentale di tutta la sua produzione letteraria, senza che questo faccia però di lui un poeta operaio: la poesia è per Di Ruscio un atto di resistenza nei confronti di tutte le oppressioni, da quelle determinate dalle dinamiche sociali e di classe a quelle iscritte nelle leggi stesse della natura. Per mezzo di una poesia caratterizzata da un periodare lunghissimo e dall’assenza di punteggiatura, figure retoriche e aggettivazione, una poesia il cui pronome è l’io dei lirici propagato però nel noi dell’epica, Di Ruscio ha saputo così tradurre la condizione operaia nella condizione umana tout court.

(introduzione di Claudia Valsania)

 

 

(da Le streghe s’arrotano le dentiere, Marotta, 1966)

 

Otto ore moltiplicate per tutta la vita
che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
uomini intercambiabili e danzanti
la macchina è l’anima nostra
nel cartellino delle timbrate
sono le date della nostra storia
la produzione è il diario nostro
che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente
e perpetuamente rinasce
ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
il Dio che è nelle nostre mani
il Dio fresato e saldato ogni giorno
e non vi è nulla di più incantato
di quando questo furore s’arresta
colta da paralisi mortale
la macchina ferma mammut scannato
lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
s’è arrestato l’Iddio
e il suo manovratore e la terra trema
la fabbrica ferma
butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
e se oggi timbrare è il verbo
è sospeso il giorno della vittoria nostra
per questo giorno viventi
viventi per questa attesa.

 

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(da Enunciati, Stampa dell’arancio, 1993)

 

quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata di morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
con la gola serrata dalla morte

 


Luigi Di Ruscio è nato a Fermo nel 1930. Nel 1957 è emigrato in Norvegia, a Oslo, dove ha lavorato per tutta la vita come operaio metallurgico. Ha esordito come poeta nel 1953 con Non possiamo abituarci a morire (Schwarz), con prefazione di Franco Fortini, seguito da Le streghe s’arrotano le dentiere (Marotta, 1966), con prefazione di Salvatore Quasimodo. Il suo primo romanzo, Palmiro, è apparso nel 1986 per il lavoro editoriale. Tutti i suoi romanzi sono raccolti ora in Romanzi, a cura di Andrea Cortellessa e Angelo Ferracuti (Feltrinelli, 2014), mentre un’antologia della sua poesia, a cura di Massimo Gezzi e con introduzione di Massimo Raffaeli, è stata pubblicata nel 2019 da Marcos y Marcos con il titolo Poesie scelte 1953-2010.

 

La Punta della Lingua 2020. Protagonisti 1
La Punta della Lingua 2020. Protagonisti 2
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