Luigi Romolo Carrino, Nella madre e nella difesa (2009)

La vecchia stalla dei cavalli, la vecchia stalla in disuso. Entrando, girando sulla sinistra, in fondo, nella mangiatoia, nella semioscurità lei trattiene lo spasmo e il dolore, compostamente. Ai lati della mangiatoia, davanti, due tini di rovere fermentano con macerazione intensa il Taurasi, vino dal colore rosso granato con complessa aromatizzazione dominata da frutti rossi e spezie. Nella mangiatoia, delle coperte sufficienti e necessarie, esattamente quelle che servono. Lei sistema e risistema le due coperte smesse di macramè, corredo di una figlia e della madre di una figlia, logore, buttate via, utili adesso. Agitata. L’ansia, il respiro affannoso, ha mangiato poco, potrebbe vomitare adesso, ha perdite vulvari biancastre, la temperatura del retto è scesa a 37 gradi. Questo l’inizio del travaglio, la fine determinata del calore, dopo nove settimane di attesa, la cervice si dilata alle prime contrazioni. Che sia una sola, nelle ossa scompigliate dalle doglie si intuisce la sua speranza: che sia una sola, perché sarà sua e di nessun’altra. Lei geme.

Negli occhi la paura di essere in pericolo, di non farcela, di morire, di non essere adeguata, di non poter fuggire in caso di necessità, la paura di dover restare lì, immobilizzata da sua figlia che sta per nascere. Ha scelto con cura estrema il luogo. Glielo leggo nel disordine degli occhi, mentre attende l’evento più importante della sua vita, mentre trema davanti alla macchina fotografica, mentre i suoi capezzoli furenti, evidenti, prominenti, perdono il latte di sua figlia. Vorrebbe leccarsi ma la fitta al ventre è fortissima, non riesce a muoversi. Lei geme più forte. Adesso ha una contrazione ogni trenta secondi. È questo il momento. Distesa su un fianco, assiste alla discesa dalla cervice e constata sulla vulva l’apparizione del primo sacco amniotico. Lei, con denti sapienti straccia la membrana, la placenta, carezza con la lingua la sua primogenita, le dice in un orecchio di respirare, di provare a muoversi. Con morso repentino stacca il cordone ombelicale, lacerandolo. Improvviso il pattern della sofferenza le storce la bocca un momento prima di emettere un grido. Si guarda la vagina. Con le zampe anteriori cerca di bloccare l’uscita, non ci riesce. Allora si alza in piedi. Espelle il secondo sacco. Si gira furiosa. Morde il cordone. Si distende ancora. Permette alla sua primogenita di succhiare il latte dai capezzoli posteriori, più ricchi di colostro, il primo latte che contiene anticorpi di madre, la temporanea immunità contro le infezioni del mondo, mentre la secondogenita soffoca nel sacco che non ha rotto. Sono due. Due soltanto. Qualche minuto e avviene l’espulsione della placenta. Lei si alza in piedi, abbandonando per pochi attimi la sua prima figlia. Il tempo di mangiare gli invogli fetali e la stessa placenta. C’è un’altra presenza, lei se ne accorge. Soffia feroce, è aggressiva. Afferra immediatamente la sua piccola per il collo. Vuole portarla via. In un posto più sicuro. L’altra persona va via. Lei rimane, con sua figlia. Sul bordo della foto: 25 ottobre 1979. Masseria dei nonni. Quando scatti la Polaroid io sono nascosto dietro il tino di sinistra. Nella foto c’è lei, aggressiva. I colori sbiaditi hanno conservato la luce del flash nei suoi occhi. Tu esci. Lei dà un morso sulla nuca della sua secondogenita, già morta. Io non respiro. Guardo la mamma gatta negli occhi, lei guarda me. Siamo rimasti così, in quella posizione, e non ci siamo mossi per tutta l’eternità.

Tratto da Pozzoromolo, Meridiano Zero, 2009 (Gentilmente concesso ad Argo dall’autore)